La capanna dello zio Tom/Capo XXI

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XXI. Kentucky

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XXI. Kentucky
Capo XX Capo XXII
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CAPO XXI.


Kentucky.


Non sarà discaro al nostro lettore ritornare, per un momento, alla capanna dello Zio Tom, nella fattoria del Kentucky, per vedere ciò che avveniva tra coloro che abbiamo lasciato addietro.

Sul declinare di un giorno d’estate, le porte, le finestre della gran sala erano spalancate per invitarvi i venticelli erranti della sera cui prendesse voglia di entrare. Il signor Shelby stava adagiato su d’un seggiolone, rimpetto ad una galleria che percorrea tutta quanta la facciata della casa, colle gambe appoggiate su d’una sedia, in atto di fumare il sigaro del dopopranzo. La signora Shelby si tenea presso la porta, occupata a ricamare; ma in realtà come persona che aspetta il destro di iniziare un discorso che sta meditando.

— «Sai tu — cominciò essa — che Cloe ha ricevuto una lettera di Tom?»

— «Ah! le ha scritto? pare che abbia trovato degli amici, colà. Come sta quel bravo uomo?»

— «Credo che sia stato comperato da una famiglia rispettabilissima — rispose la signora Shelby — è trattato amorevolmente e non ha molto a lavorare.»

— «Oh, ne sono contento! contentissimo veramente — sclamò il signor Shelby, con tutto il cuore. — Tom, suppongo io, si acconcierà di leggieri a rimanere nel Sud; non avrà intenzione di tornar qui.»

— «Tutto al contrario; chiede anzi ansiosamente — riprese la signora — quando sarà in pronto il danaro per riscattarlo.»

— «Ah nol so davvero — disse il marito. — Quando gli affari cominciano ad andar male, non vi si vede più termine. È come chi si trova [p. 253 modifica]confitto nel pantano; mentre solleva un piede, s’affonda coll’altro; contrarre un debito per pagarne un altro, quindi un altro, per pagar quello — le cambiali ti cadono addosso, prima che un galantuomo abbia tempo di fumare un sigaro o di voltarsi dall’altra parte — lettere, messaggi di creditori importuni — t’incalzano, ti opprimono come la grandine.»

— «Mi pare, caro mio, che si potrebbe far qualche cosa per uscirne. Non potresti vendere tutti i cavalli, uno de’ tuoi poderi, e pagare ogni debito?»

— «Ridicolaggini, Emilia mia! Tu sei la miglior donna del Kentucky, ma non hai ancora il buon senso di persuaderti che non ti intendi di affari; le donne non se ne intendono, nè debbono intendersene.»

— «Ma, alla fin fine — riprese la signora — non potresti informarmi alcun poco di questi tuoi affari? darmi una nota de’ tuoi debiti e crediti, acciò vegga anch’io se vi fosse modo di far qualche economia?»

— «Oh peggio che mai? Io so come si possono aggiustar le cose; ma non è facile equilibrar li affari, come sarebbe a Cloe tirar le croste de’ suoi pasticci. Sono faccende, ti ripeto, di cui non ti intendi.»

E il signor Shelby, non sapendo come meglio sostenere le sue idee, prese il partito di alzar la voce; modo di ragionare convenientissimo, convincentissimo per un uomo quando discute di interessi domestici con sua moglie.

La signora tacque, ma non senza mandare un sospiro. Il fatto è, che, come il marito stesso avea confessato, essa, tuttochè donna, avea un’indole risoluta, un istinto sicuro, nel maneggio degli affari, e una forza d’animo ben superiore a quella di suo marito; nè, al postutto, sarebbe stata cosa assurdissima, crederla capace di ben condurli. D’altronde le stava sommamente a cuore compiere quanto avea promesso a Tom e a zia Cloe, e sospirava, pensando agli ostacoli che dovea superare.

— «Non ti pare che in qualche modo ci potremmo procacciare quel denaro? Povera zia Cloe? vi ha messo sopra il suo cuore!»

— «Ne sono dolentissimo. Fui troppo corrivo a promettere. Mi accorgo adesso che sarebbe stato assai meglio dire a Cloe la cosa come è, e indurla a rassegnarvisi. Tom menerà sposa un’altra donna tra un anno o due, il meglio che essa potrebbe fare sarebbe di prendersi un altro marito.»

— «O Shelby, io insegnai sempre ai nostri servi che i loro matrimoni non sono meno sacri dei nostri. Mi guardarei bene dal dare a Cloe un tal consiglio.»

— «È cosa lamentevole, moglie mia, che tu li abbi educati ad una morale che è molto superiore alla loro condizione, al loro avvenire. Ho sempre creduto così.»

[p. 254 modifica]         — «Questa morale è quella della Bibbia, signor Shelby.»

— «Benissimo, benissimo, Emilia; non pretendo immischiarmi nei tuoi principii religiosi; dirò solamente che mi paiono tutt’altro che acconci alla condizione sociale di questa gente.»

— «E ben ti apponi — riprese la signora, — ed è appunto per questo che io detesto con tutta l’anima un tale ordine di cose. Non posso dispensarmi, te lo ripeto, caro mio, dal compiere le mie promesse verso quelle infelici creature. Se io non posso per alcun modo procacciarmi denaro, darò lezioni di musica; spero che per questa via potrò raccoglierne quanto basta.»

— «E vorresti, Emilia, umiliarti per tal modo? non potrei mai consentirtelo.»

— «Umiliarmi? Potrei umiliarmi assai peggio se io mancassi di fede a que’ sventurati!»

— «Bene, tu hai sempre un cervello esaltato per l’eroismo — disse il signor Shelby — ma io credo che tu abbi a far prima qualche cosa di meglio che metterti a questa impresa di Don Chisciotte.»

La comparsa di zia Cloe a capo della verenda interruppe il discorso.

— «Di grazia, signora» diss’ella.

— «Che ci è, Cloe?» domandò la padrona, levandosi da sedere ed avviandosi a quella parte.

— «Vorrebbe la signora dar un’occhiata a questo pollame?» (1)

La signora Shelby sorrise vedendo per terra un mucchio di polli e d’anitre, che Cloe stava gravemente esaminando.

— «Pensava meco stessa se ne dovrei farne un bell’intingolo per la signora.»

— «Non me ne curo gran fatto, zia Cloe; adoperateli come vi piace.»

Cloe li guardava, ma con distrazione; si vedea aperto che ella pensava a tutt’altro che a que’ polli; finalmente, rompendo in quel tal riso con cui spesso sogliono i negri iniziare un discorso difficile, ella disse:

— «Dio buono! come mai il padrone e la padrona debbono martellarsi il capo sul modo di far danaro, mentre ne hanno l’espediente alle mani?» E Cloe fece una seconda sghignazzata.

— «Non intendo, Cloe» disse la signora Shelby, ben accorgendosi dal contegno di Cloe, che la negra non aveva perduto sillaba del suo discorso col marito.

«Dio sia lodato, signora mia. Molti danno a nolo i loro schiavi, e ne traggono guadagno! risparmiano di mantenere in casa tanti ghiottoni.»

— «Ebbene, zia Cloe, chi ci proporrete di dare a nolo?»

[p. 255 modifica]         — «Dio buono! non propongo alcuno; se non che Samuele mi ha detto esservi a Louisville un confettiere, il quale avrebbe bisogno d’un buon lavorante, in fatto di pasticcieria, e che era disposto a dargli un salario di quattro dollari per settimana.»

— «Ebbene, Cloe?»

— «Pensavo dunque, signora, che Sally è già in grado di saper far qualche cosa. Sally ha imparato sotto la mia direzione, e posso dire che ella, a quest’ora, non è meno esperta di me; se la signora volesse permettermi di andare io, sarei certa di mettere insieme un po’ di peculio. Non mi troverei imbarazzata ad ammannire i miei pasticci, le mie stiacciate, anche a confronto d’un confettiere.»

— «Anche a confronto d’un confettiere, zia Cloe. Ma intanto avresti cuore di abbandonare i tuoi figli?»

— I maschi, signora, sono già abbastanza grandicelli per lavorare durante la giornata, e difatti lavorano; quanto alla bambina, ne avrebbe cura Sally. La figliuola è d’indole così buona, che non darà gran fastidio.

— «Louisville è lontana buon tratto.»

— «Oh, Dio buono! e che importa? Non è forse all’ingiù del fiume, un poco più vicino al mio buon vecchiarello?» disse Cloe, in tuono di interrogazione, e guardando in faccia la signora Shelby.

— «No, Cloe; è distante non poche centinaia di miglia» rispose la signora.

La sicurezza di Cloe vacillò.

— «Non dartene pensiero: sarai più vicina a tuo marito. Sì, va pure; il tuo salario sarà messo in serbo sino all’ultimo soldo, per riscatto di lui.»

Non altrimenti che un raggio di sole inargenta una nube oscura, la negra faccia di Cloe rifulse dalla gioia a queste parole; rifulse veramente.

— «O signora, voi siete troppo buona! Stava anch’io pensando lo stessa; non avrò bisogno nè di vesti, nè di scarpe, di nulla insomma. Potrò risparmiare ogni centesimo. Quante settimane si contan nell’anno, signora?»

— «Cinquantadue» ripose la padrona.

— «Grazie a Dio, ve ne son molte! e quattro dollari per ciascuna di esse. A quanto ascenderebbe tutta la somma?»

— «A due cento otto dollari.»

— «Davvero? — esclamò zia Cloe con un misto di allegrezza e di maraviglia; — e quanto tempo dovrò lavorare fuor di qua?»

— «Dai quattro ai cinque anni, Cloe; ma non avrai bisogno di guadagnare tutto questo denaro; io vi aggiungerò qualche cosa.»

[p. 256 modifica]         — «Non vorrei udir mai a parlare che la padrona dia lezioni; il padrone ha ragione assolutamente; ciò non converrà mai. Spero che nessuno della nostra famiglia sarà ridotto a tale, finchè io ho due braccia per lavorare.»

— «Non temere, Cloe; io avrò cura dell’onore della famiglia — disse la signora Shelby sorridendo; — ma quando faresti disegno di partire?»

— «Quando che sia; Samuele deve discendere il fiume con alcuni poledri, e mi ha proposto di andar con lui; così che posso acconciar subito le mie cose. Se la signora mi permette di partire domattina con Samuele, potrebbe rilasciarmi il mio passo-avanti e consegnarmi una commendatizia.»

— «Ebbene, zia Cloe, io farò tutto questo; va pure, il signor Shelby non ha cosa a ridire. Debbo prima parlargliene.»

La signora Shelby salì la scala; e la zia Cloe, tutta contenta, si avviò alla sua casuccia, per fare i preparativi alla partenza.

— «Padron Giorgio! non sapete che domattina partirò per Louisville — disse ella a Giorgio, mentre egli, entrando nella capanna, la vedea tutta affaccendata in dar sesto alle vesticciuole della sua bambina. — Stava mettendo un po’ d’ordine in queste cose. Partirò padroncino; andrò a guadagnare quattro dollari per settimana; e la padrona li terrà in serbo, per quindi riscattare il mio buon marito.»

— «Benissimo — esclamò Giorgio; — è un ottimo divisamento! e quando partirete?»

— «Domani, con Samuele. Ora spero, padroncino, che andrete a siedervi, scriverete al mio buon vecchiarello, informandolo di quanto occorre, non è vero?»

— «Certamente — rispose Giorgio; — lo zio Tom sarà lietissimo di questa nuova. Corro subito a casa per prender carta ed inchiostro; ed allora, zia Cloe, come ben capite, potrò parlare dei poledri e di tutto.»

— «Sicuro, padron Giorgio; ed io corro a mettere in pronto un bel pezzo di pollo od altro simile manicaretto; non avrete a cenare più molte volte colla povera vostra zia.»


Note

  1. Tralasciamo alcune linee poco onorevoli per la poesia, che ci sembrano affatto intempestive.