La capanna dello zio Tom/Capo XXVII

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XXVII. Ecco la fine di tutte le cose umane

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XXVII. Ecco la fine di tutte le cose umane
Capo XXVI Capo XXVIII
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CAPO XXVII.


Ecco la fine di tutte le cose umane.


Le statuette e i quadretti che si trovavano nella camera d’Eva, furono coperti di bianchi veli; non vi si udìa che un sommesso favellio, un camminar leggerissimo, la luna penetrava languidamente dalle persiane mezzo abbassate.

Il letto era coperto di bianco; ed ivi, in forma angelica, posava la fanciullina addormentata — addormentata per mai più rivegliarsi.

Ella vi posava, vestita di quella semplice veste che solea indossare mentre era viva; e una luce rosea che trapelava dalle cortine, spargeva una tinta calda sulla ghiacciale pallidezza del suo volto. Le lunghe palpebre pendeano soavemente sulle bianche sue gote; il capo inclinava alquanto da una parte, come in sonno naturale; ma era diffusa sepra ogni lineamento del volto quella celeste ineffabile espressione, quel misto di estasi e di riposo, che ben rivelano non esser quello un sonno terreno e passeggiero, ma quel lungo e sacro riposo — che egli concede a’ suoi eletti. —

Non è morte per chi passa come tu, cara Eva! non squallore o tenebrìa di morte; ma un dileguar luminoso, simile a quello della stella del mattino, quando l’aurora inaura il cielo. Hai conseguita la vittoria senza combattimento — la corona senza il conflitto.

Così pensava Saint-Clare, mentre, colle braccia raccolte al petto, la stava considerando. Ah! chi potrebbe mai dire ciò che egli pensava? Poichè dal punto in cui si udì una voce a risuonar nella camera mortuaria — È [p. 296 modifica]partita — tutto fu nebbia intorno a lui, oscurità, e profonda amarezza di cuore. Udìa gente che parlava intorno a sè; interrogato, rispondeva; gli domandarono quando voleva che si facesse il funerale, in qual luogo dovean seppellirla; ed egli rispondeva, con impazienza, non volersene dar pensiero.

Adolfo e Rosa misero in punto la stanza; sconsiderati, leggieri, briosi, come erano, manifestarono tuttavia un profondo sentimento; e mentre miss Ofelia sorvegliava, in generale, a che tutto fosse in ordine e con pulitezza, le loro mani aggiungeano ai preparativi quel tono soave, poetico, che toglie ad una camera mortuaria quel carattere cupo, desolante, che esservasi, troppo spesso, nei funerali della Nuova-Inghilterra.

Si vedean fiori nei vasi — tutti candidi, delicati, odorosi, colle foglie graziosamente vôlte all’ingiù. — La tavoluccia di Eva, coperta di un bianco pannolino, sosteneva il suo vaso prediletto, donde si leva un’unica rosa bianca, muschiosa, semiaperta. Le pieghe dei copertoi, delle cortine furono composte e ricomposte, da Adolfo e Rosa, con quel buon gusto che è tutto proprio della loro razza. Mentre Saint-Clare stava immobile, concentrato ne’ suoi pensieri, la piccola Rosa entrò leggermente nella camera con un canestrino di fiori bianchi. Si arretrò e fermossi rispettosamente, quando vide Saint-Clare; ma, vedendo che non badava a lei, si fece innanzi per distribuirli intorno all’estinta. Saint-Clare la vide quasi in sogno, mentre ella acconciava nelle manine di lei un bel gelsomino, e disponea li altri fiori, con gusto ammirabile, qua e là sul letto.

La porta si aprì nuovamente, e Topsy, cogli occhi gonfi dal piangere, si avanzò nella camera, tenendo qualche cosa sotto il grembiale. Rosa le accennò bruscamente colla mano di allontanarsi; ma quella fece un passo innanzi.

— «Va via — disse Rosa con voce sommessa ma risoluta; — non hai nulla a far qui.»

— «Oh lasciatemi! ho portato un fiore, un fiore solo, ma bello veramente! — disse Topsy, lasciando travedere una rosa thè, sbucciata appunto allora. — Permettete che io la deponga sul letto.»

— «Va via!» disse Rosa ancor più bruscamente.

— «Lasciate che rimanga! — gridò Saint-Clare battendo il suolo col calcagno. — Rimanga.»

Rosa si allontanò subito; Topsy si fece innanzi, e depose la sua offerta ai piedi del cadavere; erompendo quindi improvvisamente in un grido acuto, selvaggio, si gittò sul pavimento lungo la sponda del letto, e si mise a piangere, a singhiozzare affannosamente.

Miss Ofelia accorse nella camera e fece prova di alzarla e di imporle silenzio, ma inutilmente.

— «O miss Eva! o miss Eva! vorrei esser morta io!»

[p. 297 modifica]Vi era nella sua voce qualche cosa di selvaggio, di straziante; il sangue rifluì al volto bianco, marmoreo di Saint-Clare, e le prime lacrime che egli versasse dopo la morte di Eva, gli spuntaron sugli occhi.

— «Lévati su, fanciulla mia! disse soavamente miss Ofelia; — non gridare così; miss Eva è andata in cielo; è fatta un angelo!»

— «Ma io non la vedrò mai più! — disse Topsy. — Non la vedrò mai più!» e riprese a singhiozzare.

Tutti stettero alquanto in silenzio.

— «Oh ella mi amava! — disse Topsy — mi amava! O cara! o cara! ed ora non rimane più alcuno per me!»

— «È pur troppo vero — disse Saint-Clare; — ma — soggiunse, volgendosi a miss Ofelia — vedete modo di consolare quella povera creatura.»

— «Ah vorrei non esser mai nata — disse Topsy; — sarebbe meglio che io non fossi mai nata; non mi so che far della vita.»

Miss Ofelia la sollevò delicatamente, ma al tempo stesso risolutamente da terra, e la condusse nella propria camera, non senza che alcune lacrime le cadesser dagli occhi.

— «Topsy, la mia povera fanciulla — diss’ella, nell’entrar nella stanza — fatti cuore! io ti amo, sebbene non rassomigli a quella cara fanciullina. Credo di aver imparato da lei alcun che dell’amore di Gesù Cristo. Io ti amo, e procurerò di aiutarti a crescere cristianamente.»

La voce commossa di Ofelia diceva assai più che non dicessero le sue parole, e più eloquenti della sua voce erano le pietose lacrime che le scorrean per la faccia. Da quel momento acquistò sull’animo della derelitta fanciulla un’influenza che non perdette mai più.

Per qualche tempo non si udì nella camera che un bisbigliare, un fruscìo di piedi, un alternarsi di persone che venivano a contemplar l’estinta. Quindi fu portata la piccola bara; si preparò il funerale; una fila di vetture ristè alla porta; vennero forestieri e siedettero; si videro neri abbigliamenti; si lessero versetti della Bibbia, si recitarono preghiere; e Saint-Clare respirava, passeggiava, si muoveva, come uomo che ha versate le ultime lacrime. Alla fine, non vide che una cosa, quella bionda testolina nel feretro; vide un pannolino spiegarsi sovressa, e calar quindi il coperchio; si avviò al luogo della fossa scavata a capo del giardino; e quivi, presso il muscoso sasso; dove Eva e Tom soleano siedersi, leggere e cantare, si aprìa la piccola sepoltura. Saint-Clare vi stava ritto accanto, — e guardava abbasso; vide la piccola bara scender giù, udì, col cuore impietrato, quelle solenni parole: «Io sono la Risurrezione e la vita; chi crede in me, tuttochè morto, vivrà;» e quando vi si gettò sopra la terra, e fu colmata la piccola fossa, non potea persuadersi come fosse veramente Eva la persona che per sempre scompariva a’ suoi occhi.

[p. 298 modifica]E diffatti, non era Eva — ma solo il fragil germe di quella forma luminosa, immortale, colla quale dovrà risorgere, nel giorno del Signore!

La mesta comitiva tornò addietro e rientrò nella casa dove non vedranno mai più Eva.

La stanza di Maria era oscura; ed ella giacea sul letto, piangendo, singhiozzando in guisa inconsolabile e chiamando ad ogni momento i servi, ora per questa ed ora per quella occorrenza. Costoro non avean tempo di piangere — e che aveano a piangere? il dolore era tutto suo; ella era pienamente convinta che nessuno al mondo sentiva e potea sentire altrettanto.

— «Saint-Clare non versò una lacrima» diceva ella; non sapea intenderla; era veramente strano a dirsi come fosse duro di cuore, mentre avrebbe dovuto vedere quanto ella soffriva.

Come avviene del volgo che non vede più in là del naso, i servi cominciarono a creder realmente che la padrona soffrisse assai più degli altri, tanto più quando ella fu assalita da convulsioni, e, chiamato il medico, si dichiarò spacciata.

Quell’accorrer su e giù per empier bocce d’acqua calda, riscaldar pannolini, farle freghe alle membra indolentite, produsse una diversione al loro dolore.

Ma Tom aveva nel cuore un profondo sentimento, che lo teneva sempre presso al suo padrone. Lo seguiva dovunque si avviasse, concentrato, silenzioso; e quando lo vedea sedersi, tranquillo, pallido, colla Bibbia spiegata sotto li occhi, tuttochè non discernesse sillaba di quanto vi era scritto, Tom ben si avvedeva che in quelli occhi immobili, senza lacrime, in quella tranquilla meditazione vi era ben più dolore che negli strepiti e nei lamenti di Maria.

Di lì a pochi giorni la famiglia di Saint-Clare tornò in città. Agostino, impaziente di riposo, sentìa bisogno di mutar scena, di imprimere un nuovo indirizzo a’ suoi pensieri. Laonde abbandonò quella casa, quel giardino, colla sua piccola sepoltura e si ricondusse a Nuova Orleans; e Saint-Clare era sempre qua e là per affari, studiandosi di riempire l’orrendo vuoto che aveva nel cuore col continuo affaccendarsi o mutare di posto. Quanti lo incontravano per istrada o al caffè, non vedevano in lui altra novità che il velo nero al cappello; perchè egli sorrideva come prima, passeggiava, leggeva i giornali, discuteva di affari politici, attendeva a negozii; e chi mai in vederlo così sorridente, così affaccendato, avrebbe potuto immaginare che il suo cuore era un sepolcro vivente?

— «Saint-Clare è un uomo singolare — dicea Maria con aria compassionevole a miss Ofelia. — Credeva che se egli amava qualche cosa al mondo, fosse la nostra cara figliuoletta Eva; ma pare che abbia stentato [p. 299 modifica]poco a dimenticarla. Io non posso trarlo a parlarne mai; era veramente persuasa che fosse più sensitivo.»

— «Le acque tranquille sono profonde, dice il proverbio» rispose miss Ofelia con piglio misterioso.

— «Oh, non lo credo. Chi ha sentimento, lo mostra a prova; non si può fare altrimenti; ma l’essere sensitivi e pure la gran disgrazia. Vorrei essere come Saint-Clare. La forza del sentimento mi uccide.»

— «Eppure, signora — disse Mammy — è certo che Saint-Clare divien magro come un’ombra; non mangia che pochissimo; so che non ha punto dimenticato miss Eva, e chi potrebbe dimenticare quel caro angioletto!» soggiunse ella, asciugandosi gli occhi.

— «Bene; ma, ad ogni modo, egli non ha alcun riguardo per me — disse Maria — non mi ha rivolto mai una parola di conforto; eppure dovrebbe sapere quanto il dolore d’una madre ecceda quello del padre.»

— «Il cuore conosce le amarezze sue proprie» disse gravemente miss Ofelia.

— «Lo credo anch’io. So io sola ciò che soffro; nessun altro può immaginarselo. Eva ben lo sapeva, ma non è più!» E Maria, così dicendo, si abbandonò, singhiozzando, sul dosso della sedia.

Maria era uno di quelli esseri infelici, agli occhi dei quali ciò che è perduto acquista un pregio che non ebbe mai. Finchè lo possiede pare che voglia scrutarne ogni ruga, ogni menda; ma non sì tosto è perduto, quell’oggetto diventa per lei d’un valore inestimabile.

Mentre questo discorso si tenea nella sala, un altro avea luogo nello studio di Saint-Clare.

A Tom, che ansiosamente tenea sempre dietro al padrone, ve lo aveva veduto entrare da parecchie ore; e avendo quindi aspettato inutilmente che ne uscisse, si era alla fin fine deciso di farsi innanzi; e vi entrò leggermente. Saint-Clare stava sdraiato sopra il sofà, in fondo alla camera, colla piccola Bibbia di Eva spiegata sotto ai suoi occhi. Tom procedette e fermossi presso il sofà; esitò, ma Saint-Clare, vedutolo, sorse prestamente in piedi. Quella faccia di galantuomo, improntata d’un dolore così profondo, di una pietà sì affettuosa, d’un’aria così supplichevole, commosse l’animo del padrone. Pose questi la sua mano sopra la mano di Tom, e abbassò il capo.

— «Oh Tom, figliuol mio, tutto il mondo è per me vuoto come il guscio di un uovo.»

— «Lo so, padrone, lo so, — disse Tom. — Ma, oh se il padrone potesse alzar gli occhi lassù, là dove è la nostra cara Eva; lassù, all’amato Gesù Cristo!»

— «Oh Tom! guardo anch’io lassù; ma tutto è buio. Vorrei pur vedervi qualche cosa.»

[p. 300 modifica]Tom sospirò profondamente.

— «Pare che non sia stato concesso che ai fanciulli e alla buona gente come sei tu — riprese Saint-Clare — il veder cosa che noi non possiamo vedervi; ma come avviene ciò mai?»

«Tu l’hai nascosto al saggio ed al prudente, e l’hai rivelato ai fanciulletti — mormorò Tom; — tale, o Padre, fu il tuo beneplacito.»

— «Tom, non credo, non posso credere; mi avvezzai a dubitar d’ogni cosa — disse Saint-Clare. — Sento pur bisogno di credere a questa Bibbia, e nol posso.»

— «Caro padrone, pregate il buon Dio; ditegli: Signore io credo, aiutatemi a credere.»

— «Chi può comprenderne qualche cosa? — disse Saint-Clare, parlando seco stesso e con aria distratta. — L’amore, la fede, tutte queste belle cose non sarebbero che una fase passeggiera del sentimento umano, fuggevoli come un alito, prive d’ogni fondamento? Eva non è più; non vi è cielo; non v’ha Cristo; nulla!»

— «O caro padrone, Cristo c’è! Lo so; ne son certo — disse. Tom, cadendo ginocchioni a terra. — Credetelo, mio buon padrone!»

— «E donde argomenti che vi sia Cristo, o Tom? Hai tu mai veduto Dio?»

— «Lo sento nel mio cuore, o padrone; lo sento ora più che mai. O padrone, quando fui venduto, strappato dalle braccia della mia vecchia moglie e de’ miei figliuoli, mi sentii spezzare il cuore. Mi tenni per disperato; ma allora il buon Dio accorse in mio aiuto e mi disse: Tom, non temere; e ispirò la sua luce, la sua allegrezza nell’anima di questa povera creatura; vi infuse la sua pace; e quindi mi rassegnai; amo tutti, adoro la volontà del Signore, e mi trovo contento dovunque a lui piace di collocarmi. Ben sento che questa forza non deriva da me, perchè io sono una povera, miseranda creatura; mi viene da Dio; egli farà altrettanto a favore del mio padrone.»

Le lacrime, i singhiozzi interrompeano le parole di Tom; Saint-Clare abbassò la fronte sopra la spalla di lui, e strinse quella nera mano così fedele.

— «Tom, mi ami?» gli chiese.

— «Darei la vita, se un giorno potessi veder cristiano il mio padrone.»

— «Povero fanciullo insensato! — disse Saint-Clare, sollevandosi a metà. — Non son degno d’essere amato da un cuore così buono, così onesto com’è il tuo.»

— «Oh padrone! vi è ben un altro che vi ama più di me. Cristo benedetto Signor nostro è quegli che vi ama.»

— «E donde lo sai?» chiese Saint-Clare.

[p. 301 modifica]— «Lo sento nel mio cuore; l’amore di Gesù Cristo supera di lungo la nostra intelligenza.»

— «Singolare! — disse Saint-Clare, volgendosi altrove — singolare che la storia di un uomo il quale visse e morì, diciotto secoli or sono, possa commuovere talmente il popolo. Ma quegli non era un uomo — soggiunse subito. — Nessun uomo ebbe mai una potenza così lunga, così efficace! Oh se potessi credere ciò che mia madre mi insegnava, potessi ancor pregare come quando era bambino!»

— «Ciò dipende dal padrone — disse Tom — Miss Eva solea leggermi così bene questo libro! Bramerei che il padrone avesse la bontà di leggermelo. Nessuno me ne fece mai più lettura dacchè Eva se ne è andata.»

Era il capo undecimo del Vangelo di S. Giovanni, laddove racconta la risurrezione di Lazzaro. Saint-Clare lo lesse ad alta voce, fermandosi tratto tratto per vincere l’interna guerra che le circostanze di quella storia gli suscitavano. Tom gli si era inginocchiato innanzi, colle mani giunte, con espressione di amore, di rapimento, di adorazione, di solenne pace negli atti e nel sembiante.

— «Tom — disse il padrone — tutto ciò è vero per te?»

— «Vero, come se io lo vedessi, padron mio» rispose Tom.

— «Bramerei di avere i tuoi occhi.»

— «Prego Dio che ve li conceda.»

— «Ma, Tom, tu sai pure che io ho maggiore istruzione di te. Che penseresti, se io ti dicessi che non credo alla Bibbia?»

— «Ah no, padrone!» esclamò Tom, levando le mani al cielo, in atto di scongiurarlo.

— «Ciò potrebbe scuotere in qualche modo la tua fede, o Tom?»

— «Niente affatto» rispose Tom.

— «Eppure, Tom, devi convenire che io me ne intendo più di te.»

— «Oh padrone! non avete voi letto che Dio si nasconde al saggio, al prudente e si rivela al bambino? Ma il padrone scherzava ora....» soggiunse Tom ansiosamente.

— «No, Tom, non celiava. Io non sono affatto incredulo, e anzi ritengo che vi siano buone ragioni per credere; eppure non ho fede; è un cattivo abito che mi son fatto.»

— «Se il padrone volesse almeno pregare!»

— «E donde argomenti che io non prego?»

— «Prega dunque il padrone?»

— «Pregherei, Tom, se alcuno mi ascoltasse; ma tutto è muto, è sordo dintorno a me. Ma vieni, Tom, prega tu, insegnami come debbo pregare.»

Il cuore di Tom era pieno; e ruppe nella preghiera, come sorgente [p. 302 modifica]d’acqua viva a lungo rattenuta. Si vedea aperto che Tom era persuaso esservi alcuno che lo ascoltava; Saint-Clare si sentì elevato sull’ali della fede e dell’affetto, sino alle porte di quel cielo che nella sua mente ben sapeva raffigurarsi; gli parea di farsi più vicino ad Eva.

— «Ti ringrazio, figliuol mio — disse Saint-Clare, quando Tom si levò in piedi. — Godo in udirti, o Tom; ma ora vanne, lasciami solo, parleremo un’altra volta.»

Tom, silenzioso, uscì di camera.