La fine di un Regno (1909)/Parte III/Documenti vol. I/XVIII

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Documento XVIII

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Documento XVIII, volume I, cap. X.


Rivelazioni postume di Attanasio Dramis.


Questa narrazione del Dramis, che lascia supporre più di quanto non vi sia stato, ha due piccoli torti: uno di esser venuta fuori quarant’anni dopo, e l’altro di esser diretta, meno a scoprire la verità, quanto ad ingiuriare gratuitamente un brav’omo, amico e compagno anch’egli del Milano, Guglielmo Tocci, solo perchè questi disse al Misasi quanto fu da costui riferito in una intervista avuta col Tocci, e pubblicata nel Corriere di Napoli, 13 dicembre, 1897, col titolo: Ciò che la storia non sa. Il Dramis, benchè vecchio, si rivela uomo d’impeti e di passione, e ingiuria volgarmente il Tocci, perchè parve che questi escludesse dalle cause dell’attentato ogni fine o movente politico, e gli [p. 76 modifica]desse un movente quasi esclusivamente amoroso. Il Tocci dal canto suo riconosce che il giornalista gli fece dire più di quanto egli non dicesse, non avendo mai asserito, che Agesilao abbia sedotta Penelope Conforti, ma che ciò si era creduto dai parenti di lei, e questa credenza amareggiava Agesilao, non mai stanco di proclamare la propria innocenza. Ecco le parole del Dramis, pubblicate in una lettera ad Eugenio Conforti, che vide la luce nello stesso Corriere di Napoli del 31 dicembre 1898, e venne poi pubblicata a parte:

..."Quale era il vero disegno concordato in seno al Comitato di Cosenza? Era forse il regicidio? Neanche per sogno: era semplicemente quello di penetrare nell’esercito Borbonico, possibilmente nei corpi stanziati in Napoli, al solo fine di trovarsi a contatto col Comitato centrale, per discutere seriamente se un’iniziativa per bande nelle Calabrie potesse condurre ad un movimento generale delle province che si dicevano pronte di seguire il moto. Era su per giù lo stesso piano insurrezionale carcerario del 1851, infelicemente abortito nella sanguinosa catastrofe di quell’anno, nel castello di Cosenza. Di regicidio non si fece mai cenno, neanche fra me stesso ed Agesilao che in quell’occasione mi ospitava in casa sua, dividendo meco il suo lettuccio.

“Se non che negli ultimi giorni o meglio negli ultimi istanti della nostra separazione, in una magnifica notte di maggio, in cui fissavansi fra noi gli ultimi accordi, Agesilao in un impeto di esaltazione, propose a bruciapelo il regicidio, qualora la nostra missione rivoluzionaria fallisse, sembrandogli poco probabile la riuscita: era bello e affascinante in quel momento sotto l’entusiasmo delle memorie dell’antichità de’ Scevola e de’ Bruto. Io mi opposì energicamente a sì funeste tendenze, dimostrando la inutilità delle esecuzioni personali, anzi il pericolo che simili attentati potessero riuscire a fare il gioco del Murattismo, allora prevalente nelle provincie nostre..... La conclusione fu che in ogni modo si dovesse soprassedere, fino a quando ci fossimo riuniti in Napoli per deliberare definitivamente sul da farsi.....

“Ma la fatalità volle dividerci, aggregando me alla gendarmeria Reale di Salerno, ed Agesilao al 3° battaglione cacciatori in Napoli. Ecco come si spiega la mia corrispondenza con lui, sorpresa in parte dopo l’attentato nel sacco militare di Agesilao, l’ultima lettera mia più specialmente, che per fatali combinazioni, anzichè al suo recapito, cadde in mano della gendarmeria sullo stesso campo di Capodichino in seguito alla catastrofe avvenuta.1 Eran pochi righi di riscontro ad una recentissima lettera con la quale Agesilao mi [p. 77 modifica]confidava i suoi disgusti sulla morta gora politica di Napoli, le sue stanchezze nell’attendere più oltre l’energica decisione di riprendere inintiera la sua libertà di azione,,....

E in seguito il Dramis narra com’egli avesse divisato di recarsi in Napoli, temendo le conseguenze disastrose di un colpo di testa per far rimuovere il Milano da un possibile proposito regicida, ma non potè ottenerne il permesso; e poichè fidava di stornarlo dalle sue estreme risoluzioni, gli scrisse scongiurandolo di attenderlo. “Ma, dice il Dramis, era scritto sui fati d’Italia, che lo spettacolo storico di Muzio Scevola si riproducesse attraverso venticinque secoli, sopra un quadro anche più importante di attualità!„2


Note

  1. Tutto questo non è ben chiaro.
  2. Questa lettera suscitò altre polemiche, poichè F. S. Marchese volle a buon diritto rivendicare l’onore del giovane Domenico Antonio Marchese, suo congiunto, uno degli arrestati di Cosenza, e che leggermente il Dramis chiama autore di denunzie calunniose, per effetto delle quali, e non per altro, secondo egli afferma, Guglielmo Tocci, parente del Marchese, sarebbe stato arrestato in Napoli.