La giraffa bianca/8. L'inseguimento

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8. L'inseguimento

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7. In cerca del dottore 9. Assediati nell'isola

8.

L'INSEGUIMENTO


Mentre Kambusi cercava un guado e si preparava a fugare i coccodrilli, William, ritto sul suo cavallo, colla carabina in mano, sorvegliava le mosse dei negri. La cortina di fuoco si era a poco a poco spenta.

Ondeggiava però ancora molto fumo e questo bastava a nascondere i negri, i quali dovevano essersi sdraiati al suolo per non farsi fucilare dal cacciatore.

— Non si vedono; eppure sono certo che si avvicinano, strisciando come rettili — disse William.

Guardò verso il fiume e vide Kambusi, che, aggrappato alla criniera del cavallo, lottava vigorosamente contro la corrente, cercando di raggiungere la sponda opposta.

— Se non ha incontrato i coccodrilli, posso andarmene anch'io — disse. Stava per voltare il cavallo, quando un grido assordante si levò fra le erbe fumanti.

I negri, vedendo che il fuoco si era spento, correvano all'assalto della trincea, balzando come belve feroci e agitando forsennatamente le armi.

— Prendete, birbanti! — gridò il cacciatore. Disse, puntò l'arma e fece fuoco in mezzo agli assalitori, facendo cadere il più ardito.

I negri, spaventati, si fermarono un momento.

William profittò dell'occasione propizia e balzò nell'acqua che schiumava e gorgogliava. Il cavallo, già abituato ad attraversare i fiumi, nuotava meravigliosamente, fendendo la corrente col poderoso petto. I negri, vedendo sfuggirsi la preda, avevano scaricato i loro moschettoni e come sempre colpito nel vuoto. Anche le frecce non ebbero miglior fortuna. Già William aveva raggiunto Kambusi, quando i cavalli manifestarono un panico improvviso. Nitrivano, tremavano e alzavano la testa, guardando i loro padroni, come se domandassero aiuto.

— Padrone! — esclamò Kambusi con voce atterrita.

— I nostri cavalli sentono i coccodrilli — disse William. — Li vedi?

— Sì, uno sta per giungere, nuotando verso di noi.

Aveva appena terminato, quando una testa orribile, armata di due immense mascelle irte di denti acuti, apparve a pochi passi dal cavallo.

— Spara, Kambusi! — gridò William.

Il negro, che non aveva perduto la testa dinanzi al pericolo, fece fuoco nella gola aperta dell'anfibio, fracassandogli una mascella.

Il mostro, che aveva inghiottito contemporaneamente la palla, il fuoco ed il fumo, si tuffò, dimenando disperatamente la coda.

— Avanti ora! — gridò William, dopo aver caricato precipitosamente la carabina. Un altro coccodrillo apparve un po' più lontano. Con un colpo di coda fece un balzo innanzi, per afferrare il cavallo del cacciatore.

— Padrone! — gridò Kambusi.

— L'ho veduto — rispose William, facendo fuoco.

Anche il secondo mostro si tuffò, fuggendo verso la riva opposta. I due cavalli, liberati da quei pericolosi animali, raddoppiarono gli sforzi, mentre i negri sparavano qualche colpo di moschetto, senza osare di entrar nel fiume per paura di essere divorati dai feroci coccodrilli.

Quando quei ladroni videro i cacciatori raggiungere la riva opposta, la loro rabbia scoppiò terribile. Colpi di moschetto e frecce furono tirati in gran numero con grida e imprecazioni tremende.

William ed il suo compagno non si degnarono nemmeno di rispondere. Avendo dinanzi un bosco, vi si cacciarono dentro, spronando i cavalli.

— Subito al villaggio — disse il cacciatore.

— Seguimi, padrone — rispose Kambusi. — Fra mezz'ora o tre quarti d'ora al più vi saremo.

— Prima che le donne ci scorgano, fermiamoci.

— Che vuoi fare, padrone?

— Credi che io abbia scuoiato i leoni per solo capriccio?

— Non ti capisco.

— Mi capirai fra poco.

Il bosco non era folto. Formato da alberi altissimi, che sorgevano ad una certa distanza l'uno dall'altro, permetteva ai cavalli di galoppare liberamente. Tre quarti d'ora dopo, i due cacciatori giungevano sul margine del bosco. Al di là d'una pianura relativamente piccola, scorsero il villaggio, nel quale dovevano trovarsi prigionieri il dottore e Flok.

William scese da cavallo e sciolse la pelle del leone che arrotolata aveva appeso dietro la sella.

— Che fai, padrone? — chiese Kambusi.

— Mi preparo a far fuggire gli abitanti del villaggio senza far uso delle armi.

— In qual modo?

— Camuffandomi da leone. Tu sai che i negri hanno una paura immensa di queste belve.

— Ed entreremo nel villaggio con queste pelli addosso? — chiese Kambusi che scoppiava dalle risa.

— E fingeremo di divorare i due prigionieri. Così i negri non avranno alcun sospetto di noi. Facciamo presto.

Legarono i cavalli ad un tronco, si coprirono colle pelli dei leoni, accomodandole per bene onde l'illusione fosse perfetta, vi nascosero sotto le carabine e, gettatisi per terra, si diressero verso il villaggio.

Avevano attraversato la pianura e stavano per entrare entro la cinta approfittando della parte rimasta aperta, quando s'incontrarono con due negre che stavano per dirigersi verso il fiume ad attingere acqua.

Vedendo i due leoni, le donne fuggirono disperatamente, gettando i vasi in terra, e rientrarono nel villaggio gridando: — Fuggite! I leoni!...

In un momento vecchi, donne e fanciulli si rovesciarono fuori delle capanne, mandando urla di terrore. Vedendo i due leoni avanzarsi, scapparono dall'altra parte e, superata la cinta, si salvarono nella pianura, rifugiandosi nei boschi. Erano bastati pochi minuti perché il villaggio fosse diventato deserto. William e Kambusi, gettate le pelli, si slanciarono verso una capanna più grande delle altre, che si trovava sulla piazza del mercato e che supponevano contenesse i prigionieri.

— Dottore! — gridò William. — Siete qui?

— Amico! — rispose di dentro lo zoologo. — Siete voi?

— Potete aprire?

— È impossibile.

— E Flok?

— È con me.

— Aiutami, Kambusi.

Vedendo una scure, abbandonata dai fuggiaschi, William assalì la porta e con pochi colpi la sfondò.

Nell'interno, legati solidamente ad un palo, stavano il povero dottore e Flok.

— Siete libero? — esclamò il dottore che non poteva credere ai suoi occhi.

— E sono venuto a liberare anche voi, dottore.

— Ed i negri?

— Sono lontani, ma non perdiamo tempo. Fuggiamo prima che ritornino.

Tagliò le corde dei due prigionieri e li condusse fuori.

— Dove sono le vostre carabine? — domandò William.

— Saranno nella capanna del capo — rispose Flok.

— Andiamo a cercarle.

— Ed i nostri buoi? — chiese Kambusi.

— So dove sono.

— Riprenderemo anche quelli — aggiunse William.

Si diressero verso la capanna del capo, che si trovava pure sulla piazza del mercato, e trovarono le due carabine e tutte le munizioni.

Intanto Flok e Kambusi si erano inoltrati in un recinto dove stavano rinchiusi i buoi rubati dai negri e li avevano spinti fuori.

— Potremo condurli con noi, mentre i negri ci danno la caccia? — chiese Kambusi.

— Se ci vedremo stretti da vicino abbandoneremo gli animali — rispose William. — A me basta aver salvato i nostri compagni.

— Dove andremo? — chiese il dottore.

— Prima ci spingeremo fino al bosco dove abbiamo lasciato i cavalli — disse William. — Cercheremo quindi qualche nascondiglio e là aspetteremo che i negri ritornino al loro villaggio o che si stanchino di cercarci.

— Padrone, — disse Flok — vi è la foresta di Lusag a sette od otto miglia da qui, e colà nessuno verrà certo a cercarci.

— Andremo in quella foresta — rispose William. — Presto, raggiungiamo i cavalli.

Mentre attraversavano la pianura, il cacciatore raccontò allo zoologo le sue avventure, narrandogli per esteso la buona riuscita dello strattagemma per allontanare i negri dal villaggio.

— Ci lasceranno tranquilli? — chiese il dottore.

— Oh, non speratelo. Vorranno vendicare il loro capo.

— Credete che possano raggiungerci?

— Siamo in quattro e bene armati; sapremo respingerli. E voi, siete stato fatto prigioniero presso la palude?

— Sì, William. Avendo udito dei rumori dalla parte della palude, avevamo lasciati indietro i cavalli per esplorare il terreno. Non avevamo percorso cinquecento passi quando ci piombarono addosso i negri. Ne uccidemmo due, ma gli altri non ebbero molto da faticare per prenderci, essendo più di trenta.

— Vi hanno trattato male?

— Non posso dire che ci abbiano torturato. Erano però furiosi e avevano minacciato di farci mangiare dai leoni. Grazie del vostro aiuto, William. Senza di voi non so se saremmo riusciti a sfuggire dalle loro mani.

Erano giunti nel bosco, dove avevano lasciato i cavalli. Il dottore e William salirono sul più robusto, i due negri sull'altro e partirono a passo rapido, seguiti dai buoi, i quali avevano preso un piccolo trotto, essendo abituati a correre quando non sono aggiogati.

— Guidaci, Flok — disse William.

— Questo non è che il principio della grande foresta di Lusag — rispose il negro. — Fra qualche ora giungeremo nelle macchie e allora saremo costretti a procedere più lentamente.

— Non importa, purché possiamo nasconderci.

Per quaranta o cinquanta minuti i fuggiaschi si avanzarono nel bosco, prendendo faticosamente, poi giunsero in mezzo a macchie enormi. Era la foresta di Lusag, già accennata da Flok, una delle più grandi dell'Africa australe ed anche una delle più pericolose, essendo abitata da un numero infinito di animali più o meno feroci.

A destra, a sinistra, dinanzi e dietro il drappello dei fuggiaschi, gli arbusti s'innalzavano a venti o trenta piedi d'altezza ed il suolo era bruno, formato dall'accumulazione secolare degli avanzi della foresta, che costituisce un terreno caldo, di una potenza di vegetazione incredibile.

Trattenuta dall'argilla che si trova sotto, l'umidità nutritiva è aspirata da miriadi di radici, di cespugli, di erbe e di alberi di alto fusto. È un vero caos di piante, un miracolo di vegetazione. Dappertutto si vedono felci, erbe taglienti, trómbe, rosai, orchidee, uniti a festoni di liane, acacie, tamarindi, viti selvatiche, datteri selvatici e palmizi d'ogni specie, mescolati a piante che danno il copale.

È un labirinto inestricabile, dove tutte le piante si disputano ogni angolo di terreno, da dove lanciano i loro fusti con una ricchezza che solo può dare una serra calda come quella.

Tutte quelle piante, di una diversità meravigliosa non hanno resistenza. Basta tirare un giovane albero per sapere che il terreno non ha alcuna forza e che le radici non sono penetrate nell'argilla; anche quelle dei giganti della foresta non vi sono entrate profondamente, come si può vedere dalle loro radici a metà scoperte. Questa grande foresta, contrariamente alle altre che sono sempre così silenziose, è sempre in rumore.

Il ronzìo di migliaia d'insetti riempie la selva d'un rumore confuso, mentre un'ombra crepuscolare regna sotto gli alberi.

Si ode lo scricchiolìo di migliaia di mandibole, il fischio incessante di grilli enormi, il ronzìo di ali minuscole, la marcia di legioni sotto le foglie, il salto improvviso di qualche animale spaventato, il sussurrìo di formicai che si agitano, il ruggito delle ranofore. Alla notte poi si odono urla di sciacalli, risa di jene, brontolìi di leopardi, ruggiti di leoni.

— Che brutta foresta! — disse il dottore fermandosi. — Fa paura.

— Ma qui troveremo un asilo sicuro — disse Flok. — I negri non osano penetrare in queste macchie enormi.

— Sicuro!... — esclamò William. — Ma non pensi agli animali feroci?

— Vi è la tua carabina, padrone — osservò Kambusi.

— La quale s'incaricherà di fugarle tutte — aggiunse il dottore.

— Mettiamo, prima di tutto, in salvo i buoi — disse William. — Se li lasciamo liberi, le belve li divoreranno.

— Costruiremo un recinto — disse Kambusi. — Le piante spinose non mancano qui.

— Mettiamoci subito all'opera — soggiunse William. — Domani, io e Kambusi ci recheremo al fiume per vedere se possiamo guadarlo senza pericolo. Mi preme tornare al carro e riprendere la caccia alla giraffa bianca. Qui fra questi alberi ed in mezzo a questa oscurità non mi trovo bene.

— I negri saranno ancora sulle rive del fiume? — chiese il dottore.

— Non me ne stupirei. Devono essere doppiamente furiosi, prima per la morte del loro capo e di parecchi guerrieri, poi per la vostra fuga. Avranno trovato le pelli dei due leoni e avranno capito il bel tiro che abbiamo giuocato loro.

— Faranno di tutto per vendicarsi — disse Kambusi. — Il meglio che possiamo fare è di allontanarci presto da questa regione e di andarcene verso il settentrione.

— Ed è quello che faremo — disse William. — Intanto costruiamo il recinto per mettere in salvo i buoi.

Il materiale non mancava in quella immensa foresta. I due negri e William si misero subito al lavoro, mentre il dottore sorvegliava i buoi. La costruzione di quel recinto o kraal, come si chiamano nell'Africa australe, fu terminata prima che la notte scendesse.

Era composto di pali e di piante spinose, barriera sufficiente per impedire l'entrata se non ai leoni almeno agli sciacalli e alle jene. La cena fu molto magra, quella sera, composta unicamente di banani. Verso le dieci i due tedeschi si addormentarono, mentre i negri vegliavano a turno presso i fuochi accesi intorno al kraal. Le bestie feroci non mancarono di ronzare attorno al recinto, cercando di entrarvi. Prima furono le jene, poi gli sciacalli, quindi un leone, fugato con due colpi di carabina.

All'alba William e Kambusi erano in piedi per recarsi al fiume.

— È necessario andarcene presto o perderemo i buoi — disse il cacciatore allo zoologo. — Vi sono troppe fiere in questa foresta e anche noi non siamo sicuri. Fate buona guardia e non inquietatevi se tarderemo a ritornare.

— Non vi fate prendere — disse il dottore.

— I negri non ci avranno tanto facilmente — rispose William. Presero con loro alcuni banani, si orizzontarono con una bussola e si misero in cammino attraverso l'immensa foresta, che doveva terminare presso il fiume. Quella marcia fu estremamente difficile a causa della foltezza eccessiva delle piante, delle radici, delle liane e delle erbe altissime che crescevano dovunque; pure, verso il mezzodì, i due cacciatori, dopo aver sfondato una vera muraglia di verzura, giungevano sulla riva del fiume.

Nel luogo ove erano giunti, il corso d'acqua era largo centocinquanta metri e anche assai profondo. In mezzo si vedeva un isolotto coperto d'una folta vegetazione, lungo una trentina di metri e largo dieci o dodici. I due cacciatori osservarono subito che le rive dal fiume erano deserte.

— Probabilmente i negri hanno rinunciato ad inseguirci — disse William.

— Non fidartene, padrone — replicò Kambusi. — Io credo invece che ci cerchino attivamente.

— Pure non si vedono.

— Vuoi attraversare il fiume?

— Sì, ma dopo aver condotto qui i buoi.

— Attraversiamolo di notte, padrone.

— È un consiglio che accetto.

— Vuoi tornare?

— Vorrei prima procurarmi la colazione. Non abbiamo nulla da mangiare e siamo tutti affamati.

— Non vedo alcun animale.

— Ve ne saranno nel bosco.

— Pensa che i negri possono udire gli spari della tua carabina.

— Uh! Io li credo lontani invece. Torniamo nella foresta.

Volsero le spalle al fiume e si incamminarono fra le piante e le radici. Avevano percorso duecento metri, quando Kambusi si fermò, dicendo rapidamente:

— Non avanzare, padrone.

— Hai veduto un leone? — chiese il cacciatore.

— Ho veduto dei negri.

— Dove sono?

— Nascosti in mezzo a quei cespugli. Pare che cerchino le nostre tracce.

— Fuggiamo prima che ci vedano.

— E dove?

— Verso il fiume.

— Ci troveranno.

— Andiamo a nasconderci in quell'isolotto che abbiamo veduto.

— Una bell'idea, padrone.

I due cacciatori scivolando fra i cespugli raggiunsero la riva. Sebbene la corrente fosse assai impetuosa, essendo entrambi abilissimi nuotatori, decisero di gettarsi in acqua. Stavano per spiccare il salto quando Kambu si mandò un grido.

Una freccia partita dalla riva opposta gli si era piantata in una spalla. William, vedendo la canna ondeggiare ancora, la strappò, levando la punta insanguinata.

— Mio povero Kambusi — disse. Mentre il negro cadeva al suolo, William aveva armato precipitosamente la carabina e l'aveva puntata verso la riva.

Il feritore, dopo aver lanciato la freccia, si era prudentemente nascosto fra le piante, conoscendo forse l'abilità del cacciatore.

— Birbante! Ti ritroverò! — gridò William esasperato.

Depose la carabina e trascinò Kambusi in mezzo alle canne che coprivano la riva, onde metterlo al coperto da nuove offese.

— Come ti senti, Kambusi? — gli chiese.

— Perdo molto sangue. La punta si è infissa profondamente.

— L'ho già levata.

— Eppure provo ancora un dolore acuto.

— La piaga è più dolorosa che pericolosa — disse William, dopo averla guardata con molta attenzione. — Ti applicherò una compressa bagnata; l'acqua è molto utile alle ferite.

— Basterà arrestare il sangue, padrone.

— E potrai poi camminare? Non possiamo mica restare qui ora che siamo stati scoperti.

— Bisogna raggiungere l'isolotto.

— Potrai nuotare?

— Tu mi aiuterai.

— Aspetta che prima ti fasci la ferita.

Lacerò un fazzoletto, andò a bagnarlo al fiume e fasciò la ferita, per arrestare il sangue che ne usciva in gran copia.

— Ora andiamo ad assicurarci il passo — disse William, raccogliendo la carabina. — Abbiamo nemici su tutte e due le rive.

— Vengo anch'io, padrone.

— Mi viene un'idea.

— Quale, padrone?

— Se potessimo ritornare nel bosco? Potremmo trovare qualche rifugio e forse raggiungere i nostri compagni.

— Proviamo — disse Kambusi.

— Resta qui; intanto vado a vedere se abbiamo nessuno dinanzi.

Uscì dalle canne e si diresse verso la boscaglia. Appena attraversato un folto cespuglio vide un gruppo composto d'una mezza dozzina di negri.

Era stato già veduto ed i ladri avevano preparato gli archi.

William puntò il fucile e prima che le frecce partissero lo scaricò, dicendo:

— Eccovi un acconto per ora.

La detonazione era appena risuonata che uno degli assalitori, ferito mortalmente, apriva le braccia, cadendo al suolo come una massa inerte. I compagni del morto spaventati fuggivano, nascondendosi in mezzo alle piante.

— Questi non dimostrano molto coraggio — disse William. — E poi non hanno nemmeno un moschetto.

In due salti tornò verso la riva, raggiungendo Kambusi, il quale si era alzato sulle ginocchia armando la carabina.

— Siamo in un brutto impiccio con questi negri che ci piombano addosso da tutte le parti — disse William. — Dove fuggire?

— Ci stringono? — disse Kambusi.

— Sì e se non ce ne andiamo ci prenderanno.

— Dove vuoi fuggire?

— Preferisco tornare nel bosco. Puoi camminare?

— Appoggiato a te sì.

— Guarda, vi sono dei negri anche sull'altra riva.

— E si preparano a passare il fiume.

— Kambusi, andiamocene.

Lo prese sotto il braccio e lasciarono le canne, salendo cautamente la riva. Non vedendo nessuno, si cacciarono sotto le piante, camminando rapidamente fra i tronchi e le alte erbe. Avevano percorso duecento passi quando trovarono una piccola radura, la quale forava, per modo di dire, la foresta vergine.

Nel momento che stavano per entrarvi, Kambusi sempre attento, vide dall'altra parte di quello spiazzo una nuova banda di negri.

I nuovi sopraggiunti, posti sull'avviso dal colpo di carabina di William, s'avanzavano prudentemente, stendendosi su una larga linea che sbarrava il passo ai due fuggiaschi.

— Fermati, padrone! — disse il servo. — Se andiamo avanti siamo perduti.