La liberazione della donna/IX

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IX. Lettera all'on. Zanardelli

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Questa «lettera aperta» all’on. Zanardelli, relatore sul progetto di riforma elettorale, fu pubblicata in opuscolo dalla Mozzoni, ma venne riportata anche da «La donna» e dalla stampa radicale dello stesso anno 1881. Vi si trova il segno del suo passaggio dalla democrazia risorgimentale al socialismo: motivi convergenti di questo esito furono la solidarietà con i socialisti tedeschi colpiti dalle leggi eccezionali di Bismarck e la convinzione che la classe operaia internazionale, nella sua lotta contro ogni forma di discriminazione e di sfruttamento, dovesse assumersi come propria la battaglia per l’emancipazione femminile.


Illustre signore,

Se alcuno mi avesse domandato su quali argomenti presumessi vi sareste appoggiato per negare il voto elettorale alle donne avrei risposto che, essendo voi in fama di gran liberale e di buon ragionatore, mi pareva non poteste basarvi che sopra argomenti di opportunità, i quali vi erano facilmente somministrati dall’avere la vostra relazione per oggetto una riforma parziale della legge attuale. Tutti gli argomenti di principio sono troncati nel capo dalla filosofia moderna che non distingue fra l’uomo e il cittadino, e non pone fra l’uno e l’altro nell’esercizio dei diritti loro inerenti, che impedimenti d’indole accidentale, e removibili dall’individuo stesso, sempre padrone, per quanto è dalla legge, della propria sorte.

Gli argomenti di principio non possono che fondarsi su degli a priori che il metodo razionale rifiuta, come quello che si determina esclusivamente sulla certezza e sulla esperienza; o fondarsi sopra criteri storici che, se a prima vista possono vestire parvenza di criterii esperimentali, in realtà non sono tali, perché levati dall’ambiente filosofico, religioso, politico, giuridico e sociale nel quale nacquero e furono educati, non rispondono piú nel nuovo ambiente, talora tanto diverso da affacciarsi come ogni dí piú discutibile e ripugnante per molti e molte, quello stesso criterio che in altri tempi fu canone indisputabile e indisputato per tutte e per tutti.

E la prima parte della vostra relazione per quanto riguarda il voto delle donne è esposta secondo il metodo razionale. Voi andaste coscienziosamente in cerca di notizie o di fatti attuali, presenti; citaste autorità di uomini contemporanei; osservaste le donne di oggi, considerando che la questione è moderna; che, la legge deve proporsi al presente, e deve riflettere le donne oggi viventi. Queste ricerche scrupolose e larghe vi hanno condotto a dichiarare che se il voto si deve al censo, ci è dovuto perché contribuenti; se alla capacità, ci è dovuto perché intelligenti; se agl’interessi, ci è ancora dovuto perché ne abbiamo di veri e grandissimi.

Se valga l’autorità, abbiamo per noi scrittori e uomini di Stato illustri, e permettete che aggiunga per conto mio (dacché anche la nostra opinione val qualche cosa) donne che hanno difeso il nostro voto con un talento che supera ogni opposizione, come la d’Héricourt e la Stanton e la Howe e la Döhm, ecc., ecc. Se finalmente il fatto si stimi vittorioso d’ogni questione, voi presentate il fatto della questione già risolta, in parecchi Stati americani; in via di soluzione in parecchi altri, d’America e d’Europa; e constatate dove piú, e dove meno, una agitazione intesa a produrre lo stesso in Italia e in tutti i paesi civili.

Come mai voi democratico, voi razionalista, avete saputo ad un tratto far getto di tutti questi argomenti che chiamate efficaci, spogliando le esigenze del metodo razionale, come vi spogliereste del vostro soprabito, per gettarvi a capo fitto negli a priori, nei dogmi, nelle tradizioni, per poco non dissi nelle rivelazioni; per finire a premettere e dedurre come uno scolastico, a dogmatizzare come un Papa, a decretare come uno Czar?

«L’uomo e la donna», voi affermate, «non sono chiamati agli stessi diritti e doveri, agli stessi lavori, alle stesse fatiche.»

Chi ve lo ha detto on. Zanardelli? Qual Dio ve lo ha rivelato? Il contadino e la contadina non lavorano entrambi la terra? Il mercante e la mercantessa non esercitano entrambi il commercio? L’operaio e l’operaia non faticano entrambi pel pane quotidiano in mille modi diversi? Il maestro e la maestra non insegnano tutti e due? Il tutore e la tutrice, l’amministratore e l’amministratrice, l’artista uomo e l’artista donna, lo scrittore e la scrittrice, il professionista e la professionista non compiono gli stessi offici? Se trovate delle donne che lavorano faticosamente per la vita, trovate dei dragoni che vendono le piume e misurano i pizzi, e nella libertà del lavoro ognuno s’accomoda come può e come vuole. Che la generalità degli uomini si dia di preferenza a funzioni che vogliono la forza, e la generalità delle donne s’impieghi di preferenza in lavori di pazienza e di destrezza, altro non significa se non lo spontaneo apprezzamento della propria forza fisica; apprezzamento che ogni individuo fa per proprio conto e che nessuna legge può regolare.

Nelle funzioni nelle quali gli uomini si trovano soli, potete impugnare che non lo siano perché le donne ne furono escluse da leggi fatte dagli uomini? Se poi questa esclusione per lunga consuetudine, e analoga predicazione dogmatica, riesce ad acclimare la donna in un certo ambiente d’indifferenza per quelle funzioni e a educare in lei l’incoscienza delle proprie attitudini ad essa, chi, riflettendovi, non si avvede che la natura non è complice in questo fatto se non per la legge notissima della adattabilità?

La fisiologia sola assegna al maschio ed alla femmina di tutte le specie un compito diverso in faccia alla procreazione - eppoi? nulla, fuorché l’egoismo degli uomini, che citano, ripetono e continuano eternamente sé stessi, può avervi detto il resto.

«Sia pure», voi affermate di nuovo, «che la donna possa votare con intelligenza e indipendenza, ma a questo ufficio non è chiamata dalla sua esistenza sociale.»

E qui proseguite dimostrandola fatta ad una parte relativa, che non ha ragion propria, infeudata ed assorbita da interessi non suoi, non avendo scopo in sé stessa e non dovendosi nulla. Traducendo in lingua piana questa vostra teoria, essa verrebbe a dire: sia pure che li usignuoli abbiano ali, ma all’ufficio di volare non sono chiamati, dacché chiusi da noi in gabbia, ci dilettano col loro canto, e rallegrano le nostre uggie. Il qual ragionamento, dal punto di vista dell’egoismo è perfetto - scientificamente è uno svarione. Che se poi si metta a raffronto con gli argomenti e coi fatti esposti precedentemente da voi, non sembrano gli uni e gli altri appartenere allo stesso uomo.

«Suo dovere e suo officio», voi continuate, «ed insieme suo voto, e suo bisogno, essendo di dedicarsi alla assidua cura della famiglia, nessuna pratica può acquistare nei pubblici affari, a cui male quindi potrebbe rivolgere l’animo e l’intelletto.»

Oh, illustre Zanardelli! Non avete voi detto che le donne «posseggono indubbiamente tutt’i requisiti pell’esercizio del voto»? Non avete detto «che dalle funzioni regali ai piú umili uffici della vita quotidiana la donna diede e dà prova di saperli adempiere anche meglio dell’uomo»?

Come va che mi affermate adesso il contrario? Che, cioè, non può acquistare pratica dei pubblici affari, che a questi male potrebbe rivolgere l’animo e l’intelletto?

Ma su che cosa basate voi le vostre affermazioni? Se sul fatto - questo non si muta per accomodarsi alla vostra tesi del momento; se sulla induzione, è un metodo che può imporsi anche da un democratico, ma che non convince nessuno che abbia buon senso. Insomma, secondo voi, la donna può e non deve: - sa e non può sapere - ha fatto e fa, e non può fare! - oh, filosofo razionalista, la teorica della grazia sufficiente e coefficiente ha fornito il modello al vostro ragionamento!

Ma qui il vostro ossequio, del dogma, della rivelazione e della tradizione raggiunge il sublime, e assunte le proporzioni del melodramma, voi mi apparite quasi abbagliato pontificalmente intuonando «Noi gente di legge salica», ecc., secondato dal coro dei Crysales di tutt’i tempi: «Domi mansit, lanam fecit.»

E dopo tanto tempo, tante cose e tante generazioni non ci fate grazia ancora né di Lucrezia, né di Cornelia, né di Vetturia e di Volumnia, né di nessuno di quegli inesauribili vezzi ai quali

«il ferro e il foco domar fu dato»!

Come sarebbero stati orgogliosi quei rozzi quiriti se avessero potuto riconoscersi attraverso a piú decine di secoli e dopo due trasformazioni radicali, il cristianesimo e la rivoluzione, per bocca di un democratico, maestri tuttora proclamati di scienza sociale; essi, gl’inventori del terribile pater familias; il popolo presso il quale la schiavitú era piú tremenda che altrove, dove la moglie poteva ripudiarsi, vendersi, uccidersi e cedersi a sconto di debiti, dove il figlio ripeteva la vita e la libertà dal puro arbitrio paterno!

Quella piatta e tutta materiale esistenza cosí bene fotografata dal «domi mansit, lanam fecit», attraverso al quale non traluce da spiraglio alcuno, vita morale, dignità di persona, influenza d’amica, come ben si conviene a quella povera schiava che si aggomitola sopra sé stessa per occupare il minor posto possibile, che si fa tollerare, utilizzandosi come un utensile domestico!

Francamente - io ammiro quelle poche donne che seppero spezzare quella crosta di granito che le leggi e le consuetudini avevano condensato intorno ad esse e mandare ai posteri un nome glorioso per libere virtú; esse, nate e vissute schiave, fra un popolo di despoti!

Ma quanto apprezzo quelle grandezze, sprazzi solitarii di luce in un abisso di tenebre, altrettanto meraviglio che un democratico, che voi, giureconsulto eminente, voi, figlio di padri redenti dalla proclamazione del diritto umano, rimorchiandoci attraverso i secoli, ci riconduciate alla autorità di quei tempi e di quelle generazioni. Scienza e consuetudini; fatti e ideali hanno educato altri uomini ed altre donne - né potreste impugnare che nelle varietà delle opinioni che si dividono le menti nel nostro tempo, voi democratico, e rappresentante un Governo liberale ci imponete la opinione la piú ritardataria; quella che va riducendosi ogni dí piú di aderenti e di autorità; quella che lo indirizzo educativo delle donne va ogni dí piú smentendo; quella dalla quale si vanno staccando successivamente interi Stati, e la cui totale disparizione stanno alacremente preparando le masse socialiste colle rivoluzioni, la filosofia dalle cattedre, la scienza tutta col suo metodo apertamente scettico e sperimentale; la stessa crisi economica, disperdendo la famiglia e stimolando l’individualismo femminile.

Gratuitamente quindi, on. signore, voi asserite che le donne terrebbero il voto qual dono sgradito e vi rinuncerebbero. La vittoria da esse ottenuta in parecchi Stati americani, non fu loro largita graziosamente - nessun despotismo ha mai abdicato di proprio moto - fu il frutto di una lotta di 50 anni, nella quale le donne si mostrarono cosí diverse dal tipo rinato da Manú, che bisognò pur convenire essere esse fatte per tutti gli uffici sociali ed adattabili a tutte le riforme nelle quali si esplica la attività e la intelligenza umana; restando provato che la femmina è contenuta nella donna, e non la donna contenuta nella femmina; come il maschio non circoscrive l’uomo, bensí l’uomo circoscrive il maschio...


... Voi avete voluto scapezzare la questione e fermare il carro del progresso gettandogli fra le ruote il bastone tarlato dai secoli del principio salico. Non solo non avete raggiunto lo scopo, ma avete fatto fare un passo gigante alla nostra causa, poiché a chi legge la vostra dotta relazione, salta all’occhio la efficacia razionale dei motivi che militano pel voto delle donne, e l’indole teologica degli argomenti di cui vi avvalorate per impugnarlo; fa meraviglia che voi, abile avvocato quant’altri mai, fornite voi stesso col vostro capitolo la prova contraria di quel che affermate; poiché se la natura della donna ripugnasse alle funzioni che le negate, essa non la avrebbe cercata mai, e in nessun luogo, neppure si sarebbe affacciata alla mente di alcuno, la questione non esisterebbe, e il vostro capitolo sarebbe soverchio.

Dovete quindi essere persuaso che, se il vostro diniego sarà approvato dalla Camera, che composta tutta di uomini, è nella causa, tutt’insieme legge e principio, giudice e parte, non avrà scosso le convinzioni di nessun ragionatore spassionato e obiettivista.

Perdonate, illustre signore, se nel concerto meritato di elogi che ha accolto la comparsa del vostro monumentale lavoro, io, oscura e sola, ho alzato una nota discordante.

Io dovevo a tutte le donne intelligenti che, in Italia e fuori, lottano contro il principio d’ostracismo dalla vita nazionale che voi ci scagliate contro; ed alle masse femminili che lotterebbero se non fossero soggiogate da pregiudizii, intimidite dalla contradizione o impedite da dispotismi famigliari e officiali (e sono molte), di protestare contro il vetusto sistema di disporre di noi come di cose, da un punto di vista esclusivamente vostro: infiorandoci l’ingiustizia con dei lirismi o delle esteriorità rispettose; mentre nel fatto, leggi e regolamenti fanno a gara nel trattarci come gente conquistata fra un popolo di conquistatori.

Indarno tenterete ridurre alle proporzioni della odalisca le donne dell’Occidente che arsero, eretiche, sui roghi, lottando con voi contro il dispotismo dogmatico; spirarono sui patiboli preparando il rivolgimento filosofico e politico con la massoneria; morirono vittime della rivoluzione con Madame Roland benedicendo alla rivoluzione; la illustrarono con libri immortali con la Staël, con la Sand, e con la d’Héricourt, e accompagnarono voi stessi nella reazione contro la straniera signoria.

Noi non siamo fatte per quella parte da codine e da sultane valide - abbiamo altro sangue nelle vene, altri ideali. Noi sdegniamo le tenebrose influenze da serraglio nelle quali volete circoscrivere la nostra attività, e rinunciamo ai modi tortuosi di difesa che ci prestano le vostre passioni.

Sentiamo dignità di persona e ci riconosciamo il diritto di avere opinioni, sentimenti e interessi che debbono farsi valere alla luce meridiana, educando le vostre coscienze alla giustizia e avvezzando le vostre orecchie a sopportare la verità.

Io non vi conosco, on. signore, all’infuori che per la fama che le opere vostre vi hanno procacciata. Questo vi assicura che, esponendo nella presente lettera, con tutta franchezza, le ragioni del mio sesso, non resta in me minore il rispetto dei vostri meriti altissimi e il sentimento della vostra grande autorità.

Note

  1. Lettera di A. Maria Mozzoni all'onorevole Zanardelli, relatore sul progetto di riforma della legge elettorale, Roma, Stabilimento Tipografico Italiano Perelli, 1881.