La liberazione della donna/VIII/2

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VIII. Parole al comizio dei comizi
2. Seduta 12 febbraio

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La Lega promotrice degli interessi femminili che io rappresentava, intendeva che provocassi una affermazione che io proposi nel mio ordine del giorno. Un piccolo gruppo di rappresentanti e una parte della presidenza tenevano acché questa affermazione non fosse fatta.

Questa divisione della presidenza in destra e sinistra fu avvertita da tutta l’assemblea, e ne porse il documento l’ordine del giorno di Alberto Mario, il quale ritenendo sottinteso il voto della donna nel suffragio universale passava all’ordine del giorno puro e semplice.

La causa del coraggio e della giustizia deve alla energia, imparzialità e perizia del presidente, l’on. Agostino Bertani, di aver potuto approdare, spinta e risospinta qual era fra le burrasche di ordini del giorno sospensivi, semisospensivi, semplici e graduatorii che, attraverso a votazioni tumultuose avrebbero potuto, con minore abilità o lealtà nel presidente, prestare all’equivoco...


... L’ordine del giorno Luzzatti, sospensivo, concludeva che né la donna era matura, né la questione; e che la donna sta ancora troppo sotto l’influenza del clero - che il Comizio non doveva emettere voti platonici, ma che la democrazia pensasse invece a educare la donna onde renderla capace del voto in tempo piú o meno prossimo...


... Non poteva affidarmi il voto espresso dal signor direttore della «Ragione», che la democrazia si mettesse sul serio a educare la donna. Io sono convinta di una convinzione che è creata dall’esperienza d’ogni giorno, che la democrazia non penserà mai sul serio alla donna se non quando avrà bisogno del suo voto. Finché ne potrà far senza, il giornalismo democratico sarà inesauribile fino alla noia nei suoi epigrammi contro le donne che professano dottrine di libertà, il che è mezzo infallibile per tenere indietro tutte le altre, salvo poi a rimpiangere nelle grandi occasioni con frasi a freddo, di non poter riconoscere il diritto alle donne perché, pur troppo, non sono mature!

Il signor Napoleone Colajanni espose una teorica, non nuova per verità quando nei piccoli crocchi si fanno chiacchiere semiserie, ma nuovissima quando pretenda essere accettata. Egli si oppose al mio ordine del giorno sostenendo non esservi fra l’uomo e la donna parità di doveri e non poter esservi quindi parità di diritti - dacché la donna non presta il servizio militare. Davanti a questa dottrina non v’è principio filosofico che ci abbia nulla da vedere - siamo sbalzati nell’ordine empirico e convenzionale - tutt’al piú si potrebbe discutere se renda migliore servizio allo Stato la donna che partorisce o il soldato che uccide. - So di un diritto basato sul criterio del censo. So di quello basato sul criterio della capacità. So di un suffragio universale plebiscitario che sorvola ai criteri speciali - ma non ho mai saputo di un diritto elettorale che possa basarsi sull’adempito servizio militare. So anzi essere sul terreno pratico una spinosa questione l’accordare il voto al soldato versando egli pure, per la ferrea disciplina che lo costringe, in condizioni tali che il suo voto non potrebbe, nella gran maggioranza dei casi, che palleggiarsi fra la dipendenza e la prepotenza.

Che se potesse accettarsi una cosí assurda base di diritti, quanti oggi elettori non lo sarebbero piú? Le stature mancanti, i malati, i deformi, tutti coloro che per casi varii non prestano il servizio militare.

Insomma il voto elettorale diverrebbe il privilegio dell’esercito. Filosofia e democrazia nascondetevi!

Gl’incunaboli del diritto feudale trasformati nella ultima conclusione del Comizio del suffragio universale!

Il signor Colajanni teme che l’Italia prenda delle inconsulte iniziative. Il voto dato alle donne è per lui un salto nel buio.

Eccomi dunque a rischiarare il buio. Nel Massacciussets, nel Tenessee, nell’Utah le donne votano. Nel Wyoming esse votano, sono giudici di pace e giurate, e tutto ciò da ben 14 anni.

Che ne venne? Ne venne la epurazione nel personale legislativo, un sensibile miglioramento nelle leggi, maggior ordine e moralità nelle elezioni. Ecco gli effetti del salto nel buio.

La «Voce della Verità» mi ha fatto dire che «se il sesso forte non accetterà la emancipazione della donna si condannerà al ridicolo ed alla impotenza» e più giù mi mette in bocca le parole, Repubblica, e idee repubblicane. - Ora il mio argomento era ben circoscritto e definito e mi vi sono rigorosamente contenuta.

Il mio ordine del giorno chiedeva al Comitato un’affermazione del diritto della donna al voto. Io non pronunciai le parole: sesso forte, emancipazione, Repubblica. Le divagazioni, la rettorica, li aggettivi senza concetto, le amplificazioni inopportune non sono mio stile - e tanto più me ne guardo in quanto che la mia tesi ha stretto bisogno di essere denudata dalle frondosità, dalle declamazioni e dalle esuberanze delle quali inabili amici e poco leali avversarii l’hanno ingombrata dandole parvenze strane e inaccettabili.

All’ordine del giorno Mario che sorvolava alla affermazione temendo di cadere in un pleonasmo quasiché il diritto della donna avesse avuto a quest’ora tante proclamazioni da esserne il mondo intontito, io opposi che ben 70 Comizi avevano affermato in Italia il suffragio universale, che da ben due anni i fogli della democrazia e le sue adunanze ne rigurgitavano, che pur tuttavia non si credeva aver fatto abbastanza - si pensava ad affermarlo solennemente in faccia al popolo ed a mantener viva l’agitazione fino a che l’affermazione del principio fosse trasformata nel fatto. Come dunque poteva il Comizio temere di cadere in un pleonasmo affermando formalmente una volta un principio che dichiarava di accettare implicitamente? Temeva esso una deliberazione precipitosa e inconsulta?

Ma io non cercavo una legge, né il Comizio avrebbe potuto darmela.

Esso non poteva che fare una proclamazione di principio che fosse patto, parola d’ordine, indirizzo per la democrazia. Avrei capito che posta la questione in un Parlamento sorgessero questioni di modo, di misura, di opportunità. Ma non potevo accettare restrizioni e misure in un Comizio dove la questione non si presentava e non poteva presentarsi che come principio.

Da oltre un secolo la Costituente proclamava i diritti dell’uomo e oggi ancora se ne discute la possibilità, il modo e la misura d’applicazione. Si poteva ragionevolmente temere che all’indomani della proclamazione del voto della donna il mondo ne andasse sossopra? Epperò esclamai: «Quando la democrazia esitasse davanti alla franca affermazione di questo canone fondamentale qual è la ricognizione del diritto umano in ogni persona umana, essa sarebbe tanto illogica e mostrerebbe tanta incoscienza di sé da cadere nel ridicolo e nella impotenza.»

E finii con queste parole:

«Se temeste che il suffragio affermato alla donna spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! V’è chi provvede freni efficaci - v’è il Quirinale - v’è il Vaticano - v’è Montecitorio e palazzo Madama - v’è il pergamo ed il confessionale - v’è il catechismo nelle scuole e v’è... la democrazia opportunista!»

Il mio ordine del giorno fu votato alla quasi unanimità. Alcuno disse per sorpresa. Non posso crederlo. Era stato letto tre volte. L’assemblea respinse la chiusura proposta da qualcuno - respinse a grande maggioranza gli ordini del giorno puri e semplici e sospensivi, e li respinse con prontezza e chiarezza. Evidentemente accettava il principio. Oscillò davanti all’ordine del giorno graduatorio proposto dal signor Vassallo, e poscia si decise a gran maggioranza pel mio.

E con questo credo aver reso conto ai miei mandatarii del modo col quale ho disimpegnato e dell’esito che ha avuto la missione affidatami dalla loro fiducia.