La mia vita, ricordi autobiografici/XXI

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Capitolo XXI. La primavera dell'ingegno

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XXI.

La primavera dell’ingegno.

Nel 1875 il Dazzi mi consigliò a scrivere un libro per i ragazzi1; e quantunque il pubblicarlo allora fosse molto meno facile di quel che non sia oggi, e le ideine viete di quel tempo non incoraggiassero molto una donna giovane a tentare colla virtù dell’ingegno vie nuove2, pure il consiglio mi andò a genio e lo seguii. Mi spuntò nel cervello l’idea di narrare «Le memorie di un pulcino» e in poco tempo il libro, un libriccino [p. 131 modifica] smilzo e modesto, fu pronto. La difficoltà di trovare un editore fu appianata in men che non si dica dal Dazzi, il quale nel rivolgersi agli editori Paggi, sapeva bene che non gli avrebbero opposto un rifiuto. Il manoscritto, raccomandato caldamente dal maestro, fu letto accettato e... pagato. Per la prima edizione ebbi un compenso di trecento lire, col patto che ne avrei ricevute altre cento ogni volta che si sarebbe fatta una nuova edizione del libretto. A me, assolutamente nuova in materia di contratti, e assolutamente ignara di quel che, in materia commerciale, si chiama un buon affare, il compenso di trecento lire per la prima edizione parve una cosa miracolosa. Non mi pareva possibile che quel povero libruccio che per essermi uscito quasi di getto dal cervello, m’era costato così poca fatica, dovesse valer tanto. L’esito librario delle «Memorie del Pulcino» fu enorme.

Sul primo, ai benevoli amici nessuno potè levar di mente che autore del volume non fosse stato il Dazzi e che sull’accettazione e sulla fortuna del povero libricciuolo non influisse la modesta avvenenza della mia fisonomia. Questa opinione — che sembrerà ridicola oggi, in tempi di femminismo — era più che naturale in quegli anni in cui lo sviluppo della cultura femminile era pressoché odiato. Delle «Memorie di un Pulcino» sono state fatte fino ad oggi parecchie edizioni, e ciascuna edizione, come usavano allora i fratelli Paggi per libri che incontravano il pubblico favore, ebbe una larghissima tiratura. Quindi, dal punto di vista finanziario non credo che i fratelli Paggi, almeno per la vendita di quel volume, abbiano perso molto. [p. 132 modifica]

La purezza e la semplicità dello stile e la originalità della trovata (credo di essere stata in Italia la prima a tentare quel genere di letteratura) oltre che alla diffusione dell’opera cooperarono anche alla mia notorietà presso i letterati e gli scrittori già molto noti. Fra i primi elogi, e i più grati, debbo certo metter quelli del buon Collodi che conobbi in quel tempo nella bottega del Paggi insieme con Giuseppe Rigutini, Silvio Pacini e il grande scienziato Filippo Pacini e col quale conservai relazioni di affettuosa amicizia fino all’epoca della sua morte, cioè fino al 18913. [p. 133 modifica]

Di quelle famose «Memorie di un pulcino» che per essere un lavoro giovanile ne ebbe forse tutti i difetti, sono, fino ad oggi, rimasta la vittima, giacchè, quantunque in venticinque anni di lavoro letterario abbia scritto delle pagine più alte e più degne di quelle, non è infrequente il caso di sentirmi rivolgere da qualche amico o da qualche amica parole di congratulazione... retrospettiva. Proprio come se in questi venticinque anni di lavoro non avessi fatto altro. Ah, come sono adorabili gli amici!

La fortuna del «Pulcino» — a cui due o tre anni sono detti un «seguito» che letterariamente supera in merito il primo volume, ma che commercialmente ha avuto un esito molto più limitato4 — m’aprì la via e fu sempre presso i Fratelli Paggi che in seguito venne pubblicata la più gran parte dei miei libri, specie quelli scolastici. E a proposito dei miei libri scolastici, mi par giunto il momento di raccontare la loro fortunosa odissea, staccandomi dal filo cronologico che guida il mio racconto.

Dopo alcuni anni di insperato favore nei quali la commissione centrale per l’approvazione dei libri di testo, inalzò alle stelle ogni mia opera, prescrivendone la [p. 134 modifica] lettura nelle scuole; dopo che in moltissime città dell’Alta Italia e del mezzogiorno i miei libri furono adottati (Firenze eccettuata e si capisce...) la fortuna cominciò a volgermisi contro. Per ispiegar meglio le cose aggiungerò che la «Commissione centrale» istituita, credo, dall’onorevole Baccelli, aveva l’incarico di leggere tutti i libri che si pubblicavano per le scuole elementari e di sceglierne dopo un accurato esame — una lista la quale veniva sottoposta all’approvazione del ministro. E il ministro, si capisce, approvava sempre. I maestri — dal canto loro — dovevano scegliere per le loro scuole come libri di testo, soltanto nella nota dei volumi approvati. Tutti gli altri (e si trattava di centinaia di volumi) rimanevano esclusi. Quindi lo sviluppo di un intero ramo di commercio dipendeva, come si vede, dal giudizio non sempre imparziale di una commissione, la quale era composta di bravissima gente, ma che si intendeva di educazione, e specialmente di educazione moderna, quanto io mi intendo di ingegneria elettrica. Alla Minerva piovvero proteste di tutti i generi e di tutti i colori: e la commissione, dura. Questa commissione, la quale, non si capisce perchè, approvava dei libri che contenevano manifestamente errori di scienza, di pedagogia, di stile e di lingua, mettendone da parte altri benissimo compilati, cominciò ad avere in uggia me e il mio nome, e a scartare i miei libri scolastici per partito preso. Bastava che su un volume fosse scritto «Ida Baccini» perchè i giudici lo bocciassero. Siccome la benemerita commissione non giustificava pubblicamente, referendo ne’ giornali o nel bollettino dell’Istruzione, il suo operato, bisognava rassegnarsi alla condanna senz’appello, e perder nome e quattrini soltanto per il capriccio di [p. 135 modifica] pochi malevoli. Veramente l’appello era possibile; bisognava ricorrere al Consiglio Superiore; ma non volli adoperare gli estremi rimedi che in ultimo, quando proprio non ne potei più. Corsi a Roma per due volte, cercando di avvicinare, e magari di bistrattare il mio giudice; ma i componenti la commissione fecero a scaricabarili e mi dissero che il «relatore» delle mie opere era a... Frascati. Con quella bella scusa, tutti si professarono miei amici ed ammiratori, ed io non potei sapere chi fosse il vero Pandolfo.

Intanto bisognava modificare, aumentare, diminuire il «libro scolastico» secondo gli intendimenti pedagogici di quei signori, e siccome al mio editore premeva per la diffusione del mio libro nelle scuole, che i volumi fossero approvati, così egli mi esortava a camuffare in modo più ridicolo e più antipedagogico, quelle povere mie opere in cui avevo messo tanto sentimento e tanta arte. Dal mio punto di vista, cioè dal punto di vista di un commerciante, egli aveva pienamente ragione. Non ne aveva dal punto di vista estetico; ma sì! andate a parlare di estetica a un editore, e specialmente a un editore arrabbiato!

Alla terza bocciatura, ingiustificata e ingiustificabile, presi il treno me ne ritornai a Roma, presentando un ricorso al Consiglio Superiore. Appostai nei corridoi della Minerva Pasquale Villari (mi ero già precedentemente intesa col mio buono e caro amico Paolo Lioy) e gli esposi il mio caso. L’on. Villari promise assai frettolosamente di interessarsene e se ne andò con grandi gesti rassicuranti. L’ebbi vinta, e i miei libri dovettero passare. Ritornata a Roma pochi mesi dopo per i miei affari trovai da Aragno alcuni dei [p. 136 modifica] componenti la commissione, i quali mi vennero incontro a braccia aperte, complimentandomi del mio successo. «Brava, brava, brava! faccia sempre così! — mi dissero. — Era troppo giusta! Se lo meritava!» Ah, terribili coccodrilli!

I capricci della commissione ministeriale non mi permisero mai di spiegare e di applicare nei miei libri tutta la teoria pedagogica che da anni ed anni mi frullava pel cervello. Dovei esporla in centinaia di articoli giornalistici che di tanto in tanto, dopo una opportuna scelta, riunivo in volume. Molti innovamenti pedagogici teorici e pratici furono da me preveduti e dichiarati fino da parecchi anni or sono, nei loro più minuti particolari. La prima idea delle scuole professionali, che in Francia, in Svezia, in Germania e in Danimarca, fanno al giorno d’oggi tanto furore, è stata mia. E siccome nessuno ancora l’ha detto, lo dico da me, perchè voglio risparmiare ai critici dell’avvenire un compito gravoso.




  1. In questo tempo, giorno più giorno meno, al compianto Tommaseo successe nell’Accademia della Crusca Pietro Dazzi. A proposito di quella nomina che ad alcuni parve non meritata nacquero delle polemiche sui giornali d’allora e specialmente sul Fanfulla, La polemica sul Fanfulla dette occasione al poeta fiorentino Emilio Frullani di scrivere questo grazioso epigramma che ricopio testualmente da un biglietto del Dazzi:

    Il Fanfulla col Dazzi s’accapiglia
    Perchè i Cruscanti l’han creduto adatto
    A volgere il buratto.
    Non capisco in che stia la meraviglia,
    Che i Dazzi in questo critico momento
    Sono il quinto elemento,
    Ed era natural che, prima o poi,
    Anche la Crusca avesse i dazzi suoi.

  2. Basti il dire che Felice Paggi, editore del mio primo libro, mi consigliò a non firmarlo o - se proprio ci tenevo - a non scrivere per intero il mio nome di donna. — Basterà l’iniziale — aggiunse — così molti lo crederanno dovuto a penna maschile!!
  3. Delle lettere di congratulazione per il mio «Pulcino» non credo opportuno riportarne alcuna, anche se scritta da grandi nomini; perchè anche allora, come ora, la cortesia — specialmente trattandosi dell’opera di una donna — vinceva la mano alla sincerità. Faccio eccezione per questo biglietto del mio caro e venerato amico Atto Vannucci, la cui lode compensò forse le lunghe amarezze che dovetti sopportare da amiche... benevole le quali digerivano male il successo del libro modesto.

    Egregia Signora Ida,

    Firenze, 3 novembre 1876.

    Ieri accompagnato da una sua gentilissima letterina mi giunse il bel Pulcino. Da un pezzo sapevo di questo racconto. Ne sentii parlar bene più volte e godei con tutta l’anima della lode che ne veniva all’Autrice. Ora che con tanta cortesia me lo ha donato mi sono messo a leggerlo subito e arriverò quanto prima alla fine.
    Intanto mi affretto a ringraziarla del caro dono e del gran piacere che con esso mi ha dato. Vedo che nei suoi studi ella ha fatto un gran passo. La sua vecchia maniera di scrivere è affatto scomparsa.
    Il nuovo stile è semplice, elegante, grazioso e schiettamente italiano, e veste belli e buoni pensieri. Me ne congratulo molto con lei. Per questa via ella può far molto bene agli altri e procacciar lode e conforto a sè stessa.
    Io le auguro ogni bene più caro e sarò lieto ogni volta che mi si offra l’occasione di far cosa che possa tornarle gradita. Voglia accogliere i miei più cordiali saluti e mi creda, come sempre

    Dev.mo e aff.mo suo
    Atto Vannucci.


  4. «Come andò a finire il Pulcino».