La persuasione e la rettorica (1915)/La rettorica nella vita/Gli organi assimilatori/Come la κολακεία sociale si diffonda: la δυσπαιδαγωγία

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
II. Gli organi assimilatori

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
II. Gli organi assimilatori
La rettorica nella vita - Come si costituisca la κολακεία sociale La persuasione e la rettorica (1915)


                                        ...μὴ πρότερον μήτε τῶν ἑαυτοῦ μηδενὸς ἐπιμελεῖσθαι πρὶν ἑαυτοῦ ἐπιμεληθείη ὅπως ὡς βέλτιστος καὶ φρονιμώτατος ἔσοιτο, μήτε τῶν τῆς πόλεως, πρὶν αὐτῆς τῆς πόλεως, τῶν τε ἄλλων οὕτω κατὰ τὸν αὐτὸν τρόπον ἐπιμελεῖσθαι.

[PLATONE] v. Ap., 36 c.



Gli uomini che vogliono aver molta legna, non tagliano dalla radice gli alberi forti (come le querce), ma si tengono caro l’albero che per loro è una fonte di ricchezza. Non lo ammazzano ma tanto lo tengono in vita quanto basti perché non muoia e nel modo come possa produrre più legna. Molte volte accade di passar per queste mezze-radure dove la terra sembra far qua e là groppi di forza esuberante. Questi groppi bassi sono i grossi vecchi tronchi con le loro potenti radici – ma distorti, mutilati da ogni parte per i ripetuti tagli. Si direbbero morti ormai, se non che attorno aIla cicatrice dell’ultimo taglio questi centenari – che avrebbero potuto continuare a levare il loro grosso tronco diritto ed alto e stender la verde corona che resiste a ogni vento – sfogano a fatica e con dolore in parecchi deboli germogli la loro forza che sopravvive a ogni insulto. E quando i gerrnogli siano cresciuti e s’ergano diritti al cielo, nuovamente verrà il piccolo uomo con l’accetta e mutilerà il vecchio tronco inesausto, ma non lo ucciderà perché pur mandi nuovi germogli e gli dia sempre ancora legna da ardere. – Poiché egli non ha piacere dell’albero quando esso gli cresca alto e forte, θαῦμα ἰδέσθαι, secondo la sua natura, ma lo riduce ad una fabbrica di legna perché è questa che gli è utile.1

Così anche il piccolo uomo non ha piacere del suo compagno quando questi cresca forte e sano e sicuro secondo la sua natura, ma con l’arma della società mutilandoIo, così lo foggia perché egli gli produca cose utili al suo corpo.2


La peggior violenza si esercita così sui bambini sotto la maschera dell’affetto e dell’educazione civile. Poiché colla promessa di premi e la minaccia dei castighi che speculano sulla loro debolezza e colle carezze e i timori che alla loro debolezza danno vita, lontani dalla libera vita del corpo, si stringono alle forme necessarie in una famiglia civile: le quali come nemiche alla loro natura si devono appunto imporre colla violenza o colla corruzione. Più ancora la stessa fede, la stessa volontà del bene è sfruttata per l’utile della società. La grande aspettazione d’un valore è via via adulata con la finzione d’un valore nella persona sociale che gli si tien sempre davanti agli occhi come quella che egli debba, imitando, in se stesso educare. «Tu sarai un bravo ragazzo come quelli che vedi là andare alla scuola, sarai come un grande». Gli si forma il mito di questo bravo scolaro grande, e ogni cosa appartenente allo studio, alla scuola acquista un dolce sapore: l’andare a scuola, la borsa per i libri ecc. E si forma la gerarchia dei valori in rapporto alla superiorità della classe: «Se sarai bravo, il prossimo anno, non scriverai più sulla lavagna, ma in quaderno!» e con l’inchiostro!». Tutti approfittano di quest’anima in provvisorio che sogna «il tempo quando sarà grande», per violentarla, «incamiciarla», ammanettarla, metterla in via assieme agli altri a occupare quel dato posto, e respirar quella data aria sulla gran via polverosa della civiltà.–


Fin dai primi doveri che gli si impongono, tutto lo sforzo tende a renderlo indifferente a quello che fa, perché pur lo faccia secondo le regole con tutta oggettività. «Da una parte il dovere dall’altra il piacere». «Se studierai bene, poi ti darò un dolce – altrimenti non ti permetterò di giuocare». E il bambino è costretto a mettersi in capo quei dati segni della scrittura, quelle date notizie della storia, per poi avere il premio dolce al suo corpo.

«Hai studiato – adesso puoi giuocare!».

E il bambino s’abitua a considerar lo studio come un lavoro necessario per viver contenti, se anche in sé sia del tutto indifferente alla sua vita: ai dolci, al giuoco ecc. Così gli si impongono le determinate parole, i determinati luoghi comuni, i determinati giudizi, tutti i καλλωπίσματα della convenienza e della scienza, che per lui saranno sempre privi di significato in sé ed avranno sempre soltanto tutti quel costante senso: è necessario per poter avere il dolce, per poter gluocare in pace: la sufficienza e il calcolo.

Quando al dolce e al giuoco si sostituisca il guadagno, «la possibilità di vivere» –: «la carriera», «la via fatta», «le professioni» – lo studio o la qualsiasi occupazione conserveranno il senso che il primo dovere aveva: indifferente, oscuro, ma necessario per poter giocare poi, cioè per poter vivere ai miei gusti, per mangiare, bere e dormire e prolificare. Così ne potremo fare un degno braccio irresponsabile della società: Un giudice, che giudichi impassibile, tirando la proiezione dalla figura che l’istruttoria gli presenti sulle coordinate del suo codice, senza chiedersi se questo sia giusto o meno. Un maestro, che tenga 4 ore al giorno 80, 90 bambini chiusi in uno stanzone, li obblighi a star immobili, a ripetere ciò che egli dica, a studiare quelle date cose, lodandoli se studino e siano disciplinati, castigandoli se non studino e non s’adattino alla disciplina, – e non s’accorga d’esser un uomo che sta esercitando violenza sul suo simile, che ne porterà le conseguenze per tutta la vita, senza sapere perché lo faccia e perché così lo faccia – ma secondo il programma imposto. Un boia, che quando uccida un uomo non pensi, che egli, un uomo, uccide un suo simile, senza sapere perché l’uccida. Perché egli non veda mai altro in tutto ciò che quell’ufficio indifferente su cui non si discute ma che gli dà i mezzi per vivere, e sia istrumento inconsapevole.


Così se ne facciano un uomo di scienza, avranno resa possibile l’oggettività. Infatti egli sarà abituato dalle fasce in su a sapere che altro è lo studio, altro è il giuoco.Così egli si potrà mettere a sciogliere problemi filosofici muovendo i concetti che le norme scientifiche insegnano, e come insegnano, senza mai curarsi del loro valore:

«Altro è la teoria, altro la pratica».

«... Tu devi far uno studio su Platone o sul vangelo» gli diranno «è perché così ti fai un nome, ma guardati bene dall’agire secondo il vangelo. Devi esser oggettivo, guardare da chi Cristo ha preso quelle parole o se omnino Cristo le abbia dette e se non meglio le abbiano prese gli Evangelisti o dagli Arabi o dagli Ebrei o dagli Eschimesi, chi lo sa... Naturalmente parole che valevano in riguardo all’epoca, adesso la scienza sa come stanno le cose, e tu non te ne devi incaricare. Quando tu hai messo insieme il tuo libro sul vangelo – allora puoi andar a giuocare». – Come al bambino si diceva: «fai come dice il babbo che ne sa più di te, e non occorre che tu domandi ‘perché’, obbedisci e non ragionare, quando sarai grande capirai». Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza che si chieda che senso abbia, dicendogli: «tu cooperi all’immortale edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po’ anche merito tuo se gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno». Ma gli uomini temo che siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età.

Note

  1. Il gelso e un bell’albero diritto alto, ma nelle mani dell’uomo i gelsi sono poveri nani mutilati. Ogni anno non appena con instancabile speranza hanno messo nuovi germogli, che già sono nudi e neri: un brivido invernale in mezzo alla campagna primaverile. Perché i bachi da seta hanno fame, e l’uomo si tien cari i suoi produttori di seta – fintanto che gli abbiano fatto la seta. Poi uccide anche quelli per aver i bozzoli intatti.
  2. Il servizio che in modo analogo l’uomo fa ai vitelli, agli agnelli, ai polli, ai puledri, per farsene più buone macchine da lavoro, o più buoni produttori di carne – è noto a ognuno. Che la stessa cosa fa l’educazione disonesta della società coi giovani uomini, è vicino, credo, e manifesto ad ogni occhio. -È per ciò che le donne del nostro tempo sono povere, miserabili, mendiche in paragone alle donne d’altri tempi. Perciò anch’esse fanno il possibile per diventar «neutre» –