La persuasione e la rettorica (1915)/La rettorica nella vita/Il singolo nella società/La sicurezza

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
I. Il singolo nella società

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
I. Il singolo nella società
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2°. La sicurezza
(lim c1 x = ∞)


Questa sicurezza delle cose necessarie sta nella forza sufficiente per assicurarsi nel futuro l’affermazione delle proprie determinazioni di fronte a tutte le altre determinazioni (forze) estranee e nemiche: per vincere la materia (il tempo e la varietà delle cose <spazio>) colla propria forma.

In questa materia sono compresi anche i miei simili – che si distinguono dal resto della materia in ciò che si determinano nello stesso modo come io mi determino, che per continuare cioè impongono al resto della materia la stessa forma che io le impongo.

Così la sicurezza (la «cosa», come dicono i giuristi) significa:

1°. violenza sulla natura: lavoro.

2°. violenza verso l’uomo: proprietà.


1°. Io ho lavorato il campo o approfittato a mio vantaggio del sole, della pioggia, dell’aria, della terra, ho ucciso gli animali nocivi, ho addomesticati quelli che mi potevano servire. Ho colto il frutto della terra violentando la pianta; – ho costrutto un tetto a difesa delle intemperie e delle fiere, vincendo lo spazio e l’inerzia e la durezza del sasso; – mi sono fatto le vesti, le armi, gli utensili; – ho cacciato nel bosco la selvaggina, ho tagliato la legna per cucinarla sul mio focolare e mangiar questa e il frutto del campo a mia maggior gloria.

Finché ci siano l’aria, la terra, il sole e l’acqua, e sulla terra campi e boschi ed in questi vegetazione e animali, la potenzialità del lavoro in me e i cumuli di lavoro passato (le cose elaborate) in mio possesso mi sono sufficiente sicurezza pel mio futuro. Ma ecco ora il maggior pericolo di fronte al quale io non ho alcuna previsione, ecco una potenzialità di lavoro identica alla mia che vuol determinarsi nello stesso punto dello spazio e del tempo e toglie a me tutto il futuro: ecco l’uomo, il mio simile.


2° Sul campo ancora fumante si rinnova la lotta. – I due uomini si contendono la sicurezza di poter violentar la natura e di usar dei cumuli di lavoro passato: in breve i due simili non sono più simili ma l’uno ha il diritto del lavoro o proprietà immobile e il diritto sui cumuli di lavoro o proprietà mobile, ha affermato di fronte all’altro la propria individualità – l’altro ha il futuro troncato, è alla mercé del vincitore in ciò che coli vuol vivere ancora o non può giovarsi della propria potenza di lavoro. L’altro allora gli dà il mezzo di vivere purché egli lavori per lui. Così l’uomo ha subordinato il suo simile alla propria sicurezza: ha esteso la sua violenza anche sul suo simile perché questo cooperi a fornirgli quanto gli giova. E questo, lo schiavo, e materia di fronte al padrone, egli è una cosa.


Ma egli è «cosa» in altro modo di come sia «cosa» un albero che il padrone sradica per usar tutto il legno; egli è «cosa» come l’albero che il padrone innesta e pota per ricavarne le frutta, e come quello ch’egli priva periodicamente dei rami per aver legna da ardere. – Lo schiavo serve al padrone vivo anche perché muoia per lui – ma non morto.

Così la sua schiavitù non è assoluta ma relativa al suo bisogno di vivere. La mano dello schiavo non è condotta con la forza a girar la mola del mulino, ma essa lo fa perché il corpo abbia poi da mangiare e non sia con la frusta o coi supplizi impedito di farlo temporaneamente o per sempre. A ognuno dei mezzi coercitivi o alla minaccia dei mezzi coercitivi inerisce la vittoriosa violenza padronale, la persuasività assoluta riguardo alla volontà di vivere dello schiavo.

Lo schiavo che non ha più bisogno del futuro è libero, poiché non offre più presa alla persuasione della violenza padronale. Finché l’acqua ha peso, cioè volontà d’andar al centro della terra, può esser costretta a far andar i mulini e le fabbriche rannicchiate alle sponde: essa deve seguire tutte le vie preparate dall’uomo e far girare tutte le sue ruote, se pur vuole scendere e non restar sospesa. Ma il giorno che l’acqua non abbia più bisogno del «più basso», all’uomo saranno vane le sue chiuse e i suoi canali e le sue ruote: e tutte le fabbriche e tutti i mulini resteranno fermi per sempre.

Il padrone si serve dello schiavo attraverso la di lui forma: attraverso la sua potenza di lavoro. E gli fa sentire che il suo diritto d’esistere coincide colla somma di doveri verso il padrone, che la sua sicurezza è condizionata dal suo aderire ininterrotto ai bisogni del padrone.

Così nelle sue catene dure ma sicure lo schiavo s’acquista col violentamento della natura in pro del padrone la sicurezza fra gli uomini – e colla sua violenza sul suo simile il padrone ricava da lui la sicurezza di fronte alla natura – ch’egli non lavorando non ha più in sé. – Uniti: sono entrambi sicuri – staccati: muoiono entrambi: ché l’uno ha il diritto ma non la potenza del lavoro: l’altro la potenza ma non il diritto. –


Ma dice il codice: «ogni uomo ha per natura diritti già da sé stessi evidenti alla ragione»;1 dichiara che tutto potrà esser considerato come cosa ma che l’uomo non è una cosa (§ 285) ma l’uomo è una persona, e proclama la liberazione degli schiavi (§ 16).

Gli uomini dovranno amarsi? sacrificare ognuno il suo futuro per il suo compagno? o dovrà riscoppiare la battaglia sanguinosa e ognuno dovrà conquistarsi il futuro a rischio di perderlo?

I malsicuri padroni e i malsicuri liberti si guardano con terrore, nostalgici gli uni del sicuro dominio, gli altri delle catene sicure. –

L’amore e l’aperta battaglia minacciano allo stessso modo la loro sicurezza. Ma la società apre le braccia materne, essa non è tenera che di questa sicurezza appunto – il suo codice parla così «per convenienza», in realtà esso non è che la cristallizzazione di questa preoccupazione del singolo pel suo futuro. – L’eschimese e l’etiope s’incontrano nella zona temperata; esclamano simultaneamente: «ho freddo» dice l’etiope «dammi le tue pelli»; «ho caldo» dice l’eschimese «dammi le tue penne». – ognuno ha visto nell’altro soltanto la cosa che gli è necessaria, non l’uomo che ha da vivere lui stesso (poiché ognuno allora avrebbe dovuto supporre che la cosa necessaria a lui fosse necessaria pure all’altro) – ma d’altronde la preoccupazione per la propria vita avrebbe trattenuto ognuno dei due dal compromettere tutto sé stesso nella lotta. Ma lo scambio conveniente ad entrambi li ha fatti sicuri pur senza amore vicendevole, pur senza la vittoria d’alcuno. – E la società cura che sempre un eschimese incontri in questo modo un etiope e ottiene così che i suoi gracili figliuo1i abbiano senza graffiarsi ognuno la sua zuppa che da sé non saprebbe come farsi e fatta, come difenderla dagli altri.


Io sono debole di corpo e d’anima – messo in mezzo alla natura sarei presto vittima della fame, delle intemperie, delle fiere – messo in possesso di ciò che mi è necessario, al riparo delle forze della natura ma in mezzo alla cupidigia degli altri uomini – sarei in breve privato di tutto e perirei miseramente. La società mi prende, m’insegna a muover le mani secondo regole stabilite e per questo povero lavoro della mia povera macchina mi adula dicendo che sono una persona, che ho diritti acquisiti pel solo fatto che sono nato, mi dà tutto ciò che m’è necessario e non solo il puro sostentamento ma tutti i raffinati prodotti del lavoro altrui; mi dà la sicurezza di fronte a tutti gli altri. Gli uomini hanno trovato nella società un padrone migliore dei singoli padroni, perché non chiede loro una varietà di lavori, una potenza bastante alla sicurezza di fronte alla natura – ma solo quel piccolo e facile lavoro famigliare ed oscuro – purché lo si faccia così come a lei è utile, purché non Sl urti in nessun modo cogli interessi del padrone: εἰ ἐλευθέρους αὐτοὺς δεῖ / ζῆν, τῶν κρατούντων ἐστὶ πάντ’ ἀκουστέα. La sicurezza è facile ma è tanto più dura: la società ha modi ben determinati, essa lega, limita, minaccia: la sua forza diffusa è concreta in quel capolavoro di persuasione che è il codice penale. La cura di questa sicurezza asservisce l’uomo in ogni atto. Dal momento che l’uomo vuol poter dire «questo è legalmente mio», egli s’è reso schiavo attraverso il proprio futuro del futuro di tutti gli altri: egli è materia (la proprietà mobile).

Ma in cambio, la società fa quello che nessun padrone farebbe; essa rende partecipi i suoi schiavi della sua autorità – in ciò che il loro lavoro essa trasforma in danaro, e al danaro dà forza di legge. § 18. Jedermann ist unter den von den Gesetzen vorgeschriebenen Bedingungen fähig Rechte zu erwerben. – La possibilità d acquistare un diritto su una cosa già elaborata per servire all’uomo: su un cumulo di lavoro altrui, è già di fatto un diritto sul lavoro altrui. La possibilità d’acquistare il diritto di bearbeiten una cosa (la proprietà immobile), in ciò che significa la sicurezza che altri non lavorerà, è di fatto il diritto sull’altrui non lavoro. La proprietà è dunque la violenza sull’altrui persona, e attraverso la persona sulla natura. – E questa violenza è assoluta fra gli uomini poiché la società vendica con tutta la sua forza i diritti dei suoi fedeli.

§ 19. Jedem der sich in seinem Rechte gekränkt zu sein erachtet steht es frei seine Beschwerde vor der durch die Gesetze bestimmten Behörde anzubringen.

In tal modo ognuno può rendersi personalmente assoluta quella sicurezza che già per la coercizione generale egli gode. La piccola volontà vuole affermare la sua determinazione. E la società le dà modo di prendere. La piccola volontà non può difendere quello che ha preso colla sua violenza – e ne affida la difesa alla violenza sociale.

La piccola volontà ignara di tutto che non sia quell’oscuro senso delle sue necessità, che per queste nega, ignorandola, ogni altra volontà che τὸ ἑαυτῆς μέρος ucciderebbe tutto quanto vive, per continuar a viver essa stessa, acquista così per mezzo della società forza intelligente e sicura contro ogni altra volontà, acquista potere su tutto ciò che i secoli passati hanno fatto, che il secolo presente produce. Ogni altra volontà è schiava del suo futuro. Tutto è materia per la sua vita.


Così dunque nella società organizzata ognuno violenta l’altro attraverso l’onnipotenza dell’organizzazione, ognuno è materia e forma, schiavo e padrone ad un tempo per ciò che la comune convenienza a tutti comuni diritti conceda ed imponga comuni doveri. L’organizzazione è onnipotente ed è incorruttibile poiché consiste per la deficienza del singolo e per la sua paura. E non c’è maggior potenza di quella che si fa una forza della propria debolezza. Il singolo che per la sua sicurezza vive la sua vita nel modo sociale, κοινωφελῶς φιλοψυχῶν - che ha trovato che la libertà d’esser schiavo della vita è sicura a chi sa τοῖς κρατοῦσιν εἰκαθεῖν e s’è adattato alla forma sociale, è geloso di questa in ragione appunto della debolezza con la quale vi s’è affidato, geloso com’è geloso il creditore della propria cambiale; che se ha fatto tanto d’accettarla e d’affidarle il suo avere, dipende con la vita da quel pezzo di carta. – Ché questo alla carta, quello alla forma sociale, sono entrambi attaccati come il naufrago alla tavola di salvezza, non per amore della tavola ma della propria salvezza. Così gli uomini, che hanno accettata la cambiale della società, vi si tengono colle dita rattrappite – o con saldezza di principi – ed è questo il loro sguardo corrucciato volto all’opinione altrui, alla στάσις d’ogni fede perché non ἐπεγείρῃ στάσιν τινά a ogni fatto altrui perché non si faccia fazioso; è questa la loro gravità d’istrumenti d’orchestra che perché soffiano e vengono soffiati si sentono l’autorità del compositore – per cui mi meraviglio che non usino tutti il «noi» per la prima persona singolare come già lo fanno i viaggiatori di commercio, o il fattorino d’una banca che parlava dei «nostri milioni»; è questa la loro ἀκρίβεια nella misura dei diritti e dei doveri, questa la loro «sufficienza», che non sopporta che ad altri non basti ciò che basta loro, per cui se uno usi a oltraggio di ciò che a ognuno dalla comune misura è concesso, si sentono pel fatto stesso personalmente oltraggiati.2 È perciò che se avessero a sacrificare a qualche dio che non fosse l’eterno Pluto – sacrificherebbero a Procuste. – Vien fatto di chieder soltanto che cosa sieno quei diritti che secondo il codice spettano all’uomo già per razionale evidenza, pel fatto stesso che è nato, e quale sia la «persona». –

Note

  1. Cito il codice austriaco, ed. 1905, § 16. Jeder Mensch hat angeborne schon durch die Vernunft einleuchtende Rechte und ist daher als eine Person zu betrachten. Sklaverei oder Leibeigenschaft und die Ausübung eincr darauf sich bezichenden Macht wird in diesen Ländern nicht gestattet.
  2. È per questo che «oltraggio» ha preso nell’uso comune il significato d’offesa. Non così il greco ὕβρις che resta stretto al soggetto (come potenza) ed ha in lui la sua Nemesi (vedi Inno a Nemesi di Mesomede); e prende il punto di vista dell’oltraggiato, «Offesa», solo nelle affermazioni in un dato punto riguardo a una data cosa. (Nel Nuovo Testamento, per la immanenza del correlativo universale «Dio» in ogni punto, ὕβρις significa «offesa» anche senza relazione). Perciò il transitivo del verbo (che è appunto l’affermazione in un dato punto riguardo una data cosa) ὑβρίζω τινά – faccio offesa ad alcuno. Onde i sostantivi ὕβρισμα, ὑβρισμός: offesa.