La persuasione e la rettorica (1915)/La rettorica nella vita/Il singolo nella società/La riduzione della persona

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
I. Il singolo nella società

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PARTE SECONDA
DELLA RETTORICA

III
LA RETTORICA NELLA VITA
I. Il singolo nella società
La rettorica nella vita - La sicurezza La rettorica nella vita - Il massimo col minimo


3°. La riduzione della persona
(lim c1y = 0)

Camminando per una vecchia via della mia città – io mi sentii spesso lusingato dall’aspetto conveniente che la fronte delle case mi presentava; che anche le traccie del tempo e delle intemperie aveva[no] un’aria rispettabile e confortante. Ma le città, si sa, progrediscono, i nuovi bisogni culminano in progetti edilizi e i progetti edilizi sventrano senza pietà le parti ingombranti. La mia via restò rispettata, ma tutti i fabbricati che s’ammassavano dietro la prima linea di case dall’uno dei lati vennero rasi al suolo, per cui a chi passi ora per la parte sgombrata, le case dalla fronte rispettabile, ahimè, offrono tutto lo spettacolo desolante della loro intima miseria. – Chi l’ha contemplata una volta, l’intuisce quando ripassa per la via consueta anche attraverso la fronte rispettabile. –

Attraverso la fronte rispettabile che gli uomini presentano sulla via della vicendevole sicurezza, si può intuire così le miserie dell’individualità ridotta, procedendo nella discussione della formola all’esame della seconda variabile.

Der Unbeugsame wuchs nicht leichtsinnig auf, dicono: «non crebbe leggermente1 colui che non si piega».

I cedri cresciuti per le favorevoli condizioni più presto e più alti che non comportasse la resistenza della loro fibra – gravati dal loro stesso peso piegano in breve la cima verso terra. – Quelli invece che combatterono col terreno ingrato e col clima nemico, seppur sono cresciuti, sono tanto cresciuti quanto la loro forza comporta e non c’è vento che li pieghi.

L’uomo che ha assunto la persona sociale, per cui crebbe usurpando l’inadeguata sicurezza che l’ambiente gli offriva, ha fondato la sua vita sulla contingenza delle cose e delle persone, e della carità di queste vivendo da queste dipende pel suo futuro, né ha in sé vigore a conservarsi ciò che non per suo valore gli appartiene. – Di quanto più l’individuo s’adatta alle circostanti contingenze, di tanto è meno sua la sufficienza, poiché tanto meno vasta è in lui la previsione diffusa per artus. Per quanto la previsione sociale s’è allargata ed è sufficiente a un maggior numero di contingenze, tanto più breve è la sfera di previsione e minore la sufficienza dell’individuo che per la sua sicurezza alla previsione sociale come sufficiente s’è affidato. A una sicurezza sociale assoluta corrisponde nell’individuo sociale una previsione ridotta all’attimo e al punto per cui, a ogni nuova contingenza insuffìciente, tolto dal grembo della società, l’individuo in quell’attimo e in quel punto miseramente perirebbe. – Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo. –

Ogni progresso della tecnica istupidisce per quella parte il corpo dell’uomo. – Le vesti, la casa, la produzione artificiale del calore rendono inutile la facoltà di reazione dell’organismo2 all’aria, al caldo, al freddo, al sole,3 all’acqua. –

Per la facilità d’avere il cibo senza procurarselo e per la facilità delle armi, l’individuo per sé non è più una forza pericolosa in mezzo agli animali, egli non ha più né l’agilità né la forza articolata e misurata né le mille astuzie ch’erano nella potenzialità del suo corpo e facevano dell’uomo uno dei più begli animali di rapina.

– Ma la società elimina ogni πόνος ogni pericolo che esiga tutta la fatica intelligente e tenace per esser superato: l’impegno di tutta la persona per non esser mortale, e vi sostituisce: o la sicurezza ἀμηχάνους συμφοράς; per le quali gli uomini non vincono o soccombono nella lotta, ma sitrovano ad esser salvi o morti.

Essa s’incarica di trasportar le preziose persone dei suoi figliuoli così che non abbiano a faticare. Così dall’uomo che tutto d’un pezzo col suo cavallo domato da lui e dominato poi sempre collo strano linguaggio fatto di guizzi muscolari nelle gambe, va attraverso terreni sconosciuti conscio dei pericoli e pronto all’adeguata reazione – o che passa i monti scalando le pareti vertiginosamente erte trovando in ogni asperità appoggio bastevole alle mani e ai piedi articolati come le mani – costeggiando l’abisso senza che il cuore4 vacilli e passando per frane «senza che il piede smuova un sasso»5 – all’annoiato viaggiatore costretto in un vagone che sbatacchiandolo lo trasporta sopra, sotto, attraverso fiumi e monti e piani, mentre lui si stira o sbadiglia o parla d’orari con profonda conoscenza di causa o discute col conduttore con finissimi argomenti dei biglietti combinati, della tariffa differenziale, dei diritti e doveri vicendevoli del viaggiatore e dell’impiegato ferroviario, che se la provvidenza divina lo mandi a scontrare con un altro treno di viaggiatori assopiti, ma volanti a 60 chil. l’ora – non gli resta nemmeno il tempo di bestemmiare, che si trova già ad esser morto, passato direttamente dai minuti delle sue coincidenze all’eternità della morte, che lo agguaglia a sua grande indignazione, lui, l’uomo civile, ai suoi antenati trogloditi e a tutti gli animali del creato; – dal marinaio che ha in mano la vela e il timone – ed è lui la ragione dell’equilibrio fra il vento e il mare; che sente sul viso la direzione e la forza del vento e misura con l’occhio sicuro la bordata; che lotta con l’uragano a vincere o morire – al viaggiatore di un transatlantico – che o merce ammucchiata nella stiva o high-life sopra coperta, si contorce pel mal di mare e, fidando nella prepotenza del tonnellaggio e delle caldaie del piroscafo che sta come un isolotto in mezzo all’uragano, si trova a calare a picco come un sasso assieme a tutti i compagni senza possibile lotta, se uno scoglio o lo sperone d’un’altra nave si prenda la cura d’aprire i fianchi alla sua città galleggiante – fra quelli e questi – volevo dire – c’è la distanza uguale che fra la vita organica e la vita minerale. –

Ogni sostituzione delle macchine al lavoro manuale istupidisce per quel tanto le mani dell’uomo: poiché dal pensiero rivolto a determinate necessità erano state educate a saper fare; e dal congegno, in cui quel pensiero s’è cristallizzato una volta per sempre, rese inutili, perdono ora l’intelligenza di quelle necessità. Così ai nostri giorni sono istupiditi ad esempio i fabbri, che un tempo da un blocco di ferro sapevano a forza di fuoco, di martello e di scalpello, foggiare qual si volesse oggetto – che oggi sanno appena adattare e congiungere con le viti i pezzi fatti che arrivano dalle fabbriche o dalle fonderie, che non fanno più da sé nemmeno le chiavi e i chiodi: sì che a stento si trova uno che sappia più ferrare un cavallo6 – e gli artisti scalpellini, e falegnami, e tessitori ecc. – E al loro posto sono subentrate le masse di tristi e stupidi operai delle fabbriche che non sanno che un gesto – che sono quasi l’ultima leva delle loro macchine.

– Così il fotografo ha sostituito l’incisore e sostituirà il pittore – le phonole e gli orchestrion sostituiranno i musicanti... 7

Gli occhi finiranno per non vedere ciò che invano vedrebbero, le orecchie di sentire ciò che invano sentirebbero – il corpo dell’uomo si disgregherà... Si verserà.8

Così anche nell’attività di tutta la loro persona, la cui potenza per non esser concreta e attualmente visibile nelle parti del corpo più si nasconde al giudizio – la sfera ha limitato il suo raggio di quanto più s’è ingrandito quello della società. Poiché anche qui domina la legge che gradatamente elimina τόν πόνον per dare una sicurezza interrotta solo da ἀμήχανοι συμφοραί e gli uomini si trovano a esser salvi o a esser caduti. Le parole «non impegnarti con tutta la tua persona»«distingui fra teoria e pratica» – «prendi la persona della sufficienza che t’è data misura i doveri coi diritti» – «informati a ciò che è convenuto» formano il pentalogo dell’uomo sociale. – Questi, che ha accettato la cambiale della società e ne ha gravate le spalle della cura per la propria sicurezza, né ha più bisogno d’incaricarsene né lo deve fare. Il codice dice che quello è punito che si fa giustizia da se. Ma l’uomo sociale non deve più affatto pensare alla giustizia; quella è cosa che non lo riguarda: egli è sotto tutela – non ha voce, deve guardar invece d’andar diritto pel sentiero che gli hanno preparato, dove conduca non è cosa sua. Agli occhi porta come i cavalli da tiro i ripari perché non gli accada di guardar a destra o a sinistra. La sua previsione deve limitarsi a quella strada e a quel tratto prossimo per guardar di non incespicare. Così gli è tolto il senso della responsabilità. Il cavallo che porta un uomo a commetter un delitto non è responsabile di questo – né il nostro uomo è responsabile del male, del bene cui il suo andare serve. Egli non è un Mitwisser, συνειδώς, conscius, ma complice in buona fede. –

– Egli non può ricordarsi a lungo dei luoghi per dove è passato – assorbito com’è dagli accidenti attuali della via a guardar dove mettere i piedi. – Quelli lo riguardavano allora quando vi passava, ora sarebbe da ingenuo pensarci così da perder la pista: questa è la realtàla pratica, è da questa che dipende la sua vita. C’era uno che camminava vicino a lui, che lo aveva aiutato nei passi difficili – è sopraggiunto un altro che lo ha atterrato – che ne ha preso il posto; il nostro viandante non può incaricarsi del caduto – egli deve pensare a dove metter i piedi. «Peccato» dice e prosegue e tenta d’ottener la grazia del nuovo compagno perché lo aiuti come l’altro faceva: ché in lui egli non vedeva il compagno ma vedeva l’aiuto. Νήπιος ὃς τῶν οἰκτρῶς / οἰχομένων γονέων ἐπιλάθεται, dice Elettra (145-6). Non è un uomo ma un infante (unmündig) quello che non assume l’ἀντίρροπον ἄχθος del dolore che l’ha toccato in chi era legato con lui, che non risponde di ciò che una volta diceva suo. – Poiché la sua persona d’oggi non è quella di ieri, chi le può dar voce responsabile? «Ma» dice il viandante «μηδὲν ἐπ’ ἀμήχανον – non posso, non devo impegnarmi a fondo – queste son belle cose – εἰ δ’ ἐλεύθερόν με δεῖ / ζῆν, τῶν κρατούντων ἐστὶ πάντ’ ἀκουστέα – io devo pensare a cose serie». E prosegue intento alle pietre della via che sono la serietà, la realtà. Ma questa realtà poi che cos’è per lui? La realtà dei sassi il cavallo la sa solo in riguardo ai piedi (v. I, c. 20; II, c. 2°).

Così i luoghi per dove passa il viandante sono per lui luoghi comuni. Delle cose che sfiora, delle cose su cui si poggia per proseguire, che cosa sa egli come vivano e che vogliano e che siano? Questo solo sa, se gli son dure o tenere, difficili o facili, favorevoli o nemiche; egli ignora ciò che e giusto altrui, usa delle cose e delle persone solo in quanto utili al suo andare, ὃ κατὰ τὴν κοινωνίαν τυγχάνει νεμόμενος, che dalla convenzione come giusto gli è assegnato. –

Così piegandosi, aspettando, transigendo e, per non impegnarsi a fondo così da comprometter tutto il futuro in un punto, dimentico e irresponsabile – l’uomo sociale trae la vita (el se tira avanti) ignorandola – fino a che Giove non lo libera. –

Ὠκύμοροι, καπνοῖο δίκην ἀρθέντες ἀπέπταν,
αὐτὸ μόνον πεισθέντες ὅτῳ προσέκυρσεν ἕκαστος,
πάντοσ’ ἐλαυνόμενοι.
(Empedocle)

È scritto in qualche parte (credo in Schopenhauer) che chi potesse guardare internamente in un vaso di terra non vi vedrebbe che un oscuro tendere al basso e un’oscura forza di coesione; se potesse guardare nella mente d’un uomo vi vedrebbe ancora una volta tutto il mondo e tutti gli altri uomini e sé stesso. – Quanto dire che nella retina d’un uomo che sta di fronte a un paesaggio, tutto il paesaggio rivive esattamente ma come in quella chiaro vive solo quel punto che ἂν (ogni volta eventualmente) sia in fuoco, tutto il resto apparendo incerto – ché l’occhio vede senza vedere, ma certum habet solo quanto ha visto – ; così, io credo, chi gettasse lo sguardo nella mente d’un uomo comune vi troverebbe una ben strana e deforme imagine del mondo, e degli uomini e di sé stesso: στεινωποὶ μὲν γὰρ παλάμαι κατὰ γυῖα κέχυνται (Emp.). Egli vedrebbe ad esempio il sapore del cibo e l’odore e l’impronta del prendere il cibo, e chi fa il cibo e chi lo vende, confusi in un solo cumulo di disposizioni oscure; e a questo connesso – se si tratta d’un impiegato9 – un altro cumulo con facciate di carte, filze di conti, superfici di tavole, rotoli di denaro, e il senso del denaro nelle dita, e il suono del denaro nell’orecchio, e gambe di seggiole, angoli di stanze ecc. – e un altro con cantonate di strade, insegne di negozi, quadrati di cielo, macchie di sole ecc. ecc. – e le une cose segnate dall’attrattiva, le altre dalla repulsione – e in mezzo ombre d’uomini, chi senza testa, chi senza gambe (segni di riconoscimento: gambe, nasi), chi segnato da un «sì», chi segnato da un «no», e l’impronta d’un bacio o un digrignare di denti, uno sguardo nemico ecc. – e una ridda infemale di nomi, di dati, di parole, di numeri, tutti i τόποι della rettorica: ma attraverso tutto il groviglio – spasimare vedrebbe la fame insaziata. Onde mossa la luce del piacere pel giro della pallida striscia che tutte le cose congiunge – corre, in cui raccolte le scialbe irradiazioni di tutte le cose or l’una cosa or l’altra illuminano a illuder la fame nel prossimo istante – senza riposo. La realtà degli uomini è la figura del sogno, che di quella parlano come se narrassero un groviglio di sogni. «Poiché viene il sogno con groviglio di cose e la voce dello stolto con groviglio di parole» (Ecclesiaste, v, 2). – Ma mentre il sogno è l’intima misura della vita, quello che in riguardo alla vita ognuno sente – così che gli uomini non sanno comunicare le sensazioni del sogno; – per comunicare il groviglio di sogni della loro realtà essi trovano parole convenute per ogni riferenza particolare. – L’uomo nel sogno è nudo e davanti a dio così com’è – e pesa per quanto vale – tutte le forme, gli ingegni, le parole, che non sono sue e cui s’è adattato secondo la convenzione – cadono.

Nell’intimità del sogno egli è come i suoi antenati che vivevano soli e nudi. – Difatti gli uomini se si mettono nella posizione come quando vogliono comunicare quelle misteriose sensazioni dei sogni, allora si trovano davanti all’impossibile, a non trovano parole per «esprimere quello che sentono».10 Ma per gli usi della vita tutti dicono «tavolino, seggiola, piazza, cielo, colle» ecc. o «Marco, Filippo, Gregorio» ecc.

Οὕτω τοι κατὰ δόξαν ἔφυ τάδε νῦν τε ἔασι,
καὶ μετέπειτ’ ἀπὸ τοῦδε τελευτήσουσι τραφέντα
τοῖς δ’ ὄνομ’ ἄνθρωποι κατέθεντ’ ἐπίσημον11 ἑκάστῳ.
(Parmenide, v. 151 sgg.)

Ma che ne sanno? Ben essi dicono che se li vedono davanti chiudendo gli occhi e che li conoscono a fondo – ma se vogliono dir cosa siano, la figura si dissolve in notizie date come ricevute e in dati coordinati che corrispondono alle diverse impressioni dei sensi e all’uso a cui la data cosa serve, e si riduce, quando non sia indifferente, alla inesplicata simpatia o antipatia, alla attrattiva o alla repulsione che la data persona o la data cosa risveglia. – Come quando uno si mette a disegnare ciò che dice di veder perfettamente – e finisce col far... ghirigori e monogrammi... «perché non sa disegnare». –

La loro memoria è fatta di questi cumuli di disposizioni che aspettano le forme consuete per riconoscerle; ed essi riferendovisi con parole non le comunicano, non le esprimono ma le sigIlificano agli altri così da bastare agli usi della vita. Come uno muove una leva o preme un bottone d’un meccanismo per aver date reazioni, che le conosce per le loro manifestazioni, per ciò che d’indispensabile gli offrono, ma non sa come procedono, ma non le sa creare – egli vi si riferisce soltanto con quel segno convenuto. Così fa l’uomo nella società: il segno convenuto egli lo trova nella tastiera preparata come una nota sul piano. E i segni convenuti si congiungono in modi convenuti, in complessi fatti. Sul piano egli suona non la sua melodia – ma le frasi prescritte dagli altri. –

È così che nella società vecchia la lingua si cristallizza. Hegel θωπεύει anche in questo riguardo l’uomo sociale dicendogli che «gran signore, si fa in spirituale e meno abbisogna di quelle piccole cose» (p. 106).12 – Certo non ne abbisogna più e proprio così come un bambino cui la madre tenera, per non volerlo esporre ai pericoli del camminare sulle sue gambe, se per sempre il mezzo di trasporto che certo non abbisognerebbe delle gambe e avrebbe la soddisfazione di vedere al loro posto due cosi molli ed informi. –

L’uomo ammaestrato è ridotto a non uscir dal punto colla sua realtà, il suo modo diretto è il segno d’una data vicina relazione: simile all’uomo che sogna, che percorre con la luce della sua vista puntuale tutta una serie, che, poiché non vede le cose lontane come vicine, s’avvicina alle cose lontane per vedere: se l’interesse vuol chiarire un elemento che nell’attuale visione è incerto, esso si trasporta immediatamente a quello e lo fa oggetto della susseguente visione. Io sogno che uno mi racconta una cosa, poi sogno la cosa stessa (non come raccontata): la visione del mio colloquio è scomparsa ed è subentrata la visione della cosa (Mille e una notte): nel sogno non esiste realtà congiunta. Una facoltà potente di sogno è quella dell’artista che vede le cose lontane come le vicine e perciò le può dare così ch’esse appaiano nella loro reciproca relazione di vicine e di lontane.13

Il pittore che dipinge un viale ha nell’occhio e nella mano parallele le linee dei due filari, quando le fa convergenti; e gli alberi tutti della stessa altezza quando li fa digradanti; e tutti dello stesso colore, quando li fa via via più velati d’azzurro, di grigio, di bianchiccio, di viola, di rosso a seconda che l’aria è pura, nebbiosa, o passata dai raggi del sole al tramonto; e tutti illuminati allo stesso modo quando ne scema via via internandosi le differenze fra luce ed ombra.

Viene il semplice, e dice allora: «par vero» – viene il critico e dice: «che primi piani! che secondi piani! che linea, che luce, che aria, che colorito!».

Si mette a dipingere il semplice: e va a vedere il principio del viale e poi la fine; vede che la larghezza è la stessa, e dipinge onestamente parallele le linee dei due filari, – e con lo stesso procedimento e la stessa onesta diligenza gli alberi uguali tutti l’altezza, uguali il colore, uguali l’ombreggiatura. –

Se viene un altro semplice s’accontenta di protestare che non capisce niente, o se conosce il materiale dice che «dovrebbe essere quel viale ma non si capisce niente» – ; ma il critico dice: «l’idea c’è – scuola gli manca». –

È che il semplice ha portato la sua facoltà di vedere passo per passo lungo tutto il viale, a «veder da vicino le cose lontane» e le ha date via via come da vicino le ha viste. Egli ha ripetuto la vicinanza materiale per creare la vicinanza delle cose lontane. – Egli non ha comunicato l’intimità, la stessa natura dell’oggetto, ma lo ha significato con quelle apparenze che ogni volta lo fanno riconoscere14 a chi l’abbia già visto. –

Così quando parla egli si trascina attraverso le relazioni elementari dei concetti e per più girar che faccia non più ne prende.15

E le parole, come nel parlare rimangono oscure e vaghe, perdono la possibilità della pienezza delle riferenze per cui altrimenti sono perspicue. Da corpi vivi che possono attaccarsi e determinarsi attaccando e determinando da tante parti e in tanti modi, esse diventano materia che per sua forza non può riferirsi che in un modo e talvolta in questa unione resta cristallizzata.16 Da individualità precise esse diventano partes materiales. –

Il loro modo congiunto, tanto più inadeguato quanto il loro sapere più limitato, è ridotto quasi esclusivamente alle elementari relazioni di tempo e alla finalità.17 Del resto il bell’organismo vivo d’un periodo rivelatore, è ridotto al pesante seguito di proposizioni incolori come una catena di forzati, legate pesantemente coi «che», coi «siccome», «e dopo», «e allora», «il quale» ecc.

L’uomo che vive senza persuasione, senza mai ardir di volerla, non ha nella sua potenza un fine, una ragione che escano dal punto, se non per ripetersi nel passato e nel futuro. I rapporti di finalità, di necessità, di potenzialità vissuti superficialmente si confondono fra di loro e coi modi della realtà diretta.

Così se la sua intenzione a sua insaputa implichi un tale rapporto, non la può comunicare col nesso perspicuo dell’organismo congiunto, ma deve con moltiplicar di parole affannarsi a signifìcarla: per esempio, s’egli vuol dire che è necessario che un altro faccia una tal cosa perché poi la faccia lui stesso a sua volta, non dice: «lo farò quando tu l’abbia fatto», ma deve dire: «non lo farò né oggi né domani né mai; prima devi farlo tu, solo dopo lo farò io». Per dire: «lo farei se tu lo facessi», deve dire: «io per me lo faccio – ma fallo prima tu». O il caso inverso: per dir «io giurerei» (io posso giurare) [dice] «io potrei giurare» (io posso poter giurare); oppure «se tu lo volessi, eventualmente lo farei» (= se tu lo volessi, se tu lo volessi lo farei); oppure «in quanto» (che indica i1 rapporto di necessità) per indicar il coincidere di due cose (che è significato con «in ciò»).18

«Ma queste sono pedanterie – hai capito quello che volevo dire? dunque basta».

Questione d’accontentatura. Se uno si è sufficiente nei modi della vita offerti dalla società, può accontentarsi di significare per i suoi usi nei modi convenuti le cose convenute e adagiarsi a ripetere senza intendere quello che gli altri in quei casi dicono, per esser inteso allo stesso modo da altri iniziati alla stessa κοινωνία. – Così egli può anzi avere uno «stile», una «lingua» perfetti e pur non dir mai niente. – Ma quanto uno vuol camminar sulle sue gambe, tanto deve sanguinar le sue parole, poiché «egli è cieco, senza patria, miserabile se concede alle frasi fatte» (Carlyle, p. 78).

Ma pur dicono con l’aria di dir due cose opposte, gli uni: «bisogna informarsi dei gradi che lo spirito spiritualizzandosi ha superato nella storia del genere umano»; gli altri: «bisogna legger i buoni testi e la grammatica».

È inutile rimescolar di più queste miserie: purché resti fermo che, consistendo la prospettiva linguistica tutta nella profondità della visione attuale, la vita organica della lingua, che pulsa uguale in ogni parola e in ogni unione di parole – come funzione della vita individuale, nell’uomo, si disgrega e si fa imbecille quando questi dalla sicurezza sociale sia ridotto – quanto alla sua previsione organizzata (sicurezza individuale) – al punto e all’attimo.

Note

  1. Ἐν εὐμαρείᾳ.
  2. Significato della cura Kneipp!
  3. Per neutralizzare gli effetti dannosi della luce del sole, la pelle esposta s’abbronzisce, messa a riparo ridiventa chiara. La pelle della faccia e delle mani esposta sempre alle variazioni si colorisce subito e subito perde il colore. – La pelle del corpo quando eccezionalmente è esposta tarda a colorirsi e mantiene il colore anche quando è al riparo. Questo ritardo della reazione produce generalmente pericolose scottature di sole. –
  4. Dico «cuore» alla francese perché ha l’aria più decente, ma intendo «stomaco».
  5. Baumbach – ZlatorogLa leggenda del Triglav.
  6. È vero che anche questa diventa un’arte inutile.
  7. Non mi venite a parlar degli sports coi quali si pretende di contrabbilanciare tutto ciò. – La ragione dello sport, lo scopo, non è nel fare ma nell’«aver fatto»: la religione dello sportsmann è il «record». E «record» significa 1°. sviluppo parzialissimo – poiché uno che vuol tenere un record non deve pensar ad altro, 2°. pericolo senza sufficienza in tutti quegli sports dove l’uomo s’affida a una macchina e la fa lavorare fino all’eccesso. – Persino il cacciatore è ridotto a un signore che si fa portare in un posto, dove le bestie gli vengono parate davanti il naso perché egli le macelli... se non preferisca tirar nelle gambe dei paratori – ché anche questo ἔχει τέλος τι εὔχρηστον. – Lo sport rientra così nell’ordine di tutte le altre cose della società: lavoro stupido e uniforme; l’ἀμήχανος συμφορά sostituita al πόνος. – Lo sport è la rettorica della vita fisica. –
  8. Un principio di ciò, certo almeno un’invenzione sociale sono le malattie degli arti, le malattie muscolari in genere per inerzia e atrofizzamento – e le malattie degli organi interni perché lavorano a vuoto senza la misura che la vitalità delle membra dava alla loro attività, o per ipertrofia; connesse a queste le malattie della circolazione del sangue: in generale il disturbo di quello che è l’affermazione d’esistenza d’un organismo: l’assimilazione della materia alla propria forma: le malattie del ricambio materiale. Il segno di questo esser fuori di fuoco della vita sono i mali del sistema nervoso – dei quali la società sembra quasi menar vanto. –
  9. Dico «impiegato» perché gli impiegati sono le anime «implicate» per eccellenza.
  10. «Non ti so dire», «non puoi imaginare», «non puoi credere», «Dio solo sa», «se tu sapessi», «ineffabile», «indicibile», «restar senza parole. quando una cosa straordinaria rompe il giro consueto delle cose ecc. –
  11. Ἐπίσημον = che sia per segno convenzionale. –
  12. Hegel – Philosophie der Geschichte – : Es ist ferner ein Faktum, dass mit fortschreitender Zivilisation der Gesellschaft und des Staates diese systematische Ausführung des Verstandes sich abschleift und die Sprache hieran ärmer und ungebildeter wird – ein eigentümliches Phänomen, dass das in sich geistiger werdende, die Vernünftigkeit heraustreibende und bildende Fortschreiten jene verständige Ausführlichkeit und Verständigkeit vernachlässigt, hemmend findet und entbehrlich macht. –
  13. Bene dice Boccaccio:
    «Dante Alighieri son, Minerva oscura
    d’intelligenza e d’arte...
    L’alta mia fantasia, pronta e sicura...»
  14. Vedi anche la differenza fra caricatura e pupazzetto.
  15. V. II, cc. 1°, 2°.
  16. Per esempio: «ministro» cristallizzato nel senso politico. Per supplire agli altri usi, da amministrare amministratore, senza più il senso che il ministro è un amministratore, l’amministratore un ministro; ma ognuna delle due parole basta ogni volta per significare la vicina relazione. – Chiaro è il processo d’atrofizzamento nelle parole composte con preposizioni; che perdono il senso della composizione in ciò che il prefisso perde la reggenza – e vengono legate come meno pregnanti nei modi comuni: se sono verbi coll’oggetto diretto, se sono sostantivi col genitivo (aψcennare una cosa, accenno d’una cosa). – Un esempio caratteristico è l’incostanza dei temi nei verbi più comuni. La lingua nel suo nascere indica le diverse posizioni sintattiche o con l’aggiunta di nuove parole o con sempre nuove parole per ogni nuova posizione (come la natura nei suoi gradi inferiori unisce cellule inarticolate a complessi maggiori: vita minerale). – Le parole d’una lingua razionalmente vissuta, come gli organismi superiori più decisamente individuati, s’articolano nei diversi modi con elementi determinati e mutabili, immutabili restando nella essenziale loro caratteristica radicale. Così è reso perspicuo che la stessa cosa entra in una nuova relazione e la relazione [è] più profondamente vissuta. Ma anche nelle lingue che del resto compiono colla flessione ogni funzione sintattica, in quei verbi che, d’uso continuo, hanno piu vita sociale, ha avuto il sopravvento la cura della significazione sufficiente su quella, che è degli uomini superiori, della comunicazione razionale, e fanno le forme diverse trasformando il tema:
    Greco: αἱρέω, ἔρχομαι, ἐσθίω, ὁράω, τρέχω, φέρω, λέγω, παίω, πωλέω, ὠνέομαι.
    Latino: edo, fero, volo, eo, queo, fio, sum.
    Italiano, francese: andare, aller; essere, etre; avere, avoir.
    Tedesco:sein.
    Inglese: to be, to go.
  17. «Prima di fare», «dopo d’aver fatto», «per fare».
  18. Nel gergo filosofico scientifico, s’è perduto del tutto il senso congiuntivo d’«in quanto». Così che s’usa col «che» e coll’indicativo: «in quanto che questo è» come «in ciò che questo è». –