La piccola Kelidonio/II

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II. Mnasika a Philiscos

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I III


Glycera ed io abbiamo assai riso delle burla di Seso: e digli da parte nostra che lo rivedremmo volontieri, quand’anche ora abbia messo barba, senza però poterci intimorire, perché la barba non fa il filosofo.

Satyro che ha smesso la casacca irsuta del coltivatore, e vuol spiegare la sua dialettica imparata sotto ai portici, si dà d’attorno per far conoscere la sua arguzia e la sua innata sottigliezza di pensiero. Fa ora il galante e tenta bei gesti colle mani incallite; ma perché ha spalle quadre, labra rosse, e qualche moneta d’oro da spendere, non è lasciato da parte.

Ti regaliamo, Philiscos, li ultimi suoi epigrammi che non sono tra i peggiori; sembra che nelle sue buone avventure d’amore insuperbito, spregi le più facili che vengono a sollecitarlo con qualche insistenza; tra le assai conosciute e troppo coltivate e le vecchie matrone, come vedrai dai versi, egli non vorrebbe più oltre commerciare. Ha trovato un giovane Armeno sospiroso e biondo che intende il greco di traverso e non s’accorge di divertirci troppo e di pagar caro. Ma leggi le strofe.


CONTRO CHIONE


«Facile ti consento, dolce amica, il rimprovero ameno, se mi ecciti con grazia a impararti l’arguzia in soccorso. Vuoi ch’io ti insegni col discorso importuno, o Chione, inganno di retorica e luoghi comuni allo scritto? Presto su questa via tu eccelli alla scuola erudita.

«Io ti sono da meno: che se guardo al tuo molto valore, ecco che per te, bella, il sermone s’abbella e rifulge, massima alla retorica, industriosa signora del tropo, già che a tutti ti presti sul talamo, luogo comune».


CONTRO SESO


«Dàtti per oggi pace se le rose sciupate del labro segnano l’ore molte trascorse a baciare ridendo: il tempo alacre corre e incalza il secolo.

«Seso, così rattieni la tua vana eloquenza all’invito; scivolan le parole sul lubrico verso d’amore, la tua voce s’affioca e s’arrochisce.

«E cessa colla mano fallofora, esimia all’ufficio, blandizie inefficaci. Pigro, a capriccio, ricuso anima al nervo combattente e nobile.

«Amor mi si rifiuta; spuntasi il dardo e cede su floscie cuoja, o basso s’inguaina al turcasso pacifico: l’arme non fanno guerra alla vecchiaia.

«Mal mi acconcio a sorreggerti i passi; leggiadra un giorno, o Seso, sto sempre ai giovani antagonista: per trecche sfatte mi sfaccio al punto. Il tempo alacre corre e t’incalza col secolo».