La scienza moderna e l'anarchia/Parte prima/V

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Il risveglio scientifico dal 1856 al 1862

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Il risveglio scientifico dal 1856 al 1862
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Se Augusto Comte non potè riuscire nel suo studio delle istituzioni umane e sopratutto del principio morale, non bisogna dimenticare che egli scriveva la sua Filosofia e la sua Politica ben prima degli anni 1856-1862, periodo in cui – come abbiamo già detto – l'orizzonte della scienza si allargò all'improvviso ed il livello generale delle cognizioni dei dotti si elevò rapidamente.

Le opere concernenti le diverse ramificazioni delle scienze, che apparvero nel corso di questi cinque o sei anni, determinarono in tutte le nostre concezioni della natura, della vita in generale e della vita delle umane società una rivoluzione così completa, che una simile non si ricorda in tutta la storia delle scienze da più di venti secoli.

Ciò che gli enciclopedisti avevano soltanto intravveduto, o piuttosto presentito, ciò che le migliori intelligenze del principio del secolo XIX avevano con gran fatica tentato di distrigare, si manifestò di un subito con tanta forza, e tutto fu così completamente e bene elaborato per mezzo del metodo induttivo-deduttivo delle scienze naturali, che ogni altro mezzo di ricerca apparve subito incompleto, falso e inutile.

Arrestiamoci dunque un momento su questi risultati, per poter meglio apprezzare il tentativo ulteriore d'una filosofia sintetica, fatto da Erberto Spencer.

Durante quei sei anni, Grove, Clausius, Helmohltz, Joule e tutta una falange di fisici e di astronomi – fra cui Kirchoff, il quale con la scoperta dell'analisi spettrale ci permise di riconoscere la composizione chimica delle stelle, e cioè dei soli più lontani da noi – oltrepassarono i limiti che da un mezzo secolo vietavano agli scienziati di darsi a vaste ed ardite generalizzazioni. E in alcuni anni provarono e stabilirono l'unità della natura in tutto il mondo inorganico. Parlare oramai di fluidi misteriosi, calorico, magnetico, elettrico, od altro, a cui ricorrevano un tempo i fisici per spiegare le differenti forze, divenne cosa assolutamente impossibile. Fu provato che i movimenti meccanici delle molecole – quelli che producono le onde del mare, gli altri che osserviamo nelle vibrazioni d'una campana o d'una lama di metallo – bastano per spiegare tutti i fenomeni fisici: calore, luce, suono, elettricità, magnetismo.

Più ancora, noi imparammo a misurare questi movimenti invisibili, queste vibrazioni di molecole – a pesare, per così dire, la loro energia – allo stesso modo che misuriamo l'energia d'una pietra che cade o d'una vaporiera in movimento. La fisica divenne un ramo della meccanica.

Fu dimostrato inoltre, sempre durante quegli anni, che nei corpi celesti più lontani da noi, anche nei soli innumerevoli che appaiono in quantità inestimabile nella via lattea, si riscontrano assolutamente gli stessi corpi semplici chimici, o elementi, che abbiamo riscontrati sul nostro globo, e che vi si producono proprio le medesime vibrazioni infinite di molecole, con gli stessi risultati fisici e chimici che sul nostro pianeta. Ed i movimenti dei corpi celesti, degli astri che percorrono lo spazio per la legge di gravitazione universale, anche essi non sono, secondo ogni probabilità, che la risultante di tutte le vibrazioni che si trasmettono a bilioni e trilioni di miriametri traverso lo spazio interstellare dell'universo.

Queste medesime vibrazioni caloriche ed elettriche sono sufficienti a spiegare tutti i fenomeni chimici. La chimica non è, essa pure, che un capitolo della meccanica molecolare. E la vita stessa delle piante e degli animali, in tutte le sue innumerevoli manifestazioni, non è che uno scambio di molecole (o piuttosto di atomi), in tutta la vasta serie di corpi chimici, molto complicati e perciò molto instabili, di cui si compongono i tessuti viventi di tutti gli esseri animati. La vita non è che una serie di decomposizioni e di ricomposizioni chimiche nelle più complesse molecole: una serie di «fermentazioni» dovute appunto a fermenti chimici, inorganici.

Inoltre, in quello stesso periodo di tempo fu compreso – per essere meglio riconosciuto e provato nel corso degli anni 1890-1900 – che la vita delle cellule del sistema nervoso e la loro capacità di trasmettere, l'una all'altra, ogni irritazione, ci danno una spiegazione meccanica della trasmissione d'irritazioni nelle piante, come della vita nervosa degli animali. In seguito a queste ricerche noi possiamo ora, senza uscire dal dominio dell'osservazione puramente fisiologica, comprendere come le immagini e le impressioni in generale, si fissano nel nostro cervello, come esse agiscono le une sulle altre, e come danno origine ai concetti, alle idee.

Noi siamo pure in grado di concepire oggi «l'associazione delle idee», ossia in qual modo ogni impressione risvegli impressioni avute prima. Noi afferriamo così il meccanismo stesso del pensiero.

Certo, noi siamo ancora ben lungi dall'aver scoperto tutto in questo senso; muoviamo i primi passi, e ci resta ancora un infinito da scoprire. La scienza, liberata appena dalla metafisica che la strozzava, ha cominciato soltanto il suo studio su questo immenso terreno: la psicologia fisica. Ma il principio è fatto, e fondamenti solidi sono già gettati per le ricerche future. La vecchia divisione in due campi nettamente separati, che il filosofo tedesco Kant cercò di stabilire: da un lato, secondo lui, il dominio dei fenomeni che sono esplorabili «nel tempo e nello spazio» (dominio fisico), e dall'altro lato, il dominio dei fenomeni non esplorabili che «nel tempo» (dominio dei fenomeni dello spirito) – questa divisione scompare oggigiorno. Ed alla domanda che faceva un giorno il professore materialista russo Setchenov: «a che cosa allacciare e come studiare la psicologia?», è stata già data la risposta: «Alla fisiologia, col metodo fisiologico!» Infatti le recenti ricerche dei fisiologi hanno proiettata molto più luce sul meccanismo del pensiero, sulla origine delle impressioni, la loro fissazione nella memoria e la loro trasmissione, che tutte le sottilissime discussioni con cui i metafisici ci han tenuto a bada fino a poco tempo fa.

Così, anche in questa fortezza che pareva appartenerle senza possibile contestazione, la metafisica oggi è stata vinta. Il dominio della psicologia è invaso dalle scienze naturali e dalla filosofia materialista, che fanno progredire le nostre cognizioni sul meccanismo del pensiero in questo ramo con una rapidità prima d'ora sconosciuta.

* * *

Fra le opere scientifiche che apparvero alla luce durante quei cinque o sei anni, ve ne fu una destinata ad eclissare tutte le altre: l'Origine delle specie, di Carlo Darwin.

Prima d'allora, Buffon, nel secolo XVIII, e Lamarck fra l'uno e l'altro secolo, s'erano già azzardati ad affermare che le differenti specie di piante e di animali, che si riscontrano sulla faccia della terra, non rappresentano affatto forme immutabili. Esse sono variabili e variano continuamente sotto l'influenza dell'ambiente. La stessa rassomiglianza di famiglia, che si osserva fra le diverse specie appartenenti a questo o a quel gruppo, non prova forse – dicevano essi – che queste specie discendono da antenati comuni? Le diverse specie, ad esempio, di ranuncoli delle nostre praterie e paludi devono esser certo i discendenti d'una sola e medesima specie, diversificati in seguito da tutta una serie di variazioni e di adattamenti subíti nelle diverse circostanze della loro esistenza. Allo stesso modo, le specie attuali del lupo, del cane, dello sciacallo, della volpe, certo non esistevano un tempo; ma doveva esservi al loro posto una specie di animali, la quale, nel corso delle età, diede origine ai lupi, ai cani, agli sciacalli ed alle volpi. Per il cavallo, l'asino, la zebra, ecc., si conosce già perfettamente l'antenato comune, di cui si è trovato l'ossame negli strati geologici.

Ma nel XVIII secolo non bisognava avventurarsi troppo a professare simili eresie. Per molto meno, Buffon fu minacciato di processo dal tribunale della Chiesa e costretto a pubblicare nella Storia naturale una ritrattazione. La Chiesa, in quel tempo, era ancora potentissima, e i naturalisti che osavano sostenere eresie spiacevoli ai vescovi, correvano il pericolo della prigione, della tortura o del manicomio. Per questo, gli «eretici» parlavano allora con tanta prudenza!

Ma, dopo il 1848, Darwin e Wallace osarono invece affermare recisamente la stessa eresia, e Darwin ebbe anche il coraggio di aggiungere che l'uomo, pur egli, s'è sviluppato per mezzo di una lenta evoluzione fisiologica e trae la sua origine da una specie di animali simili alle scimmie; che lo «spirito immortale» e l'«anima morale» dell'uomo si sono nel corso dei secoli sviluppati allo stesso modo che lo spirito e le abitudini sociali di un chimpanzè o di una formica.

Tutti sanno che fulmini furono scagliati dai «vecchi» sulla testa di Darwin e sopratutto su quella del suo coraggioso, dotto ed intelligente apostolo Huxley, che sottolineò quelle conclusioni del darwinismo che più spaventavano i preti di tutte le religioni.

La lotta fu terribile; ma i darwinisti ne uscirono vittoriosi. E da allora, tutta una nuova scienza – la biologia – la scienza della vita in tutte le sue manifestazioni, è cresciuta sotto i nostri occhi.

L'opera di Darwin diede eziandio un metodo nuovo di investigazione per la comprensione d'ogni sorta di fenomeni – nella vita della materia fisica, in quella degli organismi e in quella delle società. L'idea di uno sviluppo continuo – e cioè dell'evoluzione – e d'un adattamento graduale degli esseri e delle società alle nuove condizioni, man mano che queste si modificano, trovò un'applicazione assai più larga di quella di spiegare l'origine di nuove specie. Non appena essa fu applicata allo studio della natura in generale, come pure allo studio degli uomini, delle loro facoltà e delle loro istituzioni sociali, aprì nuovi orizzonti e diede la possibilità di spiegare i fatti più incomprensibili in tutti i rami del sapere. Basandosi su tale principio, così ricco di conseguenze, fu possibile tessere la storia non solo degli organismi, ma anche delle istituzioni umane.

La biologia, trattata da Spencer, ci mostrò come tutte le specie di piante e di animali del nostro globo hanno potuto svilupparsi, partendo da alcuni organismi semplicissimi che in principio popolavano la terra; e Haeckel potè tracciare lo schizzo d'un albero genealogico probabile delle differenti classi di animali – l'uomo compreso. Era già molto; ma divenne altresì possibile di gettare i primi sicuri fondamenti scientifici della storia dei costumi, delle abitudini, credenze ed istituzioni umane – ciò che mancava del tutto al secolo XVIII e ad Augusto Comte. Questa storia noi oggi possiamo scriverla, senza ricorrere alle formule metafisiche di Hegel e senza arrestarci, nè dinanzi alle «idee innate» o alle «sostanze» di Kant, nè alle ispirazioni esteriori. Possiamo, insomma, rintracciarla senza bisogno delle formule che erano la morte dello spirito di investigazione, e dietro le quali, come dietro delle nubi, si nascondeva sempre la medesima ignoranza – sempre la stessa vecchia superstizione, la cieca fede nell'assurdo.

Aiutata da un lato dai lavori dei naturalisti, e dall'altro dall'opera di Henry Maine e de' suoi continuatori, che applicarono lo stesso modo induttivo allo studio delle istituzioni primitive e delle leggi che ne ebbero origine, la storia dello sviluppo delle istituzioni umane potè essere edificata in questi ultimi cinquant'anni sovra una base altrettanto solida che la storia dello sviluppo di non importa quale altra specie di piante o di animali.

Senza dubbio, si commetterebbe una grave ingiustizia dimenticando il lavoro compiuto già dal 1830 al 1840 dalla scuola di Agostino Thierry in Francia e da quella di Maurer e dei «germanisti» in Germania, di cui Kostomaroff, Belayeff e tanti altri furono i continuatori in Russia. Il metodo dell'evoluzione fu certo applicato anche prima di allora, dagli enciclopedisti in poi, allo studio dei costumi e delle istituzioni, come a quello delle lingue. Ma non fu possibile ottenere risultati corretti, scientifici, che dopo aver appreso a considerare i fatti storici accumulati, proprio come il naturalista osserva lo sviluppo graduale degli organi di una pianta o quello di una nuova specie.

Le formule metafisiche aiutavano, certo, al loro tempo, a fare qualche generalizzazione approssimativa; ridestavano il pensiero intorpidito, e lo agitavano con le loro vaghe allusioni all'unità ed alla vita incessante della natura. In un periodo di reazione, come fu quello dei primi decenni del secolo XIX, in cui le generalizzazioni induttive degli enciclopedisti e dei loro predecessori inglesi e scozzesi cominciavano ad essere dimenticate; in un periodo sopratutto in cui occorreva molto coraggio morale per osar parlare, di fronte al misticismo trionfante, dell'unità della natura fisica e «spirituale» – e tale coraggio mancava ai filosofi – la metafisica nebulosa dei tedeschi certo manteneva l'inclinazione per le generalizzazioni.

Ma le generalizzazioni di quel tempo – stabilite sia col metodo dialettico, sia con una induzione semi-cosciente – erano, appunto per ciò, di un vuoto desolante. Le prime erano basate, in fondo, su asserzioni molto ingenue, simili a quelle di alcuni greci dell'antichità, quando affermavano che i pianeti dovevano descrivere nello spazio dei circoli, perchè il circolo è la più perfetta delle curve. Però, l'ingenuità di tali affermazioni e l'assenza di prove erano nascoste generalmente da ragionamenti vaghi e parole nebulose, e da uno stile oscuro e grottescamente pesante. Le generalizzazioni, poi, nate da una induzione semi-cosciente, erano sempre appoggiate da un numero del tutto limitato di osservazioni – sul genere delle generalizzazioni, molto larghe e malfondate di Weissmann, che hanno fatto, or non è molto, un certo rumore. L'induzione essendo incosciente, si esagera facilmente il valore di conclusioni ipotetiche, che erano presentate come leggi indiscutibili, quando invece non erano che supposizioni, ipotesi e generalizzazioni embrionali, che bisognava ancora sottomettere ad una verifica elementare, confrontando i loro risultati coi fatti osservati.

Infine, tutte quelle generalizzazioni erano espresse in una forma così astratta e nebulosa – come «la tesi, l'antitesi e la sintesi» di Hegel – da lasciare piena libertà al più completo arbitrio, quando si trattava di tirarne le conclusioni pratiche, cosicchè se ne poteva derivare (e fu fatto) lo spirito rivoluzionario di Bakunin con l'insurrezione di Dresda, il giacobismo rivoluzionario di Marx, e la «sanzione di ciò che esiste» di Hegel, che spinse tanti autori a fare «la pace con la realtà», ossia con l'autocrazia. Oggi ancora, basta citare i numerosi errori economici, in cui abbiamo visto cadere recentemente dei socialisti, in causa della loro predilezione per il metodo dialettico e la metafisica economista, di cui si servono, invece di dedicarsi allo studio dei fatti reali della vita economica delle nazioni.