La scienza moderna e l'anarchia/Prefazione

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Prefazione

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I

Quando noi analizziamo una teoria sociale qualsiasi, ci accorgiamo ben presto che non solo rappresenta un programma di partito ed un ideale di ricostruzione della società, ma che generalmente si allaccia pure ad un sistema qualsiasi di filosofia – di concezione generale della natura e delle società umane. È il pensiero che avevo già tentato di far risaltare in due conferenze sull'Anarchia, in cui mostravo i rapporti esistenti fra le nostre idee e la tendenza, ben distinta in questo momento, nelle scienze naturali, di spiegare i grandi fenomeni della natura con l'azione degli infinitamente piccoli, laddove non si vedeva prima che l'azione delle grandi masse, e nelle scienze sociali, di riconoscere i diritti dell'individuo, mentre finora non si consideravano che gli interessi dello Stato.

Ora, in questo libro, cerco di dimostrare che la nostra concezione dell'Anarchia rappresenta una conseguenza necessaria del grande risveglio generale delle scienze naturali che si produsse durante il secolo XIX. È lo studio di questo grande risveglio, come pure delle notevoli conquiste fatte dalla scienza durante gli ultimi dieci o dodici anni del secolo scorso, che m'inspirò questo lavoro.

Si sa, infatti, che gli ultimi anni del secolo scorso furono segnati da importanti progressi nelle scienze naturali, ai quali dobbiamo la scoperta del telegrafo senza fili, d'una serie di radiazioni prima sconosciute, d'un gruppo di gaz inerti che non si prestano a combinazioni chimiche, di nuove forme elementari della materia vivente, e così via. E mi toccò di studiare a fondo queste nuove conquiste della scienza.

Nel 1891, al momento stesso in cui queste scoperte si susseguivano così rapidamente, l'editore della Nineteenth Century, James Knowles, mi propose di continuare nella sua rivista la serie d'articoli sulla scienza moderna, che sino allora era stata fatta da Huxley, il grande emulo di Darwin, a cui la sua salute malferma non permetteva di continuarla. Si capisce quanto esitai ad accettare una simile offerta. Non erano eleganti dissertazioni sovra soggetti scientifici che Huxley aveva fatte, ma articoli in ciascuno dei quali si trattava a fondo due o tre delle grandi questioni scientifiche all'ordine del giorno, dando al lettore, in uno stile comprensibile, l'analisi ragionata e critica delle scoperte concernenti queste questioni. Ma, Knowles insisteva, e, per facilitare il mio compito, la Società Reale m'invitava ad assistere alle sue sedute. Finii con l'accettare, e, durante dieci anni, dal 1892, scrissi la serie degli articoli, Recent Science, per la Nineteenth Century, finchè un assalto di cuore mi costrinse a mia volta ad abbandonare quel lavoro arduo.

Con lo studiare così seriamente le notevoli scoperte di quegli anni, giunsi a un doppio risultato. Da una parte vedevo come – sempre grazie al metodo induttivo – nuove scoperte d'un'immensa importanza per l'interpretazione della natura erano venute ad aggiungersi a quelle che avevano illustrato gli anni 1856-1862, e come uno studio più approfondito delle grandi scoperte fatte da Mayer, Grove, Würtz, Darwin e parecchi altri verso la metà del secolo, mentre suscitava nuove questioni d'una vasta portata filosofica, rischiarava d'una nuova luce le scoperte precedenti ed apriva nuovi orizzonti alla scienza. E dove certi scienziati, troppo impazienti, o troppo imbevuti forse della loro prima educazione, volevano scorgere «un fallimento della scienza», vedevo soltanto un fatto normale, famigliarissimo ai matematici, il passaggio da una prima approssimazione alle seguenti.

Continuamente, infatti, noi vediamo l'astronomo, il fisico, dimostrare l'esistenza di certi rapporti tra diversi fenomeni, rapporti che chiamiamo una «legge fisica». Dopo di che, un gran numero di lavoratori si mette a studiare minutamente le applicazioni di questa legge. Ma ben presto, mano mano che i fatti si accumulano con le loro ricerche, questi lavoratori scoprono che la legge studiata non è che una «prima approssimazione», che i fatti da spiegare sono assai più complicati di quel che parevano prima. Prendiamo un esempio conosciutissimo, quello delle «leggi di Kepler», concernenti il movimento dei pianeti intorno al sole. Uno studio minuzioso del movimento dei pianeti confermò dapprima queste leggi, provando che, infatti, i satelliti del sole descrivono grosso modo delle elissi, di cui il sole occupa uno dei fuochi. Ma si notò pure che l'elissi non era che una prima approssimazione. In realtà, i pianeti subiscono diverse deviazioni nel loro corso elittico. E quando si studiarono queste deviazioni, dovute all'azione dei pianeti gli uni sugli altri, gli astronomi poterono giungere ad una seconda ed a una terza approssimazione, che risposero, assai meglio della prima, ai movimenti reali dei pianeti.

È appunto ciò che avviene attualmente nelle scienze naturali. Dopo aver fatte le grandi scoperte dell'indistruttibilità della materia, dell'unità delle forze fisiche, agenti nella materia animata come nella materia inanimata, dopo aver stabilita la variabilità delle specie, e così via, le scienze che studiano minutamente le conseguenze di queste scoperte, cercano ora le «seconde approssimazioni», che risponderanno con maggior precisione alle realtà della vita della natura.

I pretesi «fallimenti della scienza», sfruttati in questo momento dai filosofi alla moda, non sono altro che la ricerca di seconde e terze approssimazioni, di cui si occupa sempre la scienza, dopo ogni epoca di grandi scoperte.

Non mi soffermerò quindi a discutere le opere di alcuni filosofi brillanti, ma superficiali, che cercano di trar profitto dalle soste inevitabili delle scienze per predicare l'intuizione mistica e svalorare la scienza in generale agli occhi di coloro che non sono in grado di verificare queste sorta di critiche. Sarei costretto a ripetere qui quanto è detto in questo stesso volume sugli abusi che fanno i metafisici del metodo dialettico. Mi basterà, del resto, di rinviare il lettore che s'interessa a queste questioni al lavoro di Hugh S. R. Elliot, Modern Science and the Illusions of Professor Bergson (La Scienza moderna e le Illusioni del professore Bergson), edito recentemente in Inghilterra, con un'eccellente prefazione di Sir Ray Lankester (Londra, 1912, Longman e Green, editori). Si potrà vedere in quest'opera, con quali metodi arbitrari e di pura dialettica, e con quali fuochi artificiali di linguaggio, il rappresentante favorito di questa corrente arriva alle sue conclusioni.

D'altra parte, studiando i progressi recenti delle scienze naturali e riconoscendo in ogni nuova scoperta una nuova applicazione del metodo induttivo, vedevo nello stesso tempo, come le idee anarchiche, formulate da Godwin e Proudhon e sviluppate dai loro continuatori, rappresentavano pure l'applicazione di questo stesso metodo alle scienze che studiano la vita delle società umane. Cercai quindi di dimostrare, nella prima parte di questo volume, sino a qual punto lo sviluppo dell'idea anarchica ha camminato al pari coi progressi delle scienze naturali. E tentai d'indicare, come e perchè la filosofia dell'Anarchia trovi il posto che le spetta nei tentativi recenti d'elaborare la filosofia sintetica, ossia la comprensione dell'Universo nel suo insieme.

La seconda parte del libro, che è un complemento necessario alla prima, è formata da uno studio sullo Stato moderno nella sua funzione di creatore di monopolii in favore d'una minoranza di privilegiati, e di fautore del militarismo e di guerre, che servono del pari ad accumulare le ricchezze nelle mani dei pochi, producendo parallelamente il necessario impoverimento delle masse. Nel trattare questa vasta questione dello Stato, creatore di monopolii, ho dovuto però limitarmi ad indicarne soltanto le linee essenziali, e l'ho fatto tanto più volentieri che è certo che qualcuno compirà fra poco questo lavoro, utilizzando la grande quantità di documenti pubblicati recentemente in Francia, in Germania e negli Stati Uniti, e facendo completamente risaltare questa funzione monopolistica dello Stato, che diventa ogni giorno un pericolo pubblico sempre più minaccioso.

Da ultimo, mi sono permesso di aggiungere delle «Note spiegative» sugli autori menzionati in questo volume e su alcuni termini scientifici. Constatando il buon numero di scrittori ricordati in queste pagine e in gran parte sconosciuti ai miei lettori operai, ho pensato che queste Note torneranno gradite.

Mi affretto nello stesso tempo a ringraziare particolarmente il mio amico, Dott. Max Nettlau, che ebbe la cortesia di aiutarmi con le sue vaste conoscenze della letteratura socialista ed anarchica pei capitoli storici di questo libro e per le «Note spiegative».

Brighton, Febbraio 1913.

P. K.