La tempesta (Shakespeare-Rusconi)/Nota

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Wilhelm August von Schlegel

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Atto quinto Otello
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NOTA



Ecco su questo dramma come si espresse il già citato Schlegel

«...Nella Tempesta v’ha poca azione e poco movimento. Il matrimonio di Ferdinando e di Miranda è risoluto infin dal loro primo ritrovo; e Prospero vi si oppose soltanto con ostacoli simulati. I naufraghi s’aggirano per l’isola senza alcun fine; e così la cospirazione di Sebastiano e d’Antonio contro il re di Napoli, come quella di Caliban e de’ marinai contro Prospero, non presentano che un vano simulacro di pericolo, poiché ben si prevede che il mago saprà sventare tutte quelle trame. Non rimane dunque al Poeta per riuscire ad una conchiusione soddisfacente, che di risvegliare i rimorsi dei colpevoli con terribili apparizioni, e di riconciliarsi poscia tutti i suoi personaggi. Questo difetto d’intreccio però è ben risarcito dalla meravigliosa varietà di ricchezze poetiche, e dalla soave giocondità che si trovano congiunte in questa leggiadra composizione. Le sue particolarità sono così seducenti, che occorre grande attenzione per accorgersi che lo scioglimento è già contenuto nell’esposizione. Nulla v’ha di più commovente, di più bèllo, di più delicato, delle scene sì brevi e sì poche, in cui si svolgono gli amori di Ferdinando e di Miranda.

Dall’una parte tutto è generosità, culto cavalleresco, rispetto pel giuramento; dall’altra non v’è che abbandono e purezza: ogni cosa vale a dipingere una vergine innocente, la quale, non avendo insino allora conosciuto che un deserto e suo padre, non ha imparato ad occultare le sue commozioni. La sapienza del principe eremita, Prospero, ha una tinta magica e misteriosa. La tormentosa impressione che produrrebbe la nera perfidia dei due usurpatori è mitigata dalla franchezza alquanto loquace del buon vecchio Gonzalo. Due malandrini di buon umore, Trìnculo e Stefano, s’uniscono a Caliban; ed Ariele, che leggiadramente aleggia sopra tutte quelle figure, pare sia il Genio personificato delle finzioni maravigliose.

Fra le straordinarie creazioni della poetica fantasia di Shakspeare, quella di Caliban è una delle più rinomate. Esso è un ente [p. 284 modifica]medio fra il gnomo e il selvaggio, d’una natura a metà da demone, a metà da bruto, e che lascia scorgere in tutte le sue attitudini i segni della sua origine, e quelli della educazione datagli da Prospero. Questo saggio uomo non ha potuto sviluppare l’intelletto di lui senza domare l’innata sua malvagità. Caliban è una specie di scimmia tozza, che sortì dalla natura la favella umana e un po’ di raziocinio. Esso è vile, simulato, adulatore; gode del male altrui: e nondimeno non somiglia a quegli scellerati della feccia del popolo, che furono alcuna volta dipinti da Shakspeare. Il mostro è rozzo, ma non volgare; non cade mai in quella triviale familiarità che mostrano i suoi briachi compagni; nel sua genere, infine, è un essete poetico. Sembra ch’egli abbia trascelto, per comporre il suo vocabolario, tutto ciò che il linguaggio ha di dissonante, di duro, di aspro; in quella guisa che ha soltanto scolpito nella sua immaginazione ciò che v’è di nocivo, di ripugnante, di meschinamente informe nell’immensa varietà della natura. Il mondo magico degli spiriti radunati dalla verga di Prospero non ha gettato che un debole riverbero nell’anima sua; a quel modo che un raggio di luce che penetra in un’oscura caverna non può nè illuminarla, nè riscaldarla, e non fa che sollevar dal suolo vapori pestilenziali. Tutta la dipintura di questo mostro è di una verità profonda e sostenuta; e, ad onta della deformità dell’oggetto, non ha nulla che offenda il sentimento, perocchè la dignità della natura umana non vi si trova compromessa.

La figura leggiera e trasparente di Ariele non permette di non riconoscere l’immagine dell’aria; nello stesso suo nome se ne vede l’allusione, come il nome di Caliban indica il pesante elemento della terra. Entrambi per altro non sono personificazioni allegoriche, ma esseri vivi, la cui esistenza individuale è ben determinata. In generale si può notare nel Sogno d’ima notte d’estate, nella Tempesta, nella parte magica del Macbeth, finalmente dovunque Shakspeare si prevale della credenza popolare per ammettere la presenza invisibile degli spiriti, e la possibilità di entrare in comunicazione con essi; si può notare, diciamo, quell’acutezza del vero poeta, che penetrando nel mistero della vita interna della natura, e delle sue forze più nascoste, non ha a far nulla colle leggi di un meccanismo materiale. Ma non v’è che Dante, a cui sia stata compartita quest’acutezza nello stesso grado che a Shakspeare»

(Cors. di Lett. Dramm.)