La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze/Libro primo/Capitolo XX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo
Capitolo XX

../Capitolo XIX ../Capitolo XXI IncludiIntestazione 24 giugno 2008 75% Autobiografie

Libro primo - Capitolo XIX Libro primo - Capitolo XXI

In mentre che io lavoravo questa opera, quel valente uomo Lucagnolo, che io dissi di sopra, mostrava di averlo molto per male, piú volte dicendomi che io mi farei molto piú utile e piú onore ad aiutarlo lavorar vasi grandi di argento, come io avevo cominciato. Al quale io dissi, che io sarei atto, sempre che io volessi, a lavorar vasi grandi di argento; ma che di quelle opere che io facevo, non ne veniva ogni giorno da fare; e che in esse opere tali era non manco onore che ne’ vasi grandi di argento, ma sí bene molto maggiore utile. Questo Lucagnolo mi derise dicendo: - Tu lo vedrai, Benvenuto; perché allora che tu arai finita cotesta opera, io mi affretterò di aver finito questo vaso, il quale cominciai quando tu il gioiello; e con la esperienza sarai chiaro l’utile che io trarrò del mio vaso, e quello che tu trarrai de il tuo gioiello -. Al cui io risposi, che volentieri avevo a piacere di fare con un sí valente uomo, quale era lui, tal pruova, perché alla fine di tale opere si vedrebbe chi di noi si ingannava. Cosí l’uno e l’altro di noi alquanto, con un poco di sdegnoso riso, abbassati il capo fieramente, ciascuno desideroso di dar fine alle cominciate opere; in modo che in termine di dieci giorni incirca ciascun di noi aveva con molta pulitezza e arte finita l’opera sua. Quella di Lucagnolo detto si era un vaso assai ben grande, il qual serviva in tavola di papa Clemente, dove buttava drento, in mentre che era a mensa, ossicina di carne e buccie di diverse frutte; fatto piú presto a pompa che a necessità. Era questo vaso ornato con dua bei manichi, con molte maschere picole e grande, con molti bellissimi fogliami, di tanta bella grazia e disegno, quanto inmaginar si possa; al quale io dissi, quello essere il piú bel vaso che mai io veduto avessi. A questo, Lucagnolo, parendogli avermi chiarito, disse: - Non manco bella pare a me l’opera tua, ma presto vedremo la differenza de l’uno e de l’altro -. Cosí preso il suo vaso, portatolo al papa, restò satisfatto benissimo, e subito lo fece pagare secondo l’uso de l’arte di tai grossi lavori. In questo mentre io portai l’opera mia alla ditta gentildonna madonna Porzia, la quali con molta maraviglia mi disse, che di gran lunga io avevo trapassata la promessa fattagli; e poi aggiunse, dicendomi che io domandassi delle fatiche mie tutto quel che mi piaceva, perché gli pareva che io meritassi tanto, che donandomi un castello, a pena gli parrebbe d’avermi sadisfatto; ma perché lei questo non poteva fare, ridendo mi disse, che io domandassi quel che lei poteva fare. Alla cui io dissi, che il maggior premio delle mie fatiche desiderato, si era l’avere sadisfatto Sua Signoria. Cosí anch’io ridendo, fattogli reverenza, mi parti’, dicendo che io non voleva altro premio che quello. Allora madonna Porzia ditta si volse a quella gentildonna romana, e disse: - Vedete voi che la compagnia di quelle virtú che noi giudicammo in lui, son queste, e non sono i vizii? - Maravigliatosi l’una e l’altra, pure disse madonna Porzia: - Benvenuto mio, ha’ tu mai sentito dire, che quando il povero dona a il ricco, il diavol se ne ride? - Alla quale io dissi: - E però di tanti sua dispiaceri, questa volta lo voglio vedere ridere - e partitomi, lei disse che non voleva per questa volta fargli cotal grazia. Tornatomi alla mia bottega, Lucagnolo aveva in un cartoccio li dinari avuti del suo vaso; e giunto mi disse: - Accosta un poco qui a paragone il premio del tuo gioiello a canto al premio del mio vaso -. Al quale io dissi che lo salvassi in quel modo insino al seguente giorno; perché io speravo che sí bene come l’opera mia innel suo genere non era stata manco bella della sua, cosí aspettavo di fargli vedere il premio di essa.