La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze/Libro secondo/Capitolo XVII

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Libro secondo
Capitolo XVII

../Capitolo XVI ../Capitolo XVIII IncludiIntestazione 17 luglio 2008 75% Autobiografie

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In quello stante viddi certi servitori, che, bisbigliando, presto ancora loro si partirno di casa, mostrando andare per altra via che quella dove io andavo. Io che sollecitamente camminavo, passato il ponte al Cambio, venivo su per un muricciuolo della fiumara, il quale mi conduceva a casa mia a Nello. Quando io fui appunto dagli Austini, luogo pericolosissimo se ben vicino a casa mia cinquecento passi; per essere l’abitazione del castello a drento quasi che altretanto, non si sarebbe sentito la voce, se io mi fussi messo a chiamare, ma resolutomi in un tratto che io mi veddi scoperto a dosso quattro con quattro spade, prestamente copersi quella sportellina con la cappa, e messo mano in su la mia spada, veduto che costoro con sollecitudine mi serravano, dissi: - Dai soldati non si può guadagnare altro che la cappa e la spada; e questa, prima che io ve la dia, spero l’arete con poco vostro guadagno -. E pugnando contro a di loro animosamente, piú volte m’apersi, acciò che, se e’ fussino stati di quelli indettati da quei servitori, che m’avevan visto pigliare i danari, con qualche ragione iudicassino che io non avevo tal somma di danari addosso. La pugna durò poco, perché a poco a poco si ritiravono; e da lor dicevano in lingua loro: - Questo è un bravo italiano, e certo non è quello che noi cercavamo; o sí veramente, se gli è lui, e’ non ha nulla addosso -. Io parlavo italiano, e continuamente a colpi di stoccate e imbroccate talvolta molto a presso gl’investi’ alla vita; e perché io ho benissimo maneggiato l’arme, piú giudicavono che io fussi soldato che altro; e ristrettisi insieme, a poco a poco si scostavano da me, sempre borbottando sotto voce in lor lingua; e ancora io sempre dicevo, modestamente pure, che chi voleva la mia arme e la mia cappa, non l’arebbe senza fatica. Cominciai a sollecitare il passo, e lor sempre venivano a lento passo drietomi; per la qual cosa a me crebbe la paura, pensando di non dare in qualche imboscata di parecchi altri simili, che m’avessino messo in mezzo; di modo che, quando io fui presso a cento passi, mi messi a tutta corsa e ad alta voce gridavo: - Arme arme, fuora fuora, ché io sono assassinato -. Subito corse quattro giovani con quattro pezzi d’arme in aste: e volendo seguitar drieto a coloro, che ancor gli vedevano, gli fermai, dicendo pur forte: - Quei quattro poltroni non hanno saputo fare, contro a uno uomo solo, un bottino di mille scudi d’oro in oro, i quali m’hanno rotto un braccio; sí che andiangli prima a riporre, e di poi io vi farò compagnia col mio spadone a dua mane dove voi vorrete -. Andammo a riporre li dinari; e quelli mia giovani, condolendosi molto del gran pericolo che io avevo portato, modo che isgridarmi, dicevano: - Voi vi fidate troppo di voi stesso, e una volta ci avete a far piagner tutti -. Io dissi di molte cose; e lor mi risposono anche; fuggirno gli aversari mia; e noi tutti allegri e lieti cenammo, ridendoci di quei gran pressi che fa la fortuna, tanto in bene quanto in male; e non cogliendo, è come se nulla non fussi stato. Gli è ben vero che si dice: “Tu imparerai per un’altra volta”. Questo non vale, perché la vien sempre con modi diversi e non mai immaginati.