Le Mille ed una Notti/Storia del re Khadidan

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Storia del re Bakhtzeman Storia del re Beherkerd
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STORIA

DEL RE KHADIDAN


«Io salii al trono ancor giovanissimo. Abbagliato della mia gloria ed ebbro della mia potenza, credeva che tutti i miei vicini dovessero sottomettersi alle mie leggi. Uno di essi si mostrò geloso della propria indipendenza; gli dichiarai guerra. Egli aveva appena un pugno d’uomini da oppormi; io era alla testa di agguerrite milizie e credeva marciare a certa vittoria: l’esito distrusse crudelmente ogni mia illusione. Costretto a vergognosa fuga, mi vidi obbligato ad abbandonare i miei stati al vincitore, e ritirarmi nelle montagne con cinquanta uomini, che non avevano voluto abbandonarmi.

«La provvidenza mi fece incontrare fra quegli scoscesi dirupi un dervis, rinchiuso nel suo romitaggio e tutto dedito agli esercizi e pratiche della religione. Strinsi amicizia con lui, e gli raccontai le mie sventure. — Io non so,» gli dissi terminando, «ciò che ha potuto cagionare la mia disfatta: il mio nemico aveva soli ottocento uomini, ed io invece ottocentomila.

«— Il vostro nemico,» mi disse quel sant’uomo, «riponeva la sua fiducia in Dio, e voi riponevate la vostra nel numero delle vostre truppe; ecco perchè foste vinto. Riconoscete il vostro errore, e sperate nel soccorso dell’Onnipossente. —

«Quelle parole furono per me un raggio di luce; alzai gli occhi al cielo, e mi pentii dell’orgoglio e della presunzione che m’avevano fin allora acciecato. Poco tempo dopo, il buon dervis venne a trovarmi, [p. 291 modifica] e mi parlò così: — Il vostro nemico ha cessato di confidare in Dio; l’orgoglio s’è insinuato nel suo cuore; egli attribuisce il proprio trionfo al suo valore; voi solo potete ora sbaragliarlo. — «Prestai fede al discorso del dervis; radunai la mia debole scorta, cui aveva inspirati sentimenti uguali ai miei, e mossi contro il nemico. Gli piombammo addosso di notte, mandando spaventose grida; ci credette in gran numero, e prese la fuga.

«Ecco in qual guisa ricuperai i miei stati per l’onnipotenza di Dio; è in lui solo ch’io ripongo oggimai la mia speranza, e non manco d’implorarne l’assistenza in tutte le guerre cui m’accingo. —

«Bakhtzeman, udendo la storia di Khadidan, credè svegliarsi da un lungo sonno. — Gloria a Dio, onde ora riconosco tutta la potenza,» sclamò. «La vostra storia, sire, è precisamente la mia. Io vi nascosi il nome e le mie sventure; ma il servizio che or mi rendeste, dissipando il mio accecamento, m’astringe a svelarvi il mio segreto. Io sono il re Bakhtzeman; la fiducia da me riposta nelle mie proprie forze mi fe’ perdere la corona, e rese inutili gli sforzi che ho fatto per ricuperarla; voglio approfittare del vostro esempio, e prendere d’or innanzi la strada che voi m’insegnaste. —

«A quelle parole, Bakhtzeman prese congedo dal re Khadidan, e ritirossi in una solitudine per piangervi i suoi falli, e dedicarsi unicamente agli esercizi di pietà ed al servigio di Dio. Una notte che tranquillamente dormiva, vide in sogno un vecchio che gli tenne il seguente discorso:

«— Il Signore ha esaudite le tue preghiere: è pago del tuo pentimento, ti accorderà il suo soccorso, e ti farà trionfare sul nemico tuo.» Bakhtzeman, pieno di fiducia in quella visione, s’incamminò verso il suo regno. Giunto alla capitale, incontrò alcune persone [p. 292 modifica] al servizio del nuovo re, ma che, ciò malgrado, rimpiangevano vivamente il predecessore: avvistisi che veniva da paese straniero, lo consigliarono a non entrare in città.

«— Il nuovo monarca,» gli disse uno di essi,«ha un tal timore dell’ultimo re Bakhtzeman, che fa decapitare tutti gli stranieri, temendo ch’essi non siano od il re medesimo, o qualche suo emissario. — Perchè teme tanto Bakhtzeman?» chiese il principe, sicuro di non essere riconosciuto. «Iddio solo si deve temere; il male ed il bene unicamente da lui provengono.

«— Avete ragione,» risposero quelli; «ma il nuovo re si cura poco dei giudizi divini; fida nella propria potenza e nelle truppe che lo circondano, e cerca di conservare colla tirannide un’autorità usurpata colla violenza. Egli sa che tutti i cuori sono per Bakhtzeman, e che, se questi qui ricomparisse, centomila braccia si alzerebbero per ricollocarlo sul trono. —

«Bakhtzeman, tocco dall’attaccamento che dimostravano per lui quegli ufficiali dell’usurpatore, credè poter dichiarar loro chi fosse. Tosto essi discesero da cavallo, gli si gettarono ai piedi, e baciatine gli abiti, domandarono perchè osasse esporsi in quel modo. — Io non temo per la mia vita,» rispos’egli; «Dio, se vuole, saprà conservarla; in lui solo ora ripongo ogni mia speranza.

«— In tal caso,» soggiunsero quelli, «voi dovete trionfare dell’usurpatore, che ripone la sua fiducia soltanto negli uomini. Circa a noi, siamo pronti a tentar tutto, ed a versare per voi l’ultima stilla del nostro sangue. Noi siamo i più intimi confidenti dell’usurpatore: vi faremo entrare nella città, e vi terremo nascosto finchè sia tempo di mostrarvi. —

«Il principe s’abbandonò alla fedeltà di quegli ufficiali, e disse loro di fare tutto quello che il cielo e [p. 293 modifica] la loro affezione avrebbe consigliato. Lo fecero entrare nella città, e nascostolo nella casa d’uno di essi, radunarono poscia gli altri ufficiali che avevano già servito Bakhtzeman, e svelarono loro il suo ritorno. Questi ne dimostrarono la propria gioia, e prestatogli di nuovo il giuramento di fedeltà, si precipitarono poi sull’usurpatore, lo uccisero, ed il re Bakhtzeman fu rimesso sul trono, in mezzo agli applausi di tutto il popolo.

«Quel monarca, istruito dalla sventura, non dimenticò giammai in qual guisa avesse ricuperato l’impero, si mostrò sempre religioso e sommesso a Dio, giusto e clemente cogli uomini; il cielo lo colmò de’ suoi favori, ed il suo regno fu una continua serie di successi e di prosperità. —

«Il giovane intendente, terminando la storia del re Bakhtzeman, protestò di nuovo ad Azadbakht che confidava unicamente in Dio, che non attendeva soccorso da altri, ed essere fermamente persuaso che avrebbe in breve mostrata la sua innocenza. Il monarca, commosso dalla sua aria di candore, e dai sentimenti che palesava, ordinò fosse ricondotto in carcere.

«All’indomani, giorno settimo dell’imprigionamento del giovane intendente, il settimo visir, chiamato Behkmal, venne a trovare il re, per eccitarlo ad ordinare la morte dello schiavo, rappresentandogli essere il costui delitto evidente, e richiedere un castigo pronto ed esemplare.

«Azadbakht ordinò che gli si conducesse dinanzi il colpevole, e disse: — Io non posso più a lungo differire la tua punizione; il mio onore e la tranquillità dello stato esigono la tua morte, e non puoi aspettarti da me alcun perdono.

«— Sire,» disse il giovane intendente, «più il fallo è grande, e maggior merito ha il perdono; un sovrano come voi può agevolmente e senza timore [p. 294 modifica]perdonare ad un infelice par mio, quand’anche il fallo fosse palese. Far grazia della vita, è la maggior concessione che si possa fare: su ciò la potenza degli uomini si avvicina a quella della Divinità, giacché lasciar vivere chi si può far morire, è, per così dire, rendere la vita ad un morto: l’esempio del re Beherkerd prova che i sovrani, i quali fanno uso della clemenza, ne sono pur essi talvolta ricompensati.—

«Azadbakht parve desideroso di udire la storia del re Beherkerd, ed il giovane la raccontò in questi termini....»

Il giorno, che cominciava a spuntare, impose silenzio alla sultana delle Indie, la quale all’indomani — riprese il seguito dei racconti che la storia dei dieci visiri le presentava tanto a proposito.