Le odi e i frammenti (Pindaro)/Le odi siciliane/Ode Nemea I

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Ode Nemea I

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Nemea I
Le odi siciliane - Ode Istmica II Le odi siciliane - Ode Nemea IX
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ODE NEMEA I

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Odi di Pindaro (Romagnoli) I-0126.png


Abbiamo visto il nome di Cromio mescolato a tutti gli avvenimenti di questo periodo, e specialmente alle vicende dei Dinomènidi. Ancora giovanissimo, prese parte alla battaglia dell’Eloro. Sposò la sorella di Gelone. Combattè a fianco di Gelone nella battaglia d’Imera. Ierone lo mandò a trattare con Anassilao di Reggio. Fu alla battaglia di Cuma. Ierone lo nominò, infine, governatore della nuova città di Etna.

A quest’ultimo periodo gli scoliasti attribuiscono l’ode; e le osservazioni, pure acute, del Gaspar, non mi convincerebbero a mutare opinione. Il mito d’Eracle giovinetto certo potrebbe convenire al principio della carriera di Cromio; ma può non meno bene, riferirsi alla nuova città d’Etna, insidiata da tanti nemici, e pur cosí gagliarda da soffocarli tutti.

L’ode, che, dopo una breve introduzione, è tutta dedicata al mito d’Eracle, è chiarissima. C’è solo da illustrar qualche particolare. Ortigia, l’isoletta congiunta alla più grande isola mediante una costruzione, è come un rametto innestato su un tronco: però è detta ramoscello di Siracusa (v. 3): e requie d’Alfeo, perché in essa, secondo il mito notissimo, Alfeo avrebbe raggiunta l’amata Aretusa: e talamo d’Artemide perché la dea aveva qui un santuario; e sorella di Delo perché Delo, culla d’Artemide, era l’isola sacra per eccellenza alla Dea saettatrice. — La vittoria olimpica e l’elogio sono come due corsieri: si può, e Pindaro vuole, aggiogarli (v. 8-9). — [p. 94 modifica] Artemide e Giove, invocati al principio del canto, stanno al canto come le fondamenta alla costruzione, il plinto alla colonna: son dunque fulcro del canto (v. 10). — Il carme elogiativo è un fregio: fregio di erba vivace, che cresce da un germe: Pindaro lo semina (v. 15). — La gloria è un edifìcio: ha dunque un fastigio: al lume della fortuna questo fastigio risplende come il vertice d’un palagio al sole (v. 12). — Chi censura i buoni, fa come chi gitta acqua nel fumo: il fumo cresce (v. 29), — Le virtú dei padri sono come una catena di monti: se tu attingi le vette supreme, trovi le gesta di Eracle (v. 42). — Le ardite e pittoresche immagini che seguono si devono intendere alla prima e non tormentarle con superflue esegesi.

Abbiamo qui poi, in una delle sue mirabili applicazioni, un motivo prediletto a Pindaro. Mentre si svolge una scena, un personaggio arriva, e, coltala nel suo complesso, si ferma sbigottito a mirarla. Qui è Anfitrione, altrove altri, anche quando non è giustificato tanto stupore da produrre l’immobilità. Il Foscolo derivò da Pindaro questo atteggiamento. Nel suo Aiace vediamo l'eroe:

fra le dardanie faci arso e splendente
scagliar rotta la spada, e trarsi l’elmo,
e fulminare immobile col guardo
Ettore, che perplesso ivi si tenne.

Odi di Pindaro (Romagnoli) I-0127.png
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PER CROMIO DA SIRACUSA

VINCITORE NELLA CORSA DEI CAVALLI A NEMEA


I


Strofe

O fulgida requie d’Alfeo,
o di Siracusa
vermena tu florida, Ortigia,
d’Artèmide talamo, di Delo sorella,
da te l’inno armonico lanciasi,
per laudi comporre ai corsieri dal pie’ di tempesta, mercè
di Giove, signore dell’Etna;
e il carro di Cromio e Nemèa mi spingon, che a belle vittorie
l’encomio dei cantici aggioghi.


Antistrofe

I Numi son fulcro all’elogio
ch’io levo al valore
divino di Cromio. Di gloria
il vertice in prospera sorte risplende;
e grato è alla Musa il ricordo
di prospera sorte. Ora semina un fregio per l’isola cui
donava a Persèfone Giove,
signore d’Olimpo; e, scotendo le chiome, assentí che la pingue
Sicilia, ferace piú d’ogni

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Epodo

contrada, anche insigne per fiore supremo d’acropoli fosse.
E gente le diede il Croníde maestra di bronzee mischie,
di fieri cavalli, e partecipe dei serti d’ulivo in Olimpia.
Di molte prodezze il ricordo
toccai, né a menzogna m’attenni. —

II


Strofe

Io stetti su l’atrio e la soglia
dell’uomo ospitale,
levando canzoni soavi,
là dove a me ricca s’appresta la mensa.
Né chi peregrino qui giunga
respingon le case. Chi gitta censure sui buoni, fa come
chi l’acqua rovescia sul fumo.
Son varie degli uomini l'arti. Conviene per tramiti retti
pugnare con l’ínsita forza.


Antistrofe

La possa si mostra nei fatti;
il senno, se all’uomo
Natura lo die’, nei consigli,
s’ei scorga il futuro. Figliuol d’Agesídamo,
tu questo, tu quella possiedi.
Non piacemi, no, gran ricchezze nascondere in casa e tenermele;

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bensí, dei miei beni godendo,
partecipi farne gli amici, e udirne la lode: ché spemi
comuni han gli oppressi mortali.


Epodo

Ora io, ridestando un racconto sui vertici sommi d’avite
prodezze, con tutto il mio cuore mi faccio vicino ad Alcíde:
com’egli, progenie di Giove, dal grembo doglioso materno
uscí col germano gemello,
del giorno alla fulgida luce;

III


Strofe

e come entro fasce di croco
fu avvolto; né ad Era
rimase nascosto. Trafitta
nell’anima, súbito mandò due dragoni.
Dischiuse eran tutte le porte;
e quelli, diritti, ai recessi del talamo andaron, bramosi
di cingere ai pargoli attorno
le ingorde mascelle. Ed Alcide, levando su erta la testa,
compie’ quella prima sua zuffa,


Antistrofe

le strozze ghermendo ai due draghi
con ambe le mani; né quelli
sfuggiron la stretta; e breve ora
spazzò le loro anime dall’orride membra.

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Spavento terribil percosse
le femmine, quante a custodia lí stavan dei letti d’Alcmena.
Ed essa la madre, balzata
in pie’, dal giaciglio, discinta com’era dai pepli, tentava
schermire dai mostri i fanciulli.


Epodo

E a furia correvano in folla i duci tebani, con l’armi
di bronzo. E Anfitríone, ignuda scotendo nel pugno la spada,
moveva, ferito d’acuto travaglio: ché il duolo domestico
ci schiaccia: pei danni degli altri,
ben presto serenasi il cuore.


IV


Strofe

E stette, sospeso fra gaudio
e immenso stupore;
ché vide l'ardire incredibile
del figlio, e la possa. Cosí gl'Immortali
gli dieder sentenza contraria
da quella dai messi. Ed egli fece venire il vicino Tiresia,
solenne, verace profeta
di Giove possente. E alle turbe ei disse fra quante venture
il pargolo avvolto sarebbe,


Antistrofe

e a quante darebbe la morte
crudissime belve
per terra, ed a quante nel pelago;

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e disse che alcuno degli uomini, avvezzi
a obliqui soprusi, da lui
verrebbe anche spento; e soggiunse che quando i Giganti, nel piano
flegrèo pugneranno coi Numi,
sottessa la furia dei dardi d’Alcide, le fulgide chiome
dovranno insozzar nella polvere.


Epodo

E ch’ei, nelle case beate, godendo una pace perenne,
un placido eterno riposo, compenso ai suoi duri travagli,
unitosi ad Ebe fiorente, con lei celebrate le nozze,
vicino al Croníde, l’elogio
dirà delle sante sue leggi.


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