Le Odi e i frammenti I/Ode Olimpia VI

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Ode Olimpia VI

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Pindaro - Le Odi e i frammenti I (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Olimpia VI
Ode Pitia I Ode Pitia III

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ODE OLIMPIA VI

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Agesia era amico e indovino di Ierone, ed anche suo generale, come si vede dal confronto istituito in quest’ode fra lui ed Anfiarao (v. 12 sg.). Apparteneva alla famiglia degli Iamidi, che avevano ereditaria la gestione d’un oracolo in Olimpia, e che dal lato materno discendevano da signori del monte Cillene, in Arcadia. Lo scoliaste dice che s’ignora la data di quest’ode; ma dalla riflessione che è un bene per Agesia avere due patrie, Siracusa e Arcadia (v. 98 sg.), si può indurre che i tempi non fossero sereni. Agesia fu ucciso nei tumulti che seguirono la morte di Ierone: è ovvia l’idea che l’ode fosse composta poco prima, dunque nella olimpiade 78, 468 a. C. — Eccone il piano.

«Voglio incominciare con un esordio solenne. Agesia ha vinto in Olimpia: è ministro, in Olimpia stessa, dell’ara di Giove: è figlio di Siracusa» (v. 1-9).

Ora conviene risalire sino alla stirpe originaria di Agesia, cioè degli Iamidi: è lungo viaggio: occorre un cocchio: ben possono servire le mule che vinsero nella gara: e Fíntide, l’auriga, le aggioghi (v. 22-28).

Ed ecco la origine degli Iamidi. Posidone, dio del mare amò Pitane, ninfa che dimorava nella terra che prese poi il suo nome, accanto al fiume Eurota. Dal connubio nacque una fanciullina, Evadne, che la madre mandò ad allevare al re d’Arcadia Apito. Evadne, cresciuta, fu amata da [p. 126 modifica] Apollo, generò Viamo, e lo abbandonò sotto una macchia. Apito, che intanto era andato a Delfo a consultare l’oracolo, tornò cpn la notizia che il pargolo era figlio d’Apollo. Ma il pargolo non c’era più. Lo cercarono, e lo trovarono sotto una macchia, dove da cinque giorni lo nutrivano miracolosamente due dragoni. Lo coprivano viole: e da esse derivò il suo nome. Quando fu cresciuto, Viamo ebbe dall’avolo Posidone e dal padre Apollo un duplice dono attinente all’arte profetica: di udir subito il futuro da una voce veritiera; e il diritto, quando Eracle avesse fondato i giuochi in Olimpia, di stabilire qui un oracolo. Da questo Viamo discesero gli lamidi, famosi in tutta l’Ellade (v. 29-70).

Lodi ed auguri per gli Iamidi. — Essi hanno trionfato nel cimento, quindi si sono attirate molte invidie. Ma li protegge Ermete, signore d’Arcadia, al quale sul monte Cillene i loro avi materni fecero tanti sacrifizi. Anche Mètopa, avola di Pindaro, era nata a Stintalo, sotto il monte Cillene (v. 74-86).

Esortazioni ad Enea (il corifeo?), che inviti i coreuti a sbugiardare col canto il vecchio vituperio che si rivolgeva ai Beoti d’essere stupidi, e a cantare Era partenia, Ortigia e Ierone. E Ierone accolga di buon animo quest’inno (v. 86-97), che giunge ad Agesia dalla sua vecchia patria, l’Arcadia, alla nuova, Siracusa. Bene che in tempi burrascosi ne abbia due.

Invocazione a Posidone (v. 102-104).

Come nella Pitia VI (v. 15) ad un tesoro che mostra al sole la sua facciata, cosí qui l’inno è paragonato ad una reggia ; il suo principio è come l’ordine di colonne che sta sul davanti (v. I -4). — Come noi diciamo: trovarsi in questi panni, i Greci dicevano: avere il piede in questo calzare. — L’idea di lanciarsi con le mule per attraversare, oltre che lo spazio, anche il tempo (v. 22 sg.) è strana: di gusto [p. 127 modifica] discutibile scegliere per tale viaggio le mule che hanno vinto; e osservo questo, perché il lettore moderno sappia che Pindaro concepí e disse proprio cosí. — Pitane, al solito, è tanto la Ninfa quanto la località che ella protegge. Naturalmente, questa diede origine a quella; ma la leggenda antica narrava il contrario. — La famosa immagine della cote e della lingua (v. 82) è più chiara che non sembri forse ai commentatori. Come nella Pitia II (v. 112) la lingua si deve batter su l’incudine, sí che ne riesca ben temperata, al pari di un brando, cosí qui essa è sfiorata da una cote, si che ne riesce, come una spada, affilata. — Chi sia l’Enea del verso 87, si capisce poco; e tralascio un indovinello connesso ad un epiteto dato a questo Enea: la mia traduzione dice senz’altro a quelli del mestiere come io intendo. — A significare la grossezza dei Beoti, i Greci dicevano spicci spicci: Beozia porca! (v. 88). — il poeta immagina poi che il tempo futuro scivoli contro il presente, e non già che questo corra a perdersi in quello. —

Osserviamo ancora che qui Pindaro riprende magnificamente i due motivi già svolti altrove, degli eroi dinanzi a Tebe, e della invocazione notturna d’un eroe su l'acque. A nessuno passi poi per la mente che il colorito tutto moderno della scena di Viamo nel bosco dipenda in parte dalla mia versione. Ecco il testo:

αλλ'έν
xεxροπτο γαρ σχοινφ βάτία τ'έν άπέιρατφ ὶων ξεανθαίσι
xαι παμπορφύροις βεβρεγμένος άβρὸν σώμα

Giova ricordare una pittura simile dello Shelley:

And on the stream whose inconstant bosom
Was pranked under boughs of embowering blossom,

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Whith golden and green light slanting through
Their heaven of many a tangled hue,
Broad water-lilies lay tremulously, etc.

Né c'è bisogno di pensare che il cuor dei cuori, ad onta della sua grandissima conoscenza di poeti greci, derivasse qui da Pindaro.

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AD AGESIA FIGLIO DI SOSTRATO
VINCITORE COL CARRO GUIDATO DA MULE IN OLIMPIA



I


Strofe

Sostegno al saldo atrio del talamo, confitte voglio auree colonne,
sí come per fulgida reggia:
da lungi visibile dev’essere il fronte
dell’opera impresa. — Se un uomo vincesse le gare in Olimpia;
se in Pisa dell’ara di Giove fatidica fosse ministro;
se lui Siracusa la illustre dicesse suo figlio: che lode,
che inno dei suoi cittadini potrebbe tal uomo evitare?


Antistrofe

Or sappia il figliuolo di Sostrato che cinto è il suo piede beato
da tale calzare. — Né in terra
né in curvi navigli pregio hanno virtudi,
se immuni da rischi; ma tutti rammentan gl’insigni travagli.
Agesia, e a te addicesi il motto, la giusta sentenza, che Adrasto
per Anfiarào, pel profeta figliuolo d’Iclèo, pronunciava,
quel giorno che lui con le fulgide cavalle la terra inghiottí.

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Epodo

Sette fumavano roghi di spenti guerrieri; ed Adrasto
disse, al cospetto di Tebe: «Dei miei guerrier la pupilla
piango io: ben verace profeta, ben valida lancia di guerra».
E questo conviene ripetere per l’uomo ch’è re del mio carme.
Di tanto sono io testimone. Non io vago sono di liti,
non bramo contese; ma pure di ciò presto giuro solenne,
palese; ed a me lo concedono le Muse che miele han sui labbri.

II


Strofe

O Fintide, in fretta ora aggioga la forza per me delle mule,
si ch’io, sovra tramite sgombro
spingendo il mio cocchio, pervenga alla stirpe
remota d’Agèsia. Più ch’altre sanno esse varcar quella via,
poiché guadagnarono i serti d’Olimpia. Dischiudere ad esse
le porte si devon degl’inni: ché presso Pitàne, lunghesse
le rive d’Eurota, quest’oggi conviene si giunga per tempo.


Antistrofe

Pitàne, che, narrano, amata dal Cronio signore del pelago,
die’ vita alla parvola Evadne
dai riccioli azzurri. — La doglia materna
nel peplo ascondeva; e, venuto il mese fatale, spedí
per man de le ancelle la pargola ad Àpito. figlio d’Elàto,
degli Arcadi re, che abitava Fesàna, lunghesso l’Alfeo.
Qui crebbe; e per opra d’Apollo pria seppe l’incanto d’amore.

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Epodo

Né sino all’ultimo eluse ad Àpito il germe divino..
Egli, premendo nel cuore furore indicibile, punto
da cruccio acutissimo, andò a Pito, per chiedere al Nume
consiglio nell’onta insoffribile. — Evadne, deposta la zona
di porpora e d’oro, e la càlpide argentea, sotto una macchia
cerulea, die’ a luce un fanciullo di mente divina — ad assisterla,
il Dio chioma d’oro le Moire e Ilizia benigna inviò.

III


Strofe

Dal grembo doglioso d’amore d’un subito Víamo a luce
appare. La madre dogliosa
a terra lo lascia. Ma, grazie a’ Celesti,
due draghi di glauca pupilla gli stettero a guardia, gli diedero
ristoro col succo dell’api purissimo. — E quando il monarca
da Pito rupestre alla reggia sul cocchio tornò, chiese a tutti
del pargolo nato ad Evadne. Dicea ch’era germe d’Apollo;


Antistrofe

dicea che sarebbe fra gli uomini famoso su tutti i profeti;
né mai la sua stirpe morrebbe.
Diceva cosi: rispondevano quelli:
né udito né visto l’avevano; e cinque eran giorni trascorsi. —
Ché il pargolo ascoso giaceva fra giunchi, fra impervi cespugli,
infuso le tenere membra dai raggi che porpora e gialli
piovean le viole. Onde a lui provenne il suo nome immortale.

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Epodo

Or, quando Víamo il frutto spiccò d’Ebe, amabile Diva
ch’ à d’oro il serto, disceso di notte, fulgendo le stelle,
in mezzo all’Alfeo, l’avo suo Posidone e il vigile arciero
di Delo divina invocò, chiedendo per sé tale onore
che fosse al suo popol proficuo. Di contro suonò la parola
del padre veridica, e disse: « Su, figlio, incamminati dietro
al suon di mia voce, a una terra famosa per pubblici ludi ».

IV


Strofe

All’arduo pervennero eccelso dirupo del Cronïo, dove
di scienza profetica un duplice
tesoro gli diede: di súbito udire
ignara del falso una voce; e quando fosse Eracle giunto,
l’audace divin degli Alcidi rampollo, a fondare la festa
di popol frequente, e la norma solenne dei ludi, gl’impose
che presso l’altare sublime del padre fondasse un oracolo.


Antistrofe

Però gli lamidi famosi ne l’Ellade sono. E Fortuna
li segue, mentre essi, onorando
virtù, sopra tramite di luce procedono. —
Giudizio a ciascuno è il cimento; pur biasimo gittano gl’invidi
su chi primo il cocchio sospinse nei dodici giri, e le Grazie
su lui di bellezza profusero fulgor. Ma se gli avoli tuoi
materni, che furono, o Agesía, signori dell’alpe cillenia,

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Epodo

spesso di preci e di vittime copiose con animo pio.
gratificarono Ermete, araldo dei Numi, che regge
dei ludi le sorti, e gli agoni, e Arcadia la prode protegge:
Ermete ed il padre che tuona profondo, tua prospera sorte,
di Sostrato o figlio, tutelano. — Mi par che una cote sonora
la lingua m’affili, e mi spinga con gli aliti dolci del canto.
A Stinfalo pur l’ava mia nascea, la fiorente Metòpa,

V


Strofe

che a luce die’ Tebe l’equestre, dove io l'acque limpide bevo,
pei prodi intrecciando la varia
corona degl’inni. — Su, sprona i compagni,
o Enea, che pria cantino d’Era Partenia, e poi tentin la prova
se noi con verace parola l’adagio vetusto d’ingiuria,
la scrofa Beozia schivare possiamo: ché araldo sincero
sei tu delle Muse, cratère soave d’armonici canti.


Antistrofe

Ortigia di’ pur che ricordino, di’ pur Siracusa. Lo scettro
qui tiene incorrotto Ierone,
che alberga nel cuore pensier’ di giustizia,
e onora Demètra dal sandalo roggio, e la figlia dai bianchi
corsieri, e la forza di Giove signore dell’Etna. Lui sanno
le lire soavi ed i canti. Il tempo futuro che repe
non franga il suo bene; e con animo cortese egli accolga quest’inno

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Epodo

che per Egesia, lasciata l’Arcadia ferace di greggi,
vien dalle mura di Stínfalo, vien da una patria a una patria.
È bene, se infuria notturna burrasca, gittar dal naviglio
due ancore. A questi ed a quelli dia prospera sorte un Celeste. —
Del pelago re, d’Anfitrite dall’aurea rocca consorte,
Signore, una rotta sicura, lontana da tutti i perigli
m’arrida: e dei cantici miei l’amabile pianta fiorisca.

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