Le Odi e i frammenti II/Ode Olimpia VIII

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Ode Olimpia VIII

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Pindaro - Le Odi e i frammenti II (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Olimpia VIII
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ODE OLIMPIA VIII

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È del 460. Composta per l’Egineta Alcimedonte, della famiglia dei Blessiadi. In questa ode son ricordati il padre suo Ifione, l’avolo Callimaco, il fratello maggiore Timostene. Menzione è fatta anche del suo maestro Melesia. L’ode è una delle belle eginetiche: è chiarissima.

Invocazione ad Olimpia, dove gli aruspici traggono i presagi di Giove per chi si cimenta negli agoni (1-7).

E Giove si piega alle preghiere dei pii. Gradisca il bosco di Pisa i serti cinti da Alcimedonte che ne avrà alta gloria (8-12).

Gli uomini hanno varia fortuna. Ai Blessíadi tocca la gloria degli agoni. Timostene vinse a Nemea, Alcimedonte in Olimpia; e copri di gloria Egina (13-20).

Egina è sede per eccellenza della giustizia: tale fu sin dai tempi d’Eaco (21-30).

Eaco aiutò Febo e Posidone a edificar le mura di Troia. E dopo edificate, apparve un prodigio onde Apollo profetò che la città sarebbe caduta, e con la partecipazione dei discendenti d’Eaco (31-52).

Mai non esisterà cosa che rechi piacere a tutti. Tuttavia, il poeta loderà Melesia, il maestro di Alcimedonte che vinse a Nemea. Egli prima d’insegnare si cimentò: ha quindi autorità e capacità. E gli è degno compenso la vittoria di Alcimedonte, la trentesima riportata dai suoi discepoli (32-70). [p. 170 modifica]

E si esalta anche l’avolo suo. Che i Blessiadi sono alla sesta loro vittoria. Permane anche nei defunti l’interesse pei loro cari. Ed Efione, il padre di Alcimedonte, udita la notizia del trionfo, la reca all’avolo Callimaco. Voglia Giove continuare a protegger sempre loro e la loro città.


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PER ALCIMEDONTE D’ EGINA
VINCITORE NELLA LOTTA DEI FANCIULLI A OLIMPIA



I


Strofe

Madre di gare e di serti tutti aurei. Signora del vero.
Olimpia! In te indagan gli aruspici
con gli olocausti il volere di Giove signore del folgore,
che cosa ei disponga per gli uomini
che vòlto hanno l’animo
a cogliere somme virtudi
e premi al sudato travaglio.


Antistrofe

Egli alla grazia s’induce se pregano gli uomini pii.
Su, bosco, che in Pisa verdeggi,
sopra l’Alfeo, questi serti gradisci, con queste canzoni.
Chi ottenne i tuoi doni fulgenti,
gran gloria lo segue.
Chi un bene ha, chi l’altro. A Fortuna
più tramiti schiudono i Numi.

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Epodo
Timòstene, e voi vostra Sorte a Giove natale affidò,
che te rese illustre in Nemèa,
e ad Alcimedonte die’ serto in Olimpia,
ai piedi del clivo di Crono.
Bello era nel volto, né l’opera disforme dai volto, quand’egli,
vincendo la lotta, ad Egina dagli agili remi die’ gloria.
Qui Temi, che i popoli tutela, che siede
a Giove ospitale vicina, ha dimora


II


Strofe

più che in niun altro paese. Dar giusta sentenza è ben arduo,
se tirano molti, con arti
varie, qua e là. Ma giudizio dei Superi, questa contrada
recinta dal pelago, fece
divina colonna
degli ospiti tutti. Deh!, stanco
per lei non si mostri il futuro.


Antistrofe

Tale pel dorico popolo fu retta dai tempi d’Eàco,
cui Febo e il possente Posidone,
quando recinsero ad Ilio ghirlanda di torri, chiamarono
lor socio; e presagio fu allora
che in furia di guerra
cadesse espugnata la rocca
con impeto immenso di fumo.

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Epodo

Tre glauchi dragoni balzarono, com’erano estrutte le mura,
sovr’essa la torre; e piombarono
due giù sbigottiti, lo spirto esalarono.
Ma uno, con sibilo fiero
saltò dentro. E sùbito Apollo, di fronte al prodigio, parlò:
«Per l’opera, o eroe, di tue mani, sarà questa rocca espugnata:
cosí mi prenuncia l’immagine apparsa
da Giove Cronide, signore del tuono.

III


Strofe

Né sarà ciò senza l’opera dei tuoi discendenti: coi primi,
coi quarti sarà». Cosí detto,
Febo sospinse i cavalli al Xanto, alle Amazzoni equestri,
e all’Istro. E Posidone all’Istmo
marino condusse
il cocchio veloce, e sul giogo
corinzio, a mirare i banchetti.


Antistrofe

Èaco sovra auree cavalle rendendo ad Egina. — Mai cosa
sarà che dia gaudio a tutti.
Or, s’io, lodando Melesia, sospingo il mio canto al ricordo
degli anni suoi primi, l’Invidia
me d’aspro macigno
non batta. Dirò che in Nemèa
egli ebbe tal gloria: e tra gli uomini

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Epodo

vincea nel pancrazio. È stoltezza volere insegnar senza apprendere:
gl’ignari hanno fatuo l’animo;
ma facile cosa riesce a chi sa.
E meglio d’ogni altro Melesia
la via può additare che giovi a l’uom che s’accinga affrontare
i sacri certami, ed averne la fama più ambita d’ogni altra:
Ed Alcimedonte che adesso il trigesimo
trionfo otteneva gli è degno compenso.

IV


Strofe

Ch’or col favore del Dèmone — né meno gli venne il vigore —
di quattro fanciulli abbattuti
rese odioso il ritorno, spregiata la fama, nascosta
la strada. Ed al padre del forte,
ardire ispirò
contrario a vecchiezza: ché l’Ade
oblia l’uom che ha prospera sorte.


Antistrofe

Ma la memoria conviene ch’io desti, e pe'l fior de le mani
vittrici i Blessíadi celebri.
Già dei frondiferi ludi la sesta corona li cinge:
e parte d’onori e di riti
anch’essi i defunti

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fruiscon: né vale la polvere
celar la pietà dei congiunti.


Epodo

E uditol da Nunzio, figliuolo d’Ermète, Ifióne a Callimaco
dirà quale fulgido fregio
a loro progenie die’ Giove in Olimpia.
Deh! Beni su beni a lui voglia
donare, e lontane tenere le ambasce dei morbi. Ti prego,
a Nèmesi, ostile mai sempre, non dar parte alcuna dei beni;
ma sempre felice guidando lor vita,
accresci con essi la loro città.


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