Le Trachinie (Sofocle - Romagnoli)/Prologo

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Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0120.png

deianira
V’è fra gli uomini un detto antico molto,
che di nessuno tu potrai la vita
conoscer mai, se fu felice o trista,
prima che muoia. La mia vita, invece,
pria di scendere all’Ade, io so quant’è
misera e trista. Quando ancor vivevo
presso mio padre in Plëuróne, acerba
per me l’attesa delle nozze fu
piú che per ogni Etola donna: un fiume
mi voleva sua sposa, l’Achelòo,
che tre forme assumea, quando a mio padre
mi richiedeva: ora di tauro schietto,
ora di drago flèssile guizzante,
ora bove nel viso, uomo nel corpo,
e dalla barba sua folta, ruscelli
d’acqua sorgiva scaturiano: questo
era lo sposo che attendevo, misera;
e ognor la morte m’auguravo, prima
d’accostarmi al suo letto. E giunse poi,
e ben lieta ne fui, d’Alcmena e Giove
il figliuolo famoso, e a lotta venne
con quello, e me libera fece. E come

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la lotta andasse, io dir non vi potrei,
ché non lo so; ma chi senza terrore
assistere poté, vedere, quegli
dir lo potrebbe. Io me ne stavo invece
percossa dal terror che la bellezza
mia, qualche cruccio infliggermi potesse.
Giove custode degli agoni, a quello
concesse fausto fin: se pure fausto:
ché, poi che ascesi d’Ercole nel talamo
invidïato, nel mio cuore nutro
terrori, un dopo l’altro, e per lui trepido
sempre; e una notte accoglie ed una scaccia,
con alterna vicenda, il mio travaglio.
E figli n’ebbi; ma li vide ei poco,
quasi bifolco che un remoto campo
abbia comprato, e solo quando semina
lo vede e quando miete, e non mai piú.
Ciò voleva il Destino: appena in casa,
via fuor di casa m’adducea lo sposo,
a servigio d’altrui. Da queste imprese
uscito è adesso; ed è piú grande adesso
Il mio terrore. Ché, da quando uccise
Ifito forte, noi viviamo qui
in Trachíne, fuggiaschi, ospiti in casa
d’un amico1; e nessuno ov’egli sia
può dire. Io questo so, che amari crucci
per la sua sorte in cuore mi gittò,
e se n’andò. Ma quasi certa io sono
che qualche male còlto l’ha: ché il tempo
breve non è, ma dieci mesi e cinque
da che messaggi non mandò: lo colse
certo qualche malanno orrido: tale
lo scritto fu che m’inviò lasciandomi.

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Deh, ricevuto per la mia sciagura
non l’abbia! Ai Numi ognor prece ne volgo.
Dalla casa esce un’ancella.
ancella
Deianira, signora, io ben sovente
pianger ti vidi tutte le tue lagrime,
gemer, crucciarti, per l’assenza d’Ercole.
Or, se concesso è d’ammonire i liberi
coi consigli dei savi, io debbo dirti
quello ch’io penso. Come? Hai tanti figli,
e nessuno ne mandi alla ricerca
del tuo consorte? Illo non mandi, a cui
piú che ad ogni altro converrebbe al padre
pensar, se mai prospero vive? Ed eccolo
che, saldo in gamba, a questa casa corre.
Sicché, se pensi ch’io parli a proposito,
di lui servirti puoi, come io consiglio.
Entra Ilio.
deianira
O figlio, o mio fanciullo, anche dall’umili
bocche, saggi discorsi uscire possono:
schiava è costei, ma favellò da libera.
illo
E come? Se puoi dirlo, o madre, dimmelo.
deianira
Che tuo padre, da tanto in terra estranea
viva, e il dove tu ignori, è gran vergogna.

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illo
Lo so, se fede merita la fama.
deianira
Figlio, in qual terra che soggiorni udisti?
illo
L’anno scorso, pati, dicono, lungo
tempo, servendo ad una donna tessala.
deianira
Tutto dobbiamo, se ciò fece, attenderci.
illo
Ma, dicon, dal servigio adesso è libero.
deianira
Dov’è, dicono, adesso, o vivo o morto?
illo
Contro la terra Eubèa, contro la rocca
d’Èurito, a campo muove, o vi si accinge.
deianira
Figlio, sai dunque tu che un certo oracolo
intorno a quella terra ei mi lasciò?

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illo
Quale, o madre? Parlar mai non ne intesi.
deianira
Che la sua vita avrà qui fine; oppure,
se questa impresa vincerà, felice
trascorrerà della sua vita il resto.
Ora, quand’egli è in tal cimento, o figlio,
non corri al suo soccorso, allor che salvi
siamo, s’ei vive, o insiem con lui perduti?
illo
Io vado, o madre: se di quest’oracolo
già la sentenza conosciuta avessi,
da gran tempo sarei mosso; ma il solito
destin del padre mio, non consentiva
né previggenza, né terror soverchio.
Ma or che so, nulla tralascerò
per iscoprir, quanto si possa, il vero.
deianira
Va’ dunque, o figlio: le notizie fauste,
anche a saperle tardi, utile arrecano.
Illo parte.

Note

  1. [p. 249 modifica]In casa di un amico, cioè, in cosa di Ceice, re di Trachine.