Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo II

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Libro I - Capitolo II. La festa di Mitilene

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Era giunta Saffo a quella età, in cui mal si nascondono le brame di Amore, che stanno siccome rosa ne’ primi giorni della tiepida primavera sul punto di spiegare dal calice socchiuso le increspate foglie alla fresca rugiada. Ella concorreva, come sogliono le fanciulle, ai giochi atletici alle festività de’ Numi ed alle pubbliche radunanze; e vedendo la varia gioventù, aveva provato nel cuore un indeterminato affetto, il quale era piuttosto una indecisa disposizione de’ sensi che una particolare inclinazione dell’animo. Errava così il suo cuore disciolto e leggiero come un’ape su i fiori; e quantunque non bella, pure perché giovine e di pregevole intelletto, poteva in altri inspirare delle passioni tanto più profonde, quanto che cagionate non dalla fragile esterna forma, ma dalla perpetua bellezza interiore. Ed in fatti avveniva che la donzella avesse già reso a sé sottomesso più di un cuore, ed amata piuttosto che amante, si compiaceva del potere, che esercitava sull’animo altrui, rimanendo il proprio libero. Non sapeva ancora immaginarsi che venisse un tempo, nel quale Amore la ponesse sotto al suo giogo, facendola serva in quel regno, in cui si credeva arbitra e sovrana. Ma questo è l’inganno della cieca mente degli uomini, che rimangono perplessi della potenza de’ Numi, se non ne sieno avvertiti con segni di terrore. Conciossiaché non bastano i dolci frutti della terra, i vaghissimi fiori, le erbe salubri, le infinite stelle del cielo, la varietà de’ viventi a persuadere all’ostinato nostro ingegno l’eterno dominio dell’Essere produttore di tante maraviglie, se questo non si palesi ancora colle procelle, co’ fulmini, co’ diluvii, co’ terremoti; di modo che la nostra ignoranza costringe quasi il cielo ad atterrirci colle pene, perché non intendiamo la di lui benignità.

Era già sparsa la fama della bellezza di Faone, non che nella città di Mitilene, in tutta l’Isola di Lesbo, ed oltre il mare: né solamente egli superava nell’avvenenza la gioventù del tempo, come giacinto in mezzo di languidi fiori, ma ancora nell’agilità e forza delle membra in ogni esercizio. Perlocché non vi era atleta più robusto, cursore più veloce, lottatore più snello, condottiero di cocchi negli stadi più destro di lui: la quale eccellenza di pregi riempiva d’invidia i coetanei garzoni, d’ammirazione gli uomini provetti, e di violento amore l’animo delle tenere fanciulle. Ma Saffo quantunque sentisse spesso ragionare di questo portento, persisteva nondimeno a gloriarsi che non mai sarebbe divenuta serva di Amore, deridendo la viltà di quelle che soccombevano al di lui giogo. Anzi tant’era lungi dal credere che dagli occhi di Faone dovesse per lei uscire la freccia mortale, che per lo contrario ripensando a quelle, che da’ suoi erano uscite, si persuadeva che anche il cuore di questa famosa bellezza non ne sarebbe andato illeso, quando che le si porgesse onesta e onorevole occasione di seco lui ragionare.

Si celebravano in Mitilene ogni anno nel novilunio del mese Ecatombeo le feste di Minerva nelle quali oltre i sacrifizi e le pompe sacerdotali nel di lei tempio, si facevano dalla gioventù esercizi ginnastici ed atletici in onore della Dea, essendovi proposti premi non vili, oltre la gloria, per gli vincitori. Terminati i riti solenni alle are, e spento il fuoco degli antichi sacrifizi, suonarono le trombe in segno che erano chiamati all’arena i giocatori. Al noto squillo si accese l’ansiosa brama nei petti giovanili, siccome destriero che ascolta in procinto il suono dell’armi. Fu primieramente proposta la corsa di mille passi dal tempio di Minerva al foro; alla quale distanza non poteva giungere un dardo, quantunque scoccato da robusto arciero. Si presentarono dieci cursori, vestiti in saio succinto, con leggierissimi coturni, ed avvolti in largo manto. Si posero quindi in ordinanza a piè dell’atrio del tempio, donde era il principio dello stadio, e vicendevolmente guardandosi con emula curiosità, gettò ciascuno leggiadramente dagli omeri il manto raccolto dai seguaci. Apparvero le persone loro snelle in quel leggiero vestimento, e senza ritardo, al primo cenno della già imboccata tromba, tutti in un tempo si slanciarono, mostrando e nell’impeto della corsa e nell’avidità degli sguardi verso la meta quel violento desiderio, ond’erano animati, della sperata vittoria. Erano già alquanto trascorsi in retta schiera, l’uno non superando l’altro di minimo spazio, quando quegli ch’era di mezzo, crebbe il suo corso ed avanzò alquanto. Gli altri, che erano a lato di lui, sforzaronsi parimenti di raggiungerlo per modo che formossi la loro schiera simile a quella delle grui, che volano altissime ne’ tempi invernali messaggiere delle caligini e delle nevi, per ignoto instinto in ordine angolato. Rimasero per breve spazio in quella disposizione, quando colui che correva ad destro lato di quello che tutti superava nel mezzo, fatto repentino impeto, trascorse avanti a lui. Risonò l’aria di lietissimi applausi, dai quali punto, non meno che dal desiderio della corona, colui che il primo essendo, era stato allora superato radunando tutte le forze, si spinse, non che a corsa, a salti maravigliosi, e riapparve ben presto innanzi di tutti, siccome da prima, a sé di nuovo rivolgendo lo stridore degli applausi. Ma pure il vicino cursore non deponendo la speranza di trascorrere di nuovo innanzi di quello, si slanciava anelando vicino, in modo che l’altro sentiva il di lui affannoso respiro; onde per torsi da tale molestia, trattenendosi all’improvviso, con mirabil arte stese il piede verso di lui, il quale non poté evitare l’inciampo, e però cadde prostrato e deriso dalla moltitudine, mentre il vincitore seguitava la sua carriera fra gli applausi. Giunto solo alla meta, ne staccò la sospesa corona di alloro e se la pose in fronte, scuotendo dai capelli la polvere e tergendo il sudore. Gli altri tutti deviarono fuori dello stadio, come già inutile fatica il trascorrerlo più oltre. Era il giovine vincitore un cittadino di Tenedo, per la sua destrezza nel corso nominato Achille, a cui sì spesso Omero diede l’epiteto di piè veloce.