Le caverne dei diamanti/10. Il re Touala

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10. Il re Touala

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10.

IL RE TOUALA


Guidati dal capo negro e dal figlio del re, ci mettemmo in marcia, seguendo quella grandiosa via che ci aveva condotti fino a quel luogo, e che continuava a prolungarsi attraverso a montagne ed a pianure sempre larghe e comode.

Ora era tagliata nella roccia viva, serpeggiando nel cuore di alte montagne; ora lambiva dei profondi precipizi, riparata da solidi muriccioli di pietra che impedivano qualsiasi disgrazia; ora saliva ed ora scendeva, mantenendosi sempre eguale.

Ad un certo punto noi giungemmo sotto una galleria scavata in una rupe gigantesca. Era lunga una dozzina di metri e le sue pareti erano coperte di figure strane e di geroglifici che parevano parole.

— Ma queste figure sono di origine egiziana — disse il signor Falcone, dopo d'averle osservate attentamente. — Ecco degli ibis, gli uccelli sacri dei Faraoni che si trovano scolpiti su tutti gli antichi monumenti del paese delle piramidi e delle mummie.

— Ma volete che gli egiziani si siano spinti sino qui?... — chiese Good, con tono incredulo. — Non dimenticate che siamo nell'Africa meridionale.

— Chissà! Forse in un'epoca molto lontana qualche tribù egiziana può aver attraversato il continente dal nord al sud ed essere venuta qui a stabilirsi.

— Hum! La cosa è poco credibile.

— E perché? Forse che gli antichi egiziani non avevano delle nozioni molto esatte sulla configurazione del nero continente?... Conoscevano tutto il corso del Nilo, il Niger non era a loro ignoto ed i grandi laghi dell'interno erano a loro noti molti secoli prima che gli europei potessero vederli.

— Questo è vero.

— Proviamo ad interrogare il vecchio capo — diss'io. — Forse può darci qualche spiegazione.

Mi appressai ad Infadou e gli chiesi se sapeva dirmi chi erano stati gli uomini che avevano costruita quella grandiosa via e che avevano aperto quella galleria.

— Io non so molte cose — mi rispose il negro. — So però che questa grande via è stata costruita da un popolo industrioso che abitava queste contrade prima di noi.

«Le nostre tribù sono qui venute diecimila lune or sono ed avendo trovato il paese fertile e bello vi restarono, prendendone possesso colla forza della armi.

«Io di più non posso dirvi, ma se vorrete avere maggiori spiegazioni ve le potrà dare la nostra strega che passa per una donna molto istruita.»

— Vostro cognato regna su tutto il paese?...

— Touala è possente e regna su di un popolo numeroso come le sabbie del deserto. Quando chiama alla guerra i suoi soldati, le loro piume coprono una immensa superficie del paese.

— E perché tiene tanti soldati? — chiesi. — Voi non dovete avere guerra con chicchessia, essendo difesi da un grande deserto e da aspre montagne.

— Al nord il paese è scoperto ed il pericolo viene di là. Nei primi tempi di questa generazione dovemmo già sostenere due sanguinose guerre, una interna ed una esterna.

— Vi è stata forse qualche sollevazione fra le vostre tribù?

— Sì, provocata da due fratelli figli di re. Dovete sapere che il re di Kafa, aveva avuto due figli gemelli. Essendovi qui il costume di uccidere il più debole dei due neonati, la madre del re ebbe compassione pel fanciullo destinato alla morte e lo sottrasse ai sicari incaricati di ucciderlo, affidandolo alla strega Gagoul, la quale lo allevò segretamente.

«Alla morte del padre, il gemello favorito, che si chiamava Imotu, fu nominato re.

«Accadde che in quel tempo scoppiò una grande guerra alla quale il re non poté prendere parte, essendo stato ferito durante una partita di caccia.

«La popolazione si mise a mormorare contro di lui, anche perché alle nostre truppe erano toccati vari rovesci. La strega Gagoul approfittò allora del malumore delle tribù e presentò audacemente il gemello che aveva allevato, affermando che egli solo era il re legittimo.

«Nacque un vivo tumulto, il re Imotu, quantunque ancora ammalato uscì dalla dimora reale per frenare i ribelli, ma suo fratello gli si scagliò contro e con un colpo di lancia lo uccise, facendosi poi proclamare re dei koukouana.

«La moglie di Imotu, apprendendo la fine del marito, prese con sé il figlio Ignosi che contava allora tre anni e fuggì dal regno, incamminandosi verso l'immenso deserto. Cosa sia accaduto di loro lo si ignora, ma si crede che sieno morti fra quelle sabbie infuocate.»

— E se quel fanciullo vivesse ancora, sarebbe il re legittimo?

— Certamente, mio signore.

In quell'istante mi volsi per vedere cosa facevano i miei compagni e con mia grande sorpresa vidi Umbopa, il quale ascoltava la storia del vecchio capo con uno stupore così profondo scolpito sul viso, che ne rimasi colpito.

— Dimmi, — gli chiesi, — t'interessa molto questo racconto?

— Moltissimo — mi rispose egli con aria misteriosa.

— Forse che hai udito parlare di questo Ignosi?

— Forse.

Poi senza aggiungere altro mi volse le spalle rimettendosi in cammino.

Avevamo riprese le mosse da qualche ora seguendo il vecchio capo e la sua scorta, quando ad una curva della grande via scorgemmo una numerosa truppa di negri marciare verso di noi. Erano tutti begli uomini alti e robusti e portavano dei grandi scudi di pelle di bue, delle lunghe lance dalla larga lama, e tenevano sospesa ad una cintura di pelle dei pesanti coltelli.

Scorgendoci, spiegarono rapidamente le loro colonne e con un ordine ammirabile occuparono le alture guardanti la grande via, in modo da chiuderci il passo e da schiacciarci completamente, se lo avessero voluto.

— Chi sono quei negri? — chiesi al vecchio capo. — Amici o nemici che dobbiamo combattere?

— Sono i guerrieri della mia tribù — mi rispose il vecchio capo. — Avevo loro inviato un corriere per avvertirli del nostro arrivo ed essi sono accorsi a scortare gli amici del loro capo.

Quando giungemmo in mezzo alle linee degli armati, il vecchio Infadou alzò la sua lancia e tosto, come uno scoppio furioso di tuono, irruppe dal petto dei tremila guerrieri, il saluto reale: Koum!

Poi tutti, nel più perfetto ordine, formarono nuovamente le colonne e si misero in marcia, dietro di noi, per scortarci al kraal.

Ben presto noi giungemmo ad un villaggio africano. Esso era circondato da un largo fossato e difeso da un'alta e robusta palizzata; dei ponti levatoi, alquanto primitivi, davano accesso nella piazza.

Quando giungemmo nell'interno, ci accorgemmo che quei selvaggi avevano qualche nozione di topografia cittadina.

Infatti il kraal era diviso da una larga e comoda via ombreggiata da superbi fichi sicomori e fiancheggiata da pittoresche capanne, divise le une dalle altre da cortili e da giardinetti cintati.

Delle donne indigene, attirate dalla novità dello spettacolo, ci corsero incontro salutandoci con alte grida ed osservammo che avevano dei lineamenti molto più regolari, e delle figure molto più intelligenti delle negre ottentotte.

Ci guardavano colla più grande meraviglia ed osservavano soprattutto le gambe di Good, meravigliandosi della loro tinta bianca.

Infadou ci assegnò per ricovero un recinto, difeso da una palizzata e cosparso nell'interno di foglie secche, mostrandosi dolente di non potere offrire di meglio, ma assicurandoci che nella piccola capanna che si elevava al centro, saremmo stati sufficientemente riparati dal sole e dalla polvere.

Entrati, trovammo delle pelli tese come amache, che dovevano servire da letti e dei vasi pieni d'acqua che dovevano servirci per la pulizia.

Avevamo appena finita l'ispezione, quando alcuni negri ci condussero un bue assai grasso, che subito uccisero, mettendolo interamente a nostra disposizione.

Scegliemmo i pezzi migliori, incaricando una giovine negra, che ci era stata mandata in qualità di serva, di cucinarli; poi distribuimmo gli avanzi del bue alla folla che si era agglomerata intorno alla cinta.

Quando la cena fu pronta mandammo ad invitare Infadou ed il figlio del re, pregandoli di volerci tenere compagnia. Il vecchio capo si mostrò riconoscentissimo dell'onore fattogli e ci tenne allegra compagnia, mente invece Seragga ci parve non poco mal contento, ed avendogli chiesto il motivo, ci rispose che le emozioni di quel viaggio lo avevano soverchiamente stancato e che non vedeva l'istante di giungere da suo padre, anche per rassicurare la sua scorta, la quale cominciava ad avere una grande paura della nostra misteriosa potenza.

Terminata la cena e rimasti noi soli, prendemmo delle misure precauzionali per passare tranquillamente la notte, non fidandoci completamente di quei selvaggi, i quali potevano approfittare del nostro sonno per giuocarci qualche brutto tiro.

Visitammo accuratamente le pareti della capanna per rassicurarci della loro solidità, poi, dopo d'aver visitata la cinta, caricammo tutti i nostri fucili e ci accordammo per vegliare un paio d'ore ciascuno.

Il sole non si era ancora alzato, che gli inviati del vecchio capo bussavano già alla porta della capanna, per avvertirci che la numerosa falange stava per mettersi in marcia.

Fummo lesti ad alzarci e pochi minuti dopo abbandonavamo il villaggio negro, dirigendoci a marce forzate verso Loo, ossia verso la città reale. Due giorni dopo, verso il tramonto, noi facevamo l'entrata trionfale nella capitale del regno.

Quella città era situata in mezzo ad una grande pianura ed era divisa in due parti eguali da un bellissimo fiume, attraversato in più luoghi da pittoreschi ponti di legno.

Un profondo fossato, semiripieno di piante spinose, ostacoli insormontabili pei piedi nudi dei negri ed una robusta cinta di legno, la ponevano al coperto da ogni attacco esterno.

Scorgendo il vecchio capo, le sentinelle che vegliavano alle porte della cinta, abbassarono i ponti levatoi, e noi, scortati e preceduti dalle numerose colonne di Infadou, attraversammo una gran parte del kraal, attirando sul nostro passaggio un numero enorme di curiosi.

Giunti dinanzi ad una grande capanna dal tetto circolare e difesa da una cinta, il vecchio capo c'invitò ad entrare, dicendoci con una certa nobiltà:

— Siete in casa vostra.

— Ma quando potremo vedere il re? — gli chiesi.

— Ora è troppo tardi e poi devo prima avvertirlo della vostra presenza, senza di che monterebbe forse in furore.

— È forse cattivo il vostro re?

— Lo giudicherete domani — mi rispose il capo, con un sospiro. — Entrate e riposate tranquilli.

Ciò detto ci salutò con un gesto della mano e s'allontanò seguìto dai suoi numerosi guerrieri.

Eravamo appena entrati nella capanna quando vedemmo giungere dei negri carichi di vivande, di pezzi di antilope arrostiti, di miele, di burro freschissimo, di latte, di frutta e di recipienti ripieni d'una specie di birra che doveva essere stata fatta con sorgo o con miglio fermentato e che trovammo eccellente.

Good, prima di dare l'assalto alla cena, rovistò tutte le ceste, sperando di trovare i suoi calzoni, ma con sua grande disperazione non vi erano.

— Per centomila ottentotti! — esclamò egli, sbuffando e sospirando ad un tempo. — Vogliono proprio che mi presenti al re colle gambe nude? Mi pare che questa sia una vera indecenza.

— Mio caro amico, — disse il genovese, ridendo, — io comincio a credere che voi non potrete averli mai più.

— E cosa v'induce a supporre ciò?

— Mi è venuto un sospetto.

— E quale?

— Che questi selvaggi abbiano destinati i vostri pantaloni ad un altissimo ufficio.

— Ossia?

— Che ne abbiano fatta una bandiera.

— La bandiera della tribù? — esclamò Good, scoppiando in una fragorosa risata.

— Comincio a sospettarlo.

— Ah! Burlone! Sicché dovrei tornarmene nei paesi civili senza pantaloni?

— Cosa importa? Non vi basta l'onore di vederli sventolare sul palazzo reale del potente regno dei koukouana?

— Al diavolo voi ed anche questi stupidi di negri che m'hanno derubato di un così importante indumento.

— Via! — diss'io, mettendo dinanzi a Good un bel pezzo di arrosto. — Consolatevi con questa deliziosa antilope che tramanda un profumo da far risuscitare un morto.

Il povero uomo accettò di buon grado il mio consiglio e si mise a lavorar così bene di denti che noi, per invidia, ci affrettammo ad imitarlo.

Terminata la cena innaffiata da un'abbondante bevuta di birra, ci sdraiammo su dei freschi fasci di foglie recateci dagli schiavi messi a nostra disposizione e ci addormentammo d'un sonno così profondo, che non ci avrebbe svegliato nemmeno il ruggito d'un leone.

Verso le nove dell'indomani, il vecchio Infadou ci venne ad avvertire che il re ci attendeva. Noi, per non aver l'aria di essere troppo curiosi, lo pregammo di attenderci qualche ora, volendo anche fare un po' di toletta e preparare le nostre formidabili canne fiammeggianti.

Giunto il momento, caricammo accuratamente i fucili per essere pronti a qualsiasi sorpresa e ci avviammo verso la dimora reale, scortati da un drappello di guerrieri.

Il recinto reale era situato in mezzo alla città ed occupava uno spazio vastissimo.

Nel centro si elevavano tre grandiose costruzioni in forma di capanne, coi tetti assai accuminati e irti di antenne sostenenti delle pelli di leoni.

Lo spazio compreso fra la cinta e le capanne reali, era occupato da un gran numero di guerrieri armati di lance e di coltellacci e che si tenevano immobili, come tante statue di bronzo.

La vista di quelli uomini così perfettamente allineati e disciplinati, che si mantenevano in un silenzio assoluto ma che ci guardavano con certi occhi tutt'altro che benigni, produsse su di noi un certo effetto e le nostre mani cercarono involontariamente i grilletti dei fucili.

Guidati dal vecchio capo attraversammo quelle linee compatte e ci arrestammo dinanzi alla porta della capanna maggiore.

Tutto ad un tratto un vivo movimento si manifestò nei guerrieri schierati nella cinta ed un uomo di statura imponente, col capo adorno di un diadema di penne d'avvoltoio ed il corpo avvolto in una splendida pelle di leopardo comparve, seguìto da Seragga, che già noi conosciamo, e da un brutto e piccolo individuo che a prima vista scambiammo per una scimmia e che si affrettò a rifugiarsi in un angolo ombroso della capanna.

Quando quell'uomo, che era il re, giunse dinanzi a noi, lasciò cadere la pelle che lo copriva.

La vista di quel monarca produsse su di noi un effetto straordinario: era di statura quasi gigantesca, con una muscolatura così enorme da farci supporre che dovesse possedere una forza più che erculea; aveva le labbra grosse e tumide come quelle dei negri ed il naso schiacciato; uno dei suoi occhi era nerissimo e brillava d'una fiamma cupa, l'altro invece gli mancava, mostrando una cavità orribile.

L'espressione del suo volto poi era improntata d'una crudeltà impossibile a descriversi.

Quel gigante aveva il petto racchiuso entro una vecchia cotta d'acciaio, stretta ai fianchi da un certo numero di code di buoi, l'ornamento nazionale di quasi tutte le tribù sud-africane; al collo teneva una grossa collana d'oro e di pietre preziose, e nella destra brandiva una lancia di dimensione enorme.

Il re guardò per alcuni istanti i suoi soldati schierati nell'immenso recinto e alzò l'arma che teneva in pugno. Tosto una foresta di lance si alzò e mille voci ripeterono tre volte, con un clamore assordante, spaventevole, il saluto reale: — Koum!

Il silenzio si era già ristabilito, quando tutto d'un tratto fu interrotto; un soldato aveva inavvertitamente lasciato cadere il suo scudo e questo battendo sul duro terreno aveva mandato un sordo suono.

Touala, il re gigante, fissò col suo occhio feroce il soldato maldestro, dicendogli con voce minacciosa:

— Avanzati!

Noi vedemmo il disgraziato guerriero tremare di spavento sotto la sua pelle nera, e, dopo una breve esitazione, farsi umilmente innanzi, dicendo con voce semispenta:

— Perdonate, mio re; è stato un accidente.

— Chi sei tu, cane d'uno schiavo, che disonori il mio esercito dinanzi a questi stranieri? — urlò il re. — Tu pagherai la tua distrazione colla tua vita.

Poi volgendosi verso il figlio, gli chiese:

— Seragga, la tua lancia è ben affilata?

Il giovane principe s'avanzò con un sorriso crudele, mentre il povero soldato si copriva il viso con ambe le mani, senza però fare un passo per isfuggire alla terribile sorte che lo attendeva.

Noi eravamo pietrificati dal terrore e non osavamo intervenire, per tema di scatenare la collera del terribile monarca anche contro di noi.

— Seragga!... — gridò ad un tratto il re. — Sei pronto?

— Sì — rispose il principe, bilanciando l'arma.

— Uno!... Due!... Tre!...

L'arma si immerse nel corpo del povero negro, il quale cadde al suolo senza mandare un solo grido, mentre il sangue gli copriva rapidamente il petto.

Il signor Falcone aveva fatto un gesto per slanciarsi innanzi ed armare il fucile, ma io lo trattenni violentemente, prima che i negri potessero accorgersi di quella mossa.

— Tu sei valente, figlio mio — disse il re volgendosi verso Seragga che stava pulendo la lama sanguinante della sua lancia. — Portate ora via quel cane d'uno schiavo!

Alcuni uomini s'affrettarono ad uscire da una delle capanne e trascinarono via il cadavere del povero soldato, mentre una giovane negra copriva con sabbia il sangue che aveva inzuppato il suolo.

Quando le tracce dell'assassinio furono scomparse, ed il silenzio ristabilito, il feroce monarca si levò in piedi e volgendosi verso di noi, gridò:

— Uomini bianchi!... Chi siete voi e da quale lontano paese venite?... Cosa siete venuti a fare qui?...

Io allora mi feci animosamente innanzi, dicendo:

— Noi veniamo molto da lontano, da un paese che è situato al di là delle montagne e del grande deserto, e siamo qui venuti per visitare il tuo regno. Forse che ti dispiace?

— Voi siete venuti da lontano per vedere ben poche cose — ci rispose il re. — A me non rincrescere vedervi e ricevervi, ma pensate che io sono il padrone di queste terre e che se io volessi potrei farvi subire l'egual sorte toccata al soldato maldestro.

Noi ne sapevamo perfino troppo della crudeltà di quel re, e udendo quelle parole ci sentimmo correre un certo brivido di paura, nondimeno conservammo una tranquillità e freddezza assoluta.

— Tu ci minacci — diss'io, guardandolo fisso e con aria baldanzosa. — I tuoi guerrieri non ti hanno detto adunque quanto noi siamo possenti?... Hai mai veduto tu un uomo simile a questo?

Così dicendo facevo cenno a Good di avanzarsi.

— No — disse il re, guardando con stupore il nostro compagno e fissando specialmente l'occhialetto incastrato nell'orbita. — Io non ho mai veduto un uomo che abbia un occhio così risplendente, né delle gambe di quel colore.

— Credi tu adunque che noi siamo esseri superiori?

— Non ancora, poiché io non ho avuta nessuna prova della vostra potenza.

— Non ti hanno parlato delle nostre canne fiammeggianti?

— Sì, ma io nulla ho veduto e se è vero che i tuoi tubi uccidono a grande distanza, dammene una prova.

— Sono pronto a dartela.

— Allora ucciderai quell'uomo che si trova laggiù, appoggiato alla palizzata — mi disse il re, indicandomi un povero negro che si trovava a centocinquanta passi da noi.

— No — risposi io, risolutamente. — Noi non uccidiamo gli uomini senza motivo, essendo abituati a rispettare la vita umana. Fa' uscire dal tuo kraal un bue ed io te lo ucciderò senza muovermi da qui.

— Se le vostre armi non uccidono gli uomini a cosa sono utili?

— Tu adunque non credi che possano abbattere anche un guerriero?

— No — mi disse il re.

— Ebbene, giacché dubiti della potenza dei nostri tubi fiammeggianti, ordina a tuo figlio che si ponga alla porta del kraal ed io farò fuoco su di lui.

— Tu sei audace, o straniero — mi rispose il re, con voce aspra. — Voglio però credere alla efficacia delle tue armi e farai la prova su di un bue per ora.

Mentre alcuni uomini, ad un ordine del re, conducevano un grosso bue verso la porta del kraal, mi volsi verso il genovese, dicendogli:

— Questa volta sparerete voi onde non credano che gli stregoni possenti siamo io e Good soli.

— Avete ragione — mi rispose. — Io non ho la dentiera e nemmeno il monocolo come il mio compagno, per farmi temere.

Puntò attentamente il fucile mirando il bue, il quale si dirigeva adagio adagio verso l'uscita del kraal.

Un profondo silenzio regnava allora nell'immenso recinto: si sarebbe quasi potuto udire una mosca a volare. Il re, Seragga, il vecchio capo e tutti i guerrieri trattenevano il fiato per non perdere il colpo e non staccavano gli occhi dal bue e dal bersagliere.

Il signor Falcone attese che il bue fosse lontano centocinquanta metri, poi fece fuoco.

Il povero animale, colpito al cuore dal valente tiratore, rotola al suolo fulminato.

Un lungo mormorìo d'ammirazione si levò fra i guerrieri del re, a quell'inaspettata caduta del grosso ruminante.

Io mi avvicinai al monarca che non si curava di nascondere il suo stupore e gli dissi freddamente:

— Vuoi ora provare se le nostre armi possono abbattere tuo figlio?

— No, no! — esclamò il re, con voce spaventata.

— Saresti contento di possedere anche tu un'arma così formidabile?...

— Oh sì!... — rispose, mentre il suo occhio lampeggiava dal desiderio. — Se io potessi avere un tubo fiammeggiante eguale a quello che voi avete, non temerei più nessuno.

Presi il fucile del povero Venvogel che avevamo conservato e glielo porsi, dicendogli:

— Ecco il dono degli uomini bianchi, ma prima voglio mostrarti che è formidabile quanto quelli che noi possediamo. Ti avverto però che tu non dovrai servirtene contro gli uomini, altrimenti ti porterà sventura. Ora fa' piantare una lancia in terra ed io ti mostrerò come quest'arma la spezzi di colpo.

L'ordine fu subito eseguito ed io mirai con estrema precisione la lancia onde non sbagliare il colpo e con una palla ben aggiustata la mandai in ischegge, con grande stupore del re e di tutto il suo esercito.

Presi il fucile e lo porsi al re, il quale se lo prese con vivacità, mettendoselo al fianco.

In quell'istante quel brutto essere, che noi avevamo scambiato per una scimmia e che si era sdraiato ai piedi del re, si alzò, mostrando il suo volto.

Solo in quel momento ci accorgemmo che non era un quadrumane, bensì una orribile vecchia rachitica, spaventosamente magra, colla pelle incartapecorita, che la faceva rassomigliare ad una vera mummia egiziana.

La sua testa sembrava il cranio d'un morto e per tale lo si sarebbe senza fatica scambiato, se quella pelle fosse stata bianca invece di nera, e se al posto delle orbite non si fossero veduti due piccoli occhi neri, scintillanti come carboni.

Quella orribile megera si avanzò verso il re e stendendo verso di lui una mano adunca come quella d'una bestia selvaggia e munita di unghie lunghissime, gridò con una voce aspra, sgradevole e che produceva ai nostri orecchi un effetto strano:

— Ascoltami re!... Ascoltami popolo!... Cielo, terra, morti e vivi, ascoltatemi tutti!... Io sono profeta!...

Le sue parole erano state ascoltate nel più religioso silenzio dal re, dai capi e dall'esercito, pareva anzi che tutti fossero sotto l'impressione d'un vivo terrore.

La vecchia strega, dopo alcuni istanti di silenzio, riprese:

— Del sangue!... Del sangue!... Io vedo scorrere fiumi di sangue!... Che odore tramanda tutto questo sangue!...

«Ma ben altro se ne spargerà in queste regioni e gli avvoltoi manderanno le loro grida di gioia e la terra tremerà tutta.

«Io sono vecchia, ma vedo lontano, leggo nel libro del destino e vedo avanzarsi l'uomo bianco. Disgrazia!... Disgrazia al nostro popolo!... L'uomo bianco un tempo aveva invaso queste terre e costruita la grande via delle montagne, poi la sua razza scomparve, ma tornerà per riprendersi i suoi domini e questi tre solitari, qui giunti, sono l'avanguardia della razza dalla pelle bianca.

«Che cosa venite a fare qui voi bianchi, che siete così saggi, così esperti e così possenti?... Quello che aveva perduto la vostra razza che un tempo qui imperava?

«Da molti, da lunghi secoli, un solo bianco ha osato inoltrarsi in questi territori abbandonati dai suoi padri; ma egli è morto. Venite a cercare il suo cadavere, oppure venite a raccogliere le pietre brillanti? Comunque sia voi rimarrete qui, onde impedire che la sventura piombi sul popolo dei neri.»

Poi volgendosi verso Umbopa, gridò:

— E tu chi sei, tu che hai la pelle eguale alla nostra? Tu non devi essere venuto a cercare le pietre brillanti ed il metallo giallo?... Io vorrei vedere il sangue che scorre nelle tue vene e leggere nel tuo cuore per conoscere il segreto che nascondi ed il tatuaggio misterioso che celi sotto la tua cintura.

In quel momento la vecchia strega fu presa come da un attacco epilettico e cadde al suolo dibattendosi.

Il re pareva spaventato e non meno di lui dovevano esserlo i suoi capi ed i suoi guerrieri.

Rimessosi un po' dalla sorpresa, fece sfilare dinanzi a sé tutte le orde, poi volgendosi verso di me disse:

— Bianco!... Gagoul, la vecchia strega della nostra tribù, ha pronunciato delle strane parole. Io ho paura di voi e bisogna che vi uccida, poichè la strega me l'ha consigliato.

Lo guardai arditamente in viso, dicendogli:

— Se tu dovessi alzare una mano su di noi, ti toccherebbe una grave sciagura. Non hai veduto cadere il bue?

— Il re non è un bue, — mi rispose egli, — e le minacce non mi fanno paura.

— Io non ti minaccio; ti avverto solamente.

Il gigante si passò una mano sulla fronte come se volesse scacciare un importuno pensiero, poi aggiunse, cambiando tono:

— Questa notte si farà una grande festa: è la serata della nostra strega Gagoul.

— Ebbene? — gli chiesi.

— Io vi invito a prendervi parte.

— Noi verremo, ma bada che noi saremo pronti a sventare qualunque disegno delittuoso.

— Non farò nulla, ne nulla intraprenderò questa notte contro di voi. Si vedrà domani cosa noi dovremo fare di te e dei tuoi compagni.

Lo salutai senza rispondere e feci ritorno alla nostra capanna, seguìto da' miei compagni. Credo inutile dirvi che eravamo tutti assai preoccupati dalla cattiva piega che prendevano le nostre avventure e che quella sera mangiammo con nessun appetito e nessuna allegria.