Le donne gelose/Lettera di dedica

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Lettera di dedica

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Le donne gelose L’autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA

LA NOBIL DONNA

ELISABETTA MOCENICO

VENIER1.


ALCUNI vi sono, Eccellentissima Signora, i quali, per poca considerazione di se medesimi, dubitano nel giudicar delle cose, e per formar di esse buono o tristo concetto, ascoltano il detto di quelle persone che stimano, e colla opinione loro s’accordano. Moltissimi di cotal genere trovami fra coloro che parlano francamente delle opere altrui, per averne sentito ragionare da altri, e allor che bene parlar ne intesero, favorevolmente le trattano, ed all’incontro ardiscono maltrattarle, se mal di loro siasi da altri parlato2. Tali sono per lo più i giudici delle Commedie, lasciati da una parte i Dotti e dall’altra gli appassionati. Moltissimi sono quelli che trasportati dal genio, dalla curiosità, dal costume, corrono la prima sera d’una novella recita al Teatro, a costo d’essere affollati dalla calca del popolo nella platea, e soffrono pazientemente tre ore al bujo per occupare un buon sito. Questi, se non vanno prevenuti dallo spirito di partito, dovrebbono giudicare o secondo il modo loro d’intendere, o a misura della noja o del piacere che internamente risentono, ma trovandosi in mezzo di due vicini contrarj, con uno alla dritta che dice bene, con uno alla sinistra che dice male, non ardiscono decidere per se medesimi, dubitano d’ingannarsi, vanno ora da un lato, ora dall’altro piegando, e si determinano finalmente col parere di quelli per i quali hanno maggior concetto. Questo è l’utile grande che si ritrae dalla protezione delle Persone autorevoli e dotte; accreditano esse le opere altrui, e coll’esempio loro si acquistano le approvazioni degli altri. [p. 106 modifica]Io tutto questo ho voluto premettere, a solo fine di protestare all’E. V. l’obbligo mio, per quella benignità e grazia con cui si degna le opere della mia penna frequentemente ascoltare, dando loro colla di lei approvazione autorevole un fregio che consola gli amici miei, confonde i miei nemici, e persuade e determina gli indifferenti. Una Dama del di lei spirito, del di lei talento, che per genio innato alle lettere, e per il lodevole uso fatto delle medesime, può decidere francamente in materie assai più difficili, s’ascolta con venerazione e rispetto, ed io contrapponendo il giudizio favorevole di V. E. a quello di tanti altri, sono al sicuro di vincere e di trionfare. La nobiltà antichissima di quel sangue illustre che a lei diede la vita, e il bell’innesto fatto col di lei mezzo di due sì grandi rinomate Famiglie, la rendono venerabile al mondo tutto; ma le virtù singolari dell’animo, e i doni chiarissimi de’ quali abbonda il di lei felice intelletto, l’inalzano ancora più, e oggetto la rendono d’ammirazione, d’autorità, di rispetto, il che avendola io per mia protettrice ridonda in altissimo mio avvantaggio. Nè solo esaltate si veggono le opere mie dalla presenza autorevole di V. E., ma ella si compiace parlar di esse in maniera che fa arrossirmi, tremando di non meritar le sue lodi. Di più ancora, degnasi ella trasceglierle per divertimento de’ virtuosi figliuoli suoi, i quali senza perdere il miglior tempo, che ai seriosi studj occupati li tiene, fanno pompa anche nell’esercizio delle sceniche rappresentazioni del loro perspicace talento. Grand’opera è quella dell’educazione dei figliuoli! Lo spirito dell’uomo, anche nell’età più tenera, sente gli stimoli dell’amor della libertà, e soffre con impazienza il giogo della soggezione. Per questa ragione appunto esigesi maggior cautela, cercando di farlo cedere più alla dolcezza, che alla violenza. La scelta de’ buoni maestri giova infinitamente a perfezionare un giovane di buon talento, ma siccome l’applicazione soverchia agli studj stancherebbe la mente non ancora dall’età robusta fortificata, necessario è divertirla, ed e la scelta dei divertimenti un capo essenzialissimo dell’ottima educazione. L’esercizio delle sceniche rappresentazioni giova infinitamente alla gioventù, ed è un divertimento, cui solamente dall’inclinazione [p. 107 modifica] de’ giovanetti vien raddolcito l’austero nome di studio. Egli esercita la memoria, capitale principalissimo che forma l’uomo; erudisce l’intelletto, e impiega bene la volontà. Piacemi che fra tali divertimenti non lascino di rappresentare qualche Commedia di buon Autore Francese, servendo loro di esercizio per apprendere francamente un linguaggio verso a noi necessario, a causa delle bell’ opere che in tale idioma si leggono. Abbiamo, egli è vero, abbondantissime traduzioni; ma quanto poche son quelle che entrano nello spirito dell’Autore, e rendono altrui fedelmente gli originali suoi sentimenti! Le opere di Molier hanno avuto la fatalità di essere tradotte da uno che male intende il francese, e poco mostra d’intendere l’italiano3. I savi giovanetti figliuoli di V. E., uniti ad altri valorosi compagni, hanno del grande Autore Francese nel Carnovale passato Le Mariage Forcé mirabilmente nell’originale sua lingua rappresentato. Sonosi poi compiaciuti di recitare una piccola Farsa mia, dall’E. V. commessami, ed animata questa dalla bravura de’ recitanti, so essere stata fortunatissima.

Or veda l’E. V. quanto crescono le obbligazioni mie, se dalla di lei amorosissima protezione tanta gloria ricevo! Ma pure in mezzo a tante grazie, prendo animo a domandargliene un’altra. Chiedo all’E. V. umilmente la protezione speciale ad una delle Commedie di questa mia edizion Fiorentina, ed e quella che or le presento, Le Donne Gelose intitolata. So che una tal Commedia ebbe la sorte un dì di piacerle sulle scene rappresentata, e spero sarà dall’animo suo generoso, anche stampata, benignamente accolta e protetta. Ciò recherà a questa non solo, ma a tutte le opere mie un altissimo fregio, poichè quelli che non sapessero goder io la fortuna invidiabile di una sì gran Protettrice, lo vedranno ora in questi fogli impresso, e saprà il mondo, a gloria mia, che io sono, quale con profondissimo ossequio ho l’onore di sottoscrivermi

Di V. E.

Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.
Carlo Goldoni.


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  1. Questa lettera di dedica uscì la prima volta nel t. IX dell’ed. Paperini di Firenze, l’anno 1755.
  2. Il testo: portato.
  3. Alludesi alla versione di Niccolò de Castelli, che uscì a Lipsia negli anni 1698-99, in 4 tomi. Altra stampò il Novelli a Venezia negli anni 1756-57, pure in 4 volumi, attribuita almeno in parte a Gasparo Gozzi.