Le notti degli emigrati a Londra/Maurizio Zapolyi/XI

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Maurizio Zapolyi - XI (e ultimo)

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Maurizio Zapolyi - X Il conte Giovanni Lowanowicz


Ed ora una parola di conclusione a questa storia.

L’Ungheria si è riconciliata coll’Austria.

Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:

"Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od all’esilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa d’Austria".

Egli ha tenuto la sua parola.

Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dell’Ungheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dell’Austria coll’Ungheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.

Ne dubitiamo, perchè ci sembra che l’Austria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; ch’ella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo, e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre un’altra Sadowa per posare l’Austria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese - io non dico con la Francia - fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nell’ombra; e alla divisa del passato, Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dell’avvenire: Felix Austria succumbe!

L’Austria non ha più posto nell’Occidente. Ecco il punto di partenza di quell’avvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione coll’Ungheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato d’esser tedesca, come ha cessato d’essere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. L’Austria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dell’Impero. Questa forma fu l’acarus che l’imperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad un’altr’epoca di rigenerazione per il disastro, l’Austria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale d’Allemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno pro’ ai giorni nostri. L’acarus dell’Impero ha divorato l’Austria. Il signor di Bismarck ha estratto, ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. L’Impero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo è un imbarazzo, la Boemia una minaccia, l’arciducato d’Austria un pericolo.

S’ha a conchiudere da tutto ciò che l’Austria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.

Noi crediamo che l’integrità dell’Austria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dell’Impero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, l’autorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e l’arciducato non sono finalmente che un’appendice, la Gallizia un deposito. La casa d’Ausburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso - il giuoco della casa di Savoia.

La base della nuova Austria è l’Ungheria. L’Ungheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani all’Adriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dell’Austria e la sua feconda grandezza. Se l’Arciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dell’insieme, quando la necessità lo imporrà, come fece l’Inghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle frontiere. Si persiste ancora, s’insorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. L’Inghilterra ha dato l’esempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.

Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare l’uso costoso dell’autorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende un’Italia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende un’Inghilterra, una Russia, un’America, un’Ungheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qual’è la missione civilizzatrice, l’utilità umana dell’Impero d’Austria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto l’azione della stessa forza che l’avea formato: il cannone.

Se la decomposizione non fosse stata normale, l’Europa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dell’Italia o dell’Allemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dell’Austria coll’Ungheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamento sotto l’impulso dell’inevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. L’avvenire della dinastia d’Absburgo sta nell’abdicazione de’ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è l’Ungheria. Il Re d’Ungheria è alla testa della politica della nuova Europa: l’Europa ch’è uscita dalla ruina dell’edifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.

Che cosa è dunque il Re d’Ungheria?...

In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.

Il Re d’Ungheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle all’Europa. Se il suo socio1, l’Arciduca d’Austria, ha ancora delle inquietudini che l’attirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso l’Italia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re d’Ungheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla l’uno contro l’altro. Nondimeno, il pericolo dell’Europa sarebbe nell’accordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare l’alleanza della Francia coll’Italia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante l’alleanza sana, definitiva, politica, dell’Alemagna protestante e dell’Italia scettica. Ciò è ancora nel potere dell’imperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dell’infausta sua consorte ultramontana e dall’influenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta l’Italia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dell’Italia.

Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dell’Ungheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine all’invasione della Turchia nell’Occidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.

Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dell’anno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dell’Europa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere l’impossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove c’è vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza l’Oceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e l’avrà, presto o tardi, dalla ragione, dall’astuzia2, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dell’Europa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essa cesserà di pesare sull’Europa per sorvegliar l’Asia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nell’opera sua sulla razza siamica. La Turchia è per l’Asia occidentale ciò che è l’Ungheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.

L’Ungheria e la Polonia redente, la Germania costituita, l’Italia consolidata e compiuta, l’alleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del colosso moscovita a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche delle supremazie dei laghi, dell’influenza, della protezione, dell’alta signoria (suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.

Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie all’imperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dell’Austria con l’Ungheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa d’Austria dall’arciducato, che è tedesco, e deve far parte dell’Alemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dell’Italia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto all’Ungheria il paese che la Turchia possede, o di cui ha l’alta signoria al di qua del mar Nero - eccetto l’Epiro e qualche cantone dell’Albania - , e la soluzione è prossima.

L’Europa reale termina all’Oder. L’Europa al di là è piuttosto l’Oriente. L’Ungheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che dev’essere una forza, e cui si tratta di costituire. L’Europa deve dunque incoraggiare la formazione dell’Ungheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dell’Austria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.


Note

  1. Nell’originale "sosio".
  2. Nell’originale "dell’astuzia".