Le odi di Orazio/Libro primo/IX

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Libro primo
IX

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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IX.


Ve’ come alto di neve è il candido
  Soratte: il peso più non sostengono
    Le selve agitate, e dall’acre
    4Gelo densi si arrestano i fiumi.

Disciogli il freddo, sovente e in copia
  Legna ponendo nel foco; all’anfora
    Sabina il buon vino quattrenne,
    8Liberal Taliarco, tu cava.

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Il resto a’ Numi credi: sul pelago
    Bollente allora che i venti stendonsi
        Fra loro pugnando, i cipressi
        12Non travagliansi e gli orni vetusti.

Di cercar lascia ch’è per succedere
    Doman; quant’oggi la sorte dònati
        Scrivi a lucro, nè dolci amori
        16Disprezzar, giovinetto, nè danze.

Fin ch’è lontana lenta canizie
    Da te fiorente, il campo e l’area
        E i leni pispigli notturni
        20Si ripetano all’ora saputa.

Or di fanciulla, che in angolo intimo
    S’asconde, il riso traditor piacciati
        E il pegno rapito alle braccia
        24Od al dito che mal ti resiste.