Le odi di Orazio/Libro primo/XXXV

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Libro primo
XXXV

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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XXXV.


O dea che regni Anzio gradevole,
    Pronta dall’imo grado ad estollere
        Un corpo mortale e i trionfi
        4Orgogliosi in esequie cangiare,

Con ansia prece te agogna il povero
    Cultor de’ campi, te del mare arbitra
        Chiunque di Càrpato i flutti
        8Con bitina carena affatica;

Te l’aspro Dace, gli Sciti nomadi
    E città e genti e il Lazio indomito,
        Te dei barbari re le madri
        12Temon pure e i purpurei tiranni.

Con ingiurioso piè non travolgere
    La stabilita colonna e il popolo
        Folto all’armi i cessanti all’armi
        16Non aízzi, ed infranga l’Impero!

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Necessitate fiera precedeti
    Sempre, stringendo nel pugno bronzeo
        Trabei chiovi e cunei, nè l’aspro
        20Raffo manca nè il liquido bronzo.

Te Speme e rara Fede, di candido
    Velata, onoran; te non rinnegano
        Compagna, comunque mutata
        24Veste, avversa aule ricche abbandoni.

Ma il vulgo infido, la putta perfida
    Le spalle volta; gli amici schivano,
        Asciugati i dogli alla feccia,
        28Dal portare ugual giogo fallaci.

Cesare salva, ch’a’ Britanni, ultimi
    Dell’orbe, or muove; salva de’ giovani
        La recente eletta, agli eoi
        32Lidi e al mare vermiglio tremenda.

Oh, delle piaghe, del misfare abbiasi,
    Dei fratelli onta! Dura progenie
        Che schivammo? Qual colpa intatta
        36Noi lasciammo? Onde astenner la mano

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Per riverenza dei Numi i giovani?
    A quali altari perdonâr? Tempera
        Tu contr’Arabi e Massageti
        40A incude altra l’acciaro già ottuso!