Le odi di Orazio/Libro terzo/IV

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Libro terzo
IV

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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IV.


Scendi dal cielo, detta, o Calliope
    Regina, un lungo canto, o la tibia
        Più ti giovi o l’acuta voce
        4O le corde e la cetra di Febo!

Udite? O un caro delirio illudemi?
    Pe’ sacri boschi già l’odo, o sembrami,
        Vagolare, là dove ameni
        8S’introducono i zefiri e l’acque.

Me ancor fanciullo sul Vulture appulo,
    Della nutrice Puglia oltre il termine,
        Me stracco da’ giochi nel sonno
        12Portentose colombe covriro

Di nova fronde: tutti stupirono
    Color che il lido sublime tengono
        D’Acheronzia e i prati bantini
        16E il pian grasso dell’umil Forento,

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Com’io, dagli orsi, dall’atre vipere
    Securo il corpo, dormissi, e il lauro
        Sacro e il dato mirto premessi
        20Caro a’ Numi animoso fanciullo.

Vostro, o Camene, son vostro, o agli ardui
    Sabini io salga, o che la frigida
        Preneste o che Tivoli aprica
        24O la limpida Baja mi piaccia.

Me fido a’ vostri fonti, a’ tripudj,
    Non di Filippi spense l’esercito
        In rotta, non l’arbore orrenda,
        28Non al siculo mar Palinuro.

Quando che meco voi siate, io nauta
    Volenteroso l’insano Bosforo
        Affronto, io le sabbie cocenti
        32Delle spiagge d’Assiria percorro;

Vedo i Britanni feroci agli ospiti
    E d’equin sangue briaco il Còncano;
        Incolume vedo i Geloni
        36Faretrati e lo scitico fiume.

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Voi Cesare alto, non pria gli eserciti
    Fa d’armi stanchi nei forti chiudere,
        E cerca riposo a’ travagli,
        40Di Píera allegrate nell’antro;

Voi miti sensi dategli, e siatene
    Liete, nutrici. Io so che gli empj
        Titani e l’immane caterva
        44Atterrava col fulmin caduco

Ei che la terra pigra, Ei che modera
    Il mar ventoso, le città, i flebili
        Abissi, e i mortali e gli Dei
        48Regge sol con legittimo impero.

Profondo a Giove terrore incussero
    Quei di braccia irti fidenti giovani
        E i fratelli che il Pelio a forza
        52Por volean su l’ombrifero Olimpo;

Ma che può mai Tifeo, che il valido
    Mima e dal truce volto Porfirio,
        E Reto ed Encelado audace,
        56Che diradica i tronchi e li scaglia,

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Contro al sonante scudo di Pallade
    Tutti irrompenti? Qui stette l’avido
        Vulcan, qui Giunone signora
        60E chi al dorso mai l’arco non toglie.

Chi lava al puro fonte castalio
    Gli sciolti crini, chi regge i licj
        Dumeti e la selva natíva,
        64Dio di Delo e di Pàtara, Apollo.

Forza, di senno scossa, precipita
    Al proprio peso; temprata, accresconla
        Anche i Numi, avversi alle forze
        68Che il cor movono ad opre nefande.

[Di mie sentenze prova è il centímane
    Gìa, prova è il chiaro Orión, che l’íntegra
        Diana tentò, ma sott’esse
        72Le verginee saette fu dòmo. ]

Sopra i suoi mostri gittata or lagnasi
    La Terra, e i figli piange dal fulmine
        Cacciati al sozzo Orco; nè il ratto
        76Foco l’Etna sovrano consuma;

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Nè lascia a Tizio brutale il fegato
    L’augel, custode perpetuo all’empio
        Misfatto; avvinghiato è ramante
        80Piritòo da trecento catene.