Le odi di Orazio/Libro terzo/XIV

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Libro terzo
XIV

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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XIV.


Cesar, ch’or ora aver dicean l’alloro
    Comprato, o plebe, con la morte, a guisa
    D’Ercole, vincitor dal lido ispano
                4Torna a’ penati.

La sposa lieta d’unico marito,
    Ai giusti Numi un sagrificio offerto,
    Esca; del chiaro duce esca la suora,
                8Escan le madri

De le fanciulle e dei giovani or salvi,
    Belle di bende supplici. O garzoni,
    O spose appena esperte d’uom, sinistre
                12Voci non dite.

Questo dì bene a me solenne l’atre
    Cure dilegua; non tumulto o morte
    Per ostil mano io temo, ove alla terra
                16Cesare imperi.

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Va’, garzon, roca balsami e ghirlande
    E del marso duel memore un orcio,
    Se sfuggir potè a Spartaco ladrone
                20Anfora alcuna.

Di’ che s’affretti la Neera arguta,
    In un sol nodo il mirreo crine avvolto;
    Ma se t’indugia il portinaro inviso,
                24Quinci ritorna.

Crin che biancheggi acqueta alme bramose
    Di risse audaci e di litigj: questo
    Non io patía ne’ caldi anni, quand’era
                28Console Planco.