Le piacevoli notti/Notte XI/Favola IV

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Favola IV

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FAVOLA IV.


Un buffone con una burla inganna un gentil’uomo; egli per questo è messo in prigione, e con un’altra burla è liberato dallo carcere.


È un detto communamente comendato, che i buffoni molte volte piaceno, ma non sempre. Onde, essendomi tocco il quarto luogo di favoleggiatore in questa sera, mi è sovenuta una novella, che fece un buffone ad un gentil’uomo; il quale, ancor che della burla si vendicasse, non però cessò di farglieli un’altra, per la quale dalla prigione fu liberato.

Vicenza, com’è noto a tutti voi, è città nobile, ricca, pomposa e dotata di pellegrini ingegni. Quivi abitava Ettore, nato dell’antica e nobil famiglia di Dreseni; il quale, sopra gli altri, per la gentilezza del parlar suo e per la grandezza dell’animo, diede e lasciò il nome di nobiltà a’ posteri suoi. Tante erano le doti dell’anima e del corpo di questo gentil’uomo, ch’egli meritò che la sua imagine con maraviglioso artificio posta fusse e affissa nelle strade pubbliche, nelle piazze, ne’ templj e ne’ teatri, e con grandissime lodi esser [p. 217 modifica]inalzato fino alle stelle. Tanta era la liberalità di costui, che parea veramente niuna cosa degna di memoria ritrovarsi, che a lui mancasse. Grande era la pazienzia sua in udire, la gravità nel rispondere, la fortezza nelle cose averse, la magnificenza ne’ suoi fatti, la giustizia e la misericordia nel condannare; in tanto che nel vero dir si può, il magnanimo Ettore tenere il principato tra la famiglia di Dreseni. Avenne un dì che un gentil’uomo aveva mandato a donare a questo eccellente signore un quarto di vitello elletto. Il servo che portava la carne, subito che giunse alla casa di questo magnifico signore, trovò uno aveduto ingannatore, il quale, visto il servo che aveva la carne di vitello, affrettatosi di andare a lui, gli addimandò chi mandava quella carne. Ed inteso chi fusse, disse che devesse aspettare fino che avisava il patrone. E ritornato in casa, sì come è costume di buffoni, cominciò a giocolare, dimorandosi alquanto per ingannare il servo e il patrone, e cosa alcuna non parlò del presente. Indi venne alla porta, rendendo grazie, per nome del patrone, a chi mandato l’aveva, con parole convenevoli a tal proposito; e comandolli che andasse con esso lui, perchè ’l signor Ettore mandava quel presente ad un gentil’uomo; e così bellamente condusse il servo in casa sua. E trovatovi il fratello, lo diede a lui, con animo di torre il vitello per sè e ingannare il suo signore. Il che fatto, l’uno e l’altro tornò a casa; e il servo rendè le dovute grazie al patron suo per nome del signor Ettore. Poi ritrovandosi un giorno per aventura il gentil’uomo, ch’aveva mandato il quarto di vitello, col detto signor Ettore, gli addimandò, sì come si suol fare, se ’l vitello era stato buono e grasso. Il signor Ettore, non sapendo di questa cosa, lo ricercò di che vitello parlasse, egli dicendo non aver [p. 218 modifica]avuto nè quarto nè terzo. Il donatore, che lo mandò, chiamato il servo, gli disse, a cui l’avesse consignato. Il servo diede i contrasegni dell’uomo, dicendo: Colui che tolse la carne per nome del patrone, era un uomo grasso di persona, allegro, con la panza grande, e parlava un poco barbosso, e portolla a un altro gentil’uomo. Subito il signor Ettore lo conobbe a’ contrasegni, perciò che era solito far simil berte; e chiamatolo a sè, trovò come era passata la cosa. E poi che molto l’ebbe ripreso, lo fece volar in prigione, e porli e ceppi a’ piedi, isdegnato tale obbrobrio esserli fatto per un giocolatore, il qual non temette di temerariamente ingannarlo. Non però stette in prigione tutto il giorno, perchè nel palazzo giudiciario, dove era carcerato il parasito, vi era per sorte un sbirro nominato Vitello; qual chiamò il carcerato, o per aggiongere male a male, o per trovar rimedio alla sua malattia, e fece una pistola al signor Ettore, dicendo: Signor mio, confidandomi della liberalità di vostra signoria, accettai il quarto di vitello a quella mandato in dono; ma ecco che per un quarto le mando uno vitello integro: e quella mi abbia per raccomandato. E mandò il sbirro con la pistola, che per nome suo facesse la sicurtà. Il sbirro subitamente andò al signor Ettore, e consignolli la pistola; la qual letta, il signor subito comandò a’ servi suoi che togliessero il vitello ch’aveva mandato il buffone, e che l’amazzassero. Il sbirro, ch’aveva udito che i servi lo dovessero prendere e uccidere, disnudò la spada che a lato aveva; e quella nuda tenendo in mano, e ravoltosi il mantello atorno il braccio, cominciò gridar con gran voce: È scritto, nella gran corte regnar grande inganno. Il vitello non torrete voi se non morto e smembrato. State indietro, servi; se non, sarete uccisi. I circonstanti rimasero [p. 219 modifica]stupidi per la novità della cosa, e scoppiarono di ridere. Onde il prigioniere per tal giuoco fu liberato. E però meritamente diceva quel famoso filosofo Diogene, che più tosto ischifare debbiamo l’invidia de’ gli amici, che le insidie de’ nemici; perchè quelle sono un male aperto, e questa è nascosa: ma è molto più potente l’inganno che non si teme.

Isabella, poi che impose fine alla sua breve favola non poco laudata dall’orrevole compagnia, mise mano alle sue armi, ed un enimma diede fuori, così dicendo:

Due siamo in nome, e sol una in presenza,
     Fatte con arte, e fornite con guai.
Fra donne conversiam senza avertenza,
     Ma siam maggior fra genti rozze assai.
Ed infiniti non posson far senza
     Nostro valor, nè si dogliamo mai.
E consumate per l’altrui lavoro,
     Guardate non siam più d’alcun di loro.

Questo enimma altro non dinota, che le forfice, con le quali le donne tagliano le fila: ma fra gente minuta, come tra sarti, cimadori, barbieri e fabri, sono assai maggiori di quelle che adoperano le donne. — Non dispiacque il bel enimma a gli auditori, ma sommamente il comendorono. E Vicenza, a cui l’ultimo luogo della presente notte toccava, alla sua favola in tal maniera diede cominciamento.