Le piacevoli notti/Notte XI/Favola III

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Favola III

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FAVOLA III.


Don Pomporio monaco viene accusato all’abbate del suo disordinato mangiare; ed egli con una favola mordendo l’abbate, dalla querela si salva.


Io vorrei questa sera esser digiuna, e non aver il carico di raccontarvi favole, perchè in verità non me ne soviene pur una, che dilettevole sia. Ma acciò ch’io non disturbi il principiato ordine, ne dirò una, la quale, ancor che piacevole non sia, nondimeno vi sarà cara.

Trovavasi ne’ tempi passati in un famoso monasterio, un monaco di età matura, ma notabile, e gran mangiatore. Egli s’avantava di mangiare in un sol pasto un quarto di grosso vitello e un paio di capponi. Aveva costui, che don Pomporio si chiamava, un piatello, al quale aveva posto nome oratorio di divozione, e a misura teneva sette gran scutelle di minestra. E, oltre il companatico, ogni giorno, sì a desinare come a cena, la empiva di broda o di qualche altra sorte, di minestra, non lasciandone pur una minuzia andare a male. E tutte le reliquie, ch’a gli altri monaci sopravanzavano, poche molte che ci fosseno, erano all’oratorio appresentate, ed egli nella divozione le poneva. E quantunque lorde e sozze fusseno, perciò che ogni cosa faceva al proposito del suo oratorio, nientedimeno tutte, come affamato lupo, le divorava. Vedendo gli altri monaci la sfrenata gola di costui e la grande ingordigia, e maravigliandosi forte della tanta poltroneria sua, quando con buone e quando con rie parole lo riprendevano. Ma quanto più li monaci lo [p. 213 modifica]correggevano, tanto maggiormente li cresceva l’animo di aggiunger la broda al suo oratorio, non curandosi di riprensione alcuna. Aveva il porcone una virtù in sè, che mai si corocciava; e ciascuno contra di lui poteva dir ciò che li pareva, che non l’aveva a male. Avenne ch’un giorno fu al padre abbate accusato; il quale, udita la querela, fecelo a sè venire; e dissegli: Don Pomporio, mi è sta fatta una gran conscienzia de’ fatti vostri, la quale, oltre che contiene gran vergogna, genera scandolo a tutto il monasterio. Rispose don Pomporio: E che opposizione fanno contra me questi accusatori? Io sono il più mansueto e il più pacifico monaco, che nel vostro monasterio sia: nè mai molesto nè do impaccio ad alcuno, ma vivo con tranquillità e quiete e se da altrui sono ingiuriato, sofferisco pazientemente, nè per questo mi scandoleggio. Disse l’abate: Parvi questo lodevole atto? Voi avete un piatello non da religioso, ma da fettente porco, nel quale, oltre l’ordinario vostro, ponete tutte le reliquie che sopravanzano a gli altri; e senza rispetto e senza vergogna, non come umana creatura, nè come religioso, ma come affamata bestia, quelle divorate. Non vi fate conscienza, grossolone e uomo da poco, che tutti vi tengono il suo buffone? Rispose don Pomporio: E come, padre abbate, deverei vergognarmi? Dove ora si trova nel mondo la vergogna? e chi la teme? Ma se voi mi date licenza ch’io possa sicuramente parlare, io vi risponderò; se non, io me ne passerò sotto ubidienza, e terrò silenzio. Disse l’abbate: Dite quanto vi piace, che siamo contenii che parliate. Assicurato don Pomporio allora disse: Padre abbate, noi siamo alla condizione di quelli che portano le zerle dietro le spalle; perciò che ogn’un vede quella del campagne, ma non vede la sua. S’ancor io mangiasse [p. 214 modifica]di cibi sontuosi, come i gran signori fanno, certo io mangerei assai meno di quello ch’io fo. Ma mangiando cibi grossi, che agevolmente si digeriscono, non mi par vergogna il molto mangiare. L’abbate, che con buoni capponi, fasciani, francolini e altre sorti di uccelli col priore e altri amici sontuosamente viveva, s’avide del parlare ch’aveva fatto il monaco; e temendo che apertamente non lo scoprisse, l’assolse, imponendogli che a suol bel grado mangiasse: e chi non sapeva ben mangiare e bere, il danno fusse suo. Partitosi don Pomporio dall’abbate e assolto, di dì in dì raddoppiò la piatanza, accrescendo al santo oratorio del buon piattello la divozione: e perchè don Pomporio dai monaci era di tal bestialità gravemente ripreso, montò sopra il pergamo del refettorio, e con bel modo li raccontò questa breve favola. Si trovarono, già gran tempo fa, il vento, l’acqua e la vergogna ad una ostaria, e mangiarono insieme; e ragionando di più cose, disse la vergogna al vento e all’acqua: Quando, fratello e sorella, ci troveremo insieme sì pacificamente, come ora ci troviamo? Rispose l’acqua certo la vergogna dice il vero: perciò che chi sa quando mai più verrà l’occasione di ritrovarsi insieme. Ma se io ti volesse trovare, o fratello, dov’e la tua abitazione? Disse il vento: sorelle mie, ogni volta che trovar mi volete per godere e stare insieme, verrete per mezzo di qualche uscio aperto o di qualche via angusta, chè subito mi troverete, perciò che ivi è la stanza mia. E tu, acqua, dove abiti? — Io sto, disse l’acqua, ne’ paludi più basse tra quelle cannelluzze; e sia secco quanto si voglia la terra, sempre ivi mi troverete. Ma tu, vergogna, dov’è la stanzia tua? — Io, veramente, disse la vergogna, non so; perciò che io sono poverella, e da tutti scacciata. Se voi verrete tra persone grandi a [p. 215 modifica]cercarmi, non mi troverete, perchè veder non mi vogliono, e di me si fanno beffe. Si verrete tra la gente bassa, sì sfacciati sono, che poco curansi di me. Si verrete tra le donne, sì maritate come vedove e donzelle, parimenti non mi troverete, perciò che mi fuggono come mostruosa cosa. Si verrete tra’ religiosi, sarò da loro lontana, perciò che con bastoni e con gallozze mi scacciano di modo ch’io non ho finora abitazione, dove mi possa fermare; e se io con voi non m’accompagno, mi veggo d’ogni speranza priva. Il che il vento e l’acqua sentendo, si mossero a compassione, e in sua compagnia l’accettorono. Non stettero molto insieme, che si levò una grandissima fortuna; e la meschinella, travagliata dal vento e dall’acqua, non avendo onde posarsi, si sommerse nel mare. Laonde io la cercai in molti luoghi, ed ora la cerco; nè mai la potei ritrovare, nè anco persona che dir mi sapesse, ove ella fosse. Onde non la trovando, nulla o poco di lei mi curo; e però io farò a modo mio, e voi al vostro, perciò che oggi nel mondo non si trova la vergogna.

La favola da Diana recitata, quantunque da lei fusse biasmata, nondimeno tutti non poco la comendorona. Ma ella, che non era ambiziosa, nè molto si curava di queste lodi, il suo enimma in tal guisa propose:

Una gran donna e bella fra le belle,
     Regna nel mondo fra l’umane genti;
Nè la più strana v’è sotto le stelle.
     Aggrada l’uom, ma ha in sè vari accidenti.
Il corpo inferma, ogni virtude svelle;
     Il senno strugge e tutti i sentimenti.
Miser chi in in sue man cade per sorte,
     Che il sangue asciugge, e genera la morte.

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L’enimma fu, se non da tutti, almeno dalla maggior parte inteso, che quella bella donna e strana era la gola: la quale inferma il corpo di colui che troppo mangia, ed estirpa ogni virtù, ed anche genera la morte, perchè maggiore è il numero di quelli che sono sta uccisi dalla gola, che dal coltello. Isabella, che sedeva a lato di Diana, vedendo il suo enimma esser giunto a convenevole fine, in tal maniera alla sua favola diede principio.