Le piacevoli notti/Notte XI/Favola II

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Favola II

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NOVELLA II.


Xenofonte notaio fa testamento, e lascia a Bertuccio suo figliuolo ducati trecento; di quai cento ne spende in un corpo morto, e ducento nella redenzione di Tarquinia, figliuola di Crisippo, re di Novara; la quale infine prende per moglie.


Dice il commune proverbio, che per far bene non si perde mai. Ed è il vero: sì come avvenne ad un figlio d’un notaio, il qual per giudizio della madre malamente aveva spesi i suoi danari; ma nel fine l’uno e l’altro rimase contento.

In Piamonte, nel castello di Trino, fu ne’ passati tempi un notaio, uomo discreto ed intelligente, il cui nome era Xenofonte; ed aveva un figliuolo d’anni quindici, chiamato Bertuccio, il qual teneva piuttosto del scempio che del savio. Avenne che Xenofonte [p. 205 modifica]s’infermò: e vedendo esser aggiunto al fine della vita sua, fece l’ultimo suo testamento; ed in quello Bertuccio, figliuolo legittimo e naturale, universale erede instituì: con condizione però che egli non potesse avere l’universal amministrazione di beni se non passato il trentesimo anno. Ma ben voleva che venuto all’età di venticinque anni, il potesse mercatantare e negoziare con ducati trecento della sua facoltà. Morto il testatore, e venuto Bertuccio all’età del ventesimoquinto anno, chiese alla madre, che era commessaria, ducati cento. La madre, che negar non gli poteva per esser così la intenzione del marito, glie li diede; e pregòlo che volesse spenderli bene, e con quelli guadagnare alcuna cosa, acciò che potesse meglio sostentar la casa. Ed egli rispose di far sì, che ella si contenterebbe. Partitosi Bertuccio ed andatosene al suo viaggio, incontrossi in un masnadiere che aveva ucciso un mercatante: ed avenga che morto fusse, nondimeno non restava di dargli delle ferite. Il che veggendo, Bertuccio si mosse a pietà; e disse: Che fai, compagno? Non vedi tu ch’egli è morto? A cui il masnadiere, pieno d’ira e di sdegno, con le mani bruttate di sangue, rispose: Levati di qua per lo tuo meglio, acciò non ti intravenga peggio. Disse Bertuccio: O fratello, vuoi tu quel corpo concedermi, ch’io te lo pagherò? — E che me vuoi tu dare? rispose il masnadiere. Disse Bertuccio: Ducati cinquanta. Rispose il masnadiere: Sono danari pochi a quel che ’l corpo vale; ma se tu ’l vuoi, l’è tuo per ducati ottanta. Bertuccio, che era tutto amorevolezza, contolli ducati ottanta; e tolto il corpo morto in spalla, portollo ad una chiesa vicina, ed onorevolmente il fece sepelire, e spese il restante dei [p. 206 modifica]ducati cento in farli dir messe e divini officii. Bertuccio, spogliato di tutti i danari, e non avendo che vivere ritornò a casa. La madre, credendo il figliuolo avere guadagnato, gli andò in contra, e addimandollo come portato s’aveva nel mercatantare. Ed egli le rispose: Bene. Di che la madre s’allegrò, ringraziando Iddio che gli aveva prestato il lume e il buon intelletto. — Ieri, disse Bertuccio, madre mia, ho guadagnato l’anima vostra e la mia; e quando si partiranno da questi corpi, dirittamente andaranno in paradiso. E raccontolle la cosa dal principio sino al fine. La madre, questo intendendo, molto si duolse, ed assai lo riprese. Passati alquanti giorni, Bertuccio assaltò la madre, e le richiese il restante di ducati trecento che suo padre gli aveva lasciato. La madre, non potendoli dinegare, come disperata, disse: Or piglia i tuoi ducati ducento, e faranne il peggio che tu sai, nè mi venir più in casa. — Non temete, madre, state di buona voglia; che io farò sì che voi vi contentarete. Partitosi il figliuolo con li danari, aggiunse ad una selva, dove erano due soldati, che presa avevano Tarquinia figliuola di Crisippo, re di Novara; ed era tra loro grandissima contenzione, di cui esser dovesse. A’ quai disse Bertuccio: O fratelli, che fate? volete voi uccidervi per costei? Se voi volete darmela, vi darò un dono, che ambiduo vi contentarete. I soldati lasciorono di combattere, e gli addimandarono, che dargli voleva; chè glie la lascerebbeno. Ed egli gli rispose: Ducati ducento. I soldati non sapendo di cui fosse figliuola Tarquinia, e temendo di morte, presero i ducati ducento, e tra loro li divisero, lasciando al giovane la fanciulla. Bertuccio, tutto allegro dell’avuta fanciulla, tornò a casa e disse alla madre: Madre, non vi potrete ora doler di me, che io non abbia ben spesi i miei danari. Io, [p. 207 modifica]considerando che voi eravate sola, comprai questa fanciulla per ducati ducento, ed holla condotta a casa perchè vi tenga compagnia. La madre, non potendo sofferir questo, voleva dal dolor morire; e voltasi verso il figliuolo, il cominciò villaneggiare, desiderando che morisse, perchè era la rovina e la vergogna dalla casa. Ma il figliuolo, che era amorevole, non per questo s’adirava: anzi con grate e piacevoli parole confortava la madre, dicendole che questo aveva fatto per amor suo, acciò sola non rimanesse. Il re di Novara, persa ch’ebbe la figliuola, mandò molti soldati per diversi luoghi per vedere se novella alcuna di lei si potesse intendere; e poscia ch’ebbero diligentissimamente cercato e ricercato, vennero in cognizione, come una fanciulla era in casa di Bertuccio da Trino in Piamonte, la quale egli aveva comprata per ducati ducente. I soldati del re presero il cammino verso Piamonte; e aggiunti, trovarono Bertuccio, e l’addimandarono se alle sue mani era capitata una fanciulla. Ai quai rispose Bertuccio: Vero è che nei giorni passati io comprai da certi ladroni una giovanetta; ma di cui ella sia non so. — E dove si trova ella? dissero i soldati. — In compagnia della madre mia, rispose Bertuccio; la quale l’ama non meno se le fusse figliuola. Andati a casa di Bertuccio, gli soldati trovorono la fanciulla; ed appena la conobbero, perciò che era mal vestita, e per lo disagio nel viso estenuata. Ma poi che l’ebbero più e più volte rimirata, la conobbero ai contrasegni; e dissero in verità lei essere Tarquinia figliuola di Crisippo re di Novara, e molto si rallegrorono di averla ritrovata. Bertuccio, conoscendo che i soldati dicevano da dovero, disse: Fratelli, se la fanciulla è vostra, tolletela in buon'ora, e menatela via, chè io ne sono contento. Tarquinia, [p. 208 modifica]innanzi che si partisse, diede ordine con Bertuccio, che ogni volta che egli persentisse il re volerla maritare, a Novara venisse, ed ellevata la man destra al capo, sì dimostrasse, chè ella altri che lui per marito non prenderebbe; e tolta licenza da lui e dalla madre, a Novara se ne gì. Il Re, veduta la ricuperata figliuola, da dolcezza teneramente pianse; e doppo i stretti abbracciamenti ed i paterni baci, l’addomandò come era smarrita. Ed ella, tuttavia piangendo, li raccontò la captura, la compreda e la conservazione della sua verginità. Tarquinia in pochi giorni venne ritondetta e fresca e bella come rosa; e Crisippo Re divulgò la fama di volerla maritare. Il che venne all’orecchi di Bertuccio; e senza indugio ascese sopra una cavalla, alla quale per magrezza s’arrebbeno raccontate tutte le ossa; e verso Novara prese il cammino. Cavalcando il buon Bertuccio ed essendo mal in arnese, s’incontrò in un cavalliere riccamente vestito e da molti servitori accompagnato. Il qual con lieto volto disse: Dove vai, fratello, così soletto? E Bertuccio umilmente rispose: A Novara. — Ed a far che? disse il cavalliere — Dirotilo, se m’ascolti, disse Bertuccio. Io già tre mesi fa liberai la figliuola del re di Novara da ladroni presa, e avendola con e propri danari ricuperata, ella mi ordinò che, volendola il Re maritare, io me ne vada al suo palazzo, e mi ponga la mano in capo, che ella non torrà altro marito che me. Disse il cavalliere: Ed io, innanzi che tu gli vadi, vi vo’ andare, ed arrò la figliuola del Re per moglie; perciò che io sono meglio a cavallo di te, e di migliori vestimenta adobbato. Disse il buon Bertuccio: Andatevi alla buon’ora, signore. Ogni vostro bene reputo mio. Veggendo il cavalliere l’urbanità, anzi semplicità del giovane, disse: Dammi le vestimenta tue e la cavalla, [p. 209 modifica]e tu prendi il caval mio e le vestimenta mie, e vattene alla buon’ora; ma fa ch’alla tornata tua e le vestimenta e il cavallo mi rendi, dandomi la metà di quello che guadagnato arrai. E così di far Bertuccio rispose. Salito adunque sopra il buon cavallo, ed onorevolmente vestito, a Novara se n’andò. Ed entrato nella città, vide Crisippo che era sopra un verone che guardava in piazza. Il Re, veduto che ebbe il giovane tutto leggiadro e bene a cavallo, tra se stesso disse: Oh Dio volesse che Tarquinia mia figliuola volontieri prendesse costui per marito! perciò che sarebbe di mio gran contento. E partitosi del verone, andò in sala, dove erano congregati assai signori per veder la giovane. Bertuccio scese giù del cavallo, e andossene in palazzo: ed ivi tra la povera e minuta gente si mise. Vedendo Crisippo infiniti signori e cavallieri in sala ridotti, fece venire la figliuola; e dissele: Tarquinia, quivi, come tu vedi, sono venuti molti signori per averti in moglie; tu guata e considera bene qual più di loro ti piace, chè quello fia tuo marito. Tarquinia, passiggiando per la sala, vidde Bertuccio che con bel modo teneva la destra mano in capo, e subito lo conobbe; e voltatasi verso il padre, disse: Sacra corona, quando fosse in piacer vostro, altri per marito non vorrei, che costui. E il Re, che quello bramava: E così ti sia concesso, rispose. E non si partì di lì, che furono fatte le nozze grandi e pompose, con grandissimo piacere de l’una e l’altra parte. Venuto il tempo di condurre la nova sposa a casa, montò a cavallo; ed aggiunto al luogo dove fu dal cavallier veduto, fu da quello da capo assalito, dicendo: Prendi, fratel mio, la cavalla e le vestimenta, e restituissemi le mie e la metà di quello che hai guadagnato. Bertuccio graziosamente il cavallo e le vestimenta li restituì; oltre [p. 210 modifica]ciò li fece parte di tutto quello che avuto aveva. Disse il cavaliere: ancora non mi hai dato la metà di quello che mi viene; perciò che non mi hai data la metà della moglie. Rispose Bertuccio: Ma a che modo faremo noi a dividerla? Rispose il cavalliere: Dividèmola per mezzo. Allora disse Bertuccio: Ah Signore! il sarebbe troppo gran peccato uccidere così fatta donna. Più tosto che ucciderla, prendetela tutta e menatela via; perciò che assai mi basta la gran cortesia che verso me usata avete. Il cavalliere, vedendo la gran semplicità di Bertuccio, disse: Prendi, fratel mio, ogni cosa, che ’l tutto è tuo, e del cavallo, delle vestimenta, del tesoro e della donna ti lascio possessore. E sappi ch’io sono il spirito di colui che fu ucciso da i ladroni ed a cui desti onorevol sepoltura, facendoli celebrare molte messe e divini officii. Ed io in ricompenso di tanto bene ogni cosa ti dono, annonziandoti che a te ed alla madre tua sono preparate le sedie nell’empireo cielo, dove perpetuamente vivrete. E così detto, sparve. Bertuccio allegro con la sua Tarquinia ritornò a casa; ed appresentatosi alla madre per nuora e figliuola glie la diede. La madre abbracciata la nuora e basciata, per figliuola la prese, ringraziando il sommo Dio che l’era stato così favorevole. E così conchiudendo il fine col principio, per far bene non si perde mai.

Da poi che Lionora mise fine alla sua favola, voltossi verso la Signora, e disse: Signora con licenzia vostra seguirò l’incominciato ordine. Ed ella benignamente rispose che seguisse. [p. 211 modifica]

L’uno con l’altro merito si rende,
     Cosa ch’oggi più al mondo non si trova;
Perchè la vita con morte contende,
     Altri si duole, e non m’è cosa nuova.
Tal di servir altrui, fastidio prende,
     Che non conosce, e ’n sulla fin gli giova.
Stava la vita sopra un ramo, e piano
     Acerba morte tolsegli di mano.

Fu grandissima contenzione circa l’intelligenzia del dotto enigma; non però fu alcuno ch’aggiungesse al segno. Ma la prudente Lionora in tal guisa l’espose: — Era a piede d’un chiaro fonte un fronzuto arbore, sopra del quale era un nido di vaghi augelletti, la cui madre con diligenza li guardava. Sopraggiunse un giovane, e con la sua spada uccise un serpe ch’ascendeva l’arbore per ucciderli. E volendo il giovane attinger l’acqua per bere, la madre delli conservati uccelli turbavali l’acqua, mandandogli il sterco del suo nido dentro. E quello più volte fece. Di che il giovane molto si maravegliò; e presa dell’acqua del fonte, la diede ad un cagnolino che seco aveva: il quale, subito che ebbe bevuto, se ne morì. Onde il giovane per l’uccello conobbe aver guadagnata la vita. Non poco fu commendata la bella isposizione del dopo enigma; e massimamente da Diana, la quale, senza esser stimolata d’altrui, alla sua favola diede principio, così dicendo.