Le piacevoli notti/Notte XIII/Favola VII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Favola VII

../Favola VI ../Favola VIII IncludiIntestazione 31 luglio 2015 100% Da definire

Notte XIII - Favola VI Notte XIII - Favola VIII
[p. 265 modifica]

FAVOLA VII.


Giorgio servo fa capitoli con Pandolfo suo patrone del suo servire e alfine vince il patrone in giudicio.


Sin’ora questi magnifici gentil’uomini e queste amorevoli donne hanno tanto detto, che quasi non mi è restata più materia di dire. Ma acciò che io non disconcia il bel incominciato ordine, mi sforcerò in quanto per me si potrà, di raccontarvi una favola, la quale, ancora che non sia arguta, sarà nondimeno piacevole e di diletto, come ora intenderete.

Pandolfo Zabbarella, gentil’uomo padovano, fu uomo a’ giorni suoi valente, magnanimo e aveduto molto. Avendo egli dibisogno d’un servo che li servisse, nè trovandone uno che li piacesse, finalmente gli venne alle mani un doloroso e maligno, il qual nell’aspetto dimostravasi tutto benigno. Pandolfo l’addimandò se egli voleva andare a star con esso lui e servirli. Il servo, che Giorgio si nominava, rispose che sì, con questa però legge e patto di doverlo servire solamente per attendere e governare il cavallo e accompagnarlo, e del resto non voler impacciarsi in cosa alcuna. E così rimasero d’acordo, e di questo fu celebrato l’instrumento di man di notaio, sotto pena e ipoteca di tutti i suoi beni, e con giuramento. Un giorno cavalcando Pandolfo per certa via fangosa e malagevole, entrato per aventura in un fosso, dove non poteva il cavallo trarsi fuora del fango, dimandava l’aiuto dal servo, temendo di pericolare in quello. Il servo stava a guardare, e diceva a questo non esser obligato, perciò che tai cose [p. 266 modifica]non si contenevano nell’instrumento del servir suo, e tratto fuori della scarsella l’istrumento, cominciò minutissimamente a leggere i loro capitoli e vedere se quel caso si conteneva. Diceva il padrone: Deh, aiutami, fratel mio! — e il servo rispondeva: Non posso farlo, perchè è contra la forma dell’instrumento. Diceva Pandolfo: Se non mi aiuti, e se non mi cavi di questo pericolo non ti pagherò. Replicava il servo non volerlo fare, accio chè non incorresse nella pena posta nell’instrumento; e se per aventura il patrone non fusse stato aiutato dai viandanti che per quella via passavano, senza dubbio egli mai non arebbe potuto liberarsi. Per il che fatta una nuova convenzione, fecero un altro accordo, nel quale prometteva il servo sotto certa pena di aiutar sempre il patrone in tutte le cose che li comandasse, nè mai partirsi, nè mai separarsi da lui. Avenne che un giorno passeggiando Pandolfo con certi gentil’uomini venetiani nella chiesa del Santo, il servo, ubidiente al patrone, passeggiava con esso lui, andando sempre presso le spalle di quello, nè mai lo lasciava. I gentiluomini e gli altri circostanti per la novità della cosa ridevano d’ogni banda e ne prendevano piacere. Onde il patrone, ritornato a casa, riprese grandemente il servo, dicendogli che male e scioccamente aveva fatto a passeggiare in chiesa con lui andandogli così appresso senza rispetto e riverenza alcuna del padrone e de’ gentil’uomini ch’erano con esso e lui. Il servo stringeva le spalle, dicendo aver ubedito a gli suoi comandamenti, e allegava i patti della legge, che eran nel loro instrumento. Laonde fecero nuovo patto, pel quale comandò il patrone al servo che andasse più lontano da lui. All’ora lo seguitava cento piedi lontano. E quantunque il patrone l’addimandasse, e facesse atto che venisse a lui, nondimeno il servo [p. 267 modifica]ricusava d’andare, e lo seguitava tanto quanto gli era stato imposto, dubitando sempre d’incorrere nella pena della loro convenzione. All’ora sdegnatosi Pandolfo per la dapocaggine e semplicità del servo, gli dichiarò quella parola che li disse, lontano! ch’ella si dovesse intendere per tre piedi. Il servo, che aveva chiaramente inteso il voler del suo patrone, prese un bastone di tre piedi, accostando un capo di quello al suo petto, e l’altro capo alle spalle del patrone; e così lo seguitava. I cittadini e gli artegiani, vedendo questo e pensando che quel servo fusse un pazzo, si scoppiavano da ridere della sua pazzia. Il patrone, che ancora non si avedeva del servo che aveva il bastone in mano, si maravigliava forte che tutti il guardavano e ridevano. Ma poi che conobbe la causa del loro ridere, si sdegnò, e con ira riprese acerbamente il servo e volse anco sconciamente batterlo. Ed egli piangendo e lamentandosi si scusava dicendo: Avete torto, patrone, a volermi battere. Non feci io patto con esso voi? Non ho io ubbedito in tutto ai comandamenti vostri? Quando contrafei al voler vostro? Leggete l’instrumento e poi punitemi, se io mancai in cosa alcuna. E così il servo ogni volta rimaneva vincitore. Un altro giorno il patrone mandò il suo servo al macello per comprar della carne, e parlando ironicamente com’è costume di patroni, gli disse: Va, e sta uno anno a ritornare. Il servo, pur troppo ubidiente al patrone, andò nella patria sua, e ivi stette finchè scorse l’anno. Dopo il primo dì del sequente anno ritornando, portò la carne al patrone; il quale, maravigliandosi, perciò che egli aveva mandato in oblivione ciò che comandato avesse al servo, lo riprendeva grandemente della fuga, dicendogli: Tu sei venuto un poco tardetto, ladro da mille forche. Per Dio, che io ti farò pagar la pena, come tu meriti [p. 268 modifica]tristo ribaldone, nè sperar da me aver salario alcuno. Rispose il servo aver servito tutto l’ordine contenuto nello instrumento publico e aver ubedito alli precetti suoi, secondo la continenzia di quello. Ricordatevi, signor mio, che, mentre mi comandaste ch’io stessi un anno a ritornare, che io ho ubbidito. E però mi pagherete il salario che m’avete promesso. E così andati a giudizio, giuridicalmente fu costretto il padrone a pagar il suo salario al servo.

La favola del signor Beltrame, che si faceva schivo di raccontarla, non dispiacque a gli auditori: anzi ad una voce degnamente la comendarono, pregandolo che anco dovesse proporre l’enimma con la sua consueta grazia. Ed egli, non volendo contradire a sì degni audienti, in tal maniera disse.

Giace una fiora, ed è soave tanto.
     Che nulla è par, ne l’estremo Occidente;
Ha picciol corpo, e il capo grave alquanto;
     E si dimostra queta e paziente:
Ma guarda basso, e seco guida pianto:
     Detto v’ho il nome; aggiate ne la mente
Che qual vista la mira, esser accorta
     Convien, chè morte dentro gli occhi porta.

Con non poca maraviglia fu ascoltato il leggiadro enimma: ma non inteso. Del qual la risoluzione fu, che era un animaletto chiamato cacopleba, che altro non vuol dire, che guardar basso. Questo animale ancor che paia bello e piacente, nondimeno l’uomo diè esser accorto, perchè dentro agli occhi l’animal porta la morte. Il che si può anco attribuire al demonio, il qual applaude e accarezza l’uomo, doppo l’uccide mediante il peccato mortale, e lo conduce ad eterna [p. 269 modifica]morte. Ispedita la nobile isposizione del dotto enimma Lauretta, ch’appresso lui sedeva, alla sua favola diede principio.