Le stragi della China/20. Rinchiusi nel sotterraneo

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20. Rinchiusi nel sotterraneo

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20.

Rinchiusi nel sotterraneo


Ping-Ciao, nella sua qualità di alleato dei boxers, non aveva mancato di recarsi al ricevimento dei capi ribelli venuti a rendere omaggio al principe Tuan, proclamatosi imperatore della Cina e ad annunciare a lui la strage fatta di europei residenti nella capitale.

Ping-Ciao, incaricato dal nuovo imperatore di ricevere i capi ribelli e di fare gli onori di casa, si era fatto in quattro per mostrarsi gentile verso i suoi alleati, offrendo in una delle sale dell’immenso palazzo imperiale, un banchetto pantagruelico e come solamente li sanno preparare i cinesi.

Nel momento però in cui stava per mettersi a tavola, senza che gli passasse pel capo il pensiero che in casa sua un povero europeo stesse morendo di fame, una notizia fulminante era venuta a guastargli di colpo l’appetito.

Quella notizia gli era giunta sotto forma di un bigliettino di carta di seta, su cui vi erano scritte queste poche, e molto impressionanti parole:

«Sum si trova prigioniero d’una potente società segreta. Si avverte Ping-Ciao che la testa del capitano risponderà della vita del missionario».

Leggendo quelle righe, il mandarino era divenuto livido.

— Sum in mano d’una potente società! — mormorò stringendo i denti. — Chi possono essere i protettori di quel maledetto cristiano? Se quell’imbecille di capitano si è lasciato prendere, tanto peggio per lui; se mi avesse seguìto nel passaggio segreto, sarebbe ancora libero. Che lo decapitino, poco m’importa; sarà un briccone di meno. E se il missionario muore? Dalle società segrete bisogna guardarsi, perché quando minacciano sanno anche mantenere. È necessario prolungare l’esistenza del missionario almeno fino a quando avrò scoperti questi misteriosi protettori e li avrò fatti decapitare. Andiamo a cercare il capo dei banditi e consigliamoci.

Accusando una improvvisa indisposizione, il mandarino, più spaventato di quanto si sarebbe potuto credere, lasciò la sala e uscì dal palazzo, per recarsi in uno degli spaziosi giardini imperiali.

Il capo, che si era messo interamente a disposizione del mandarino, si era fatto alloggiare in un piccolo padiglione onde essere sempre pronto agli ordini del padrone.

Ping-Ciao lo trovò placidamente sdraiato presso un cespuglio di peonie, con la pipa in bocca ed un vaso di sam-sciù a fianco. Il briccone fumava un granello d’oppio, bagnandosi di quando in quando la gola con una lunga sorsata del fortissimo liquore.

Vedendo giungere il mandarino a passi rapidi, s’immaginò subito che fosse accaduto qualche grave avvenimento e fu lesto a balzare in piedi.

— Ho bisogno del tuo braccio e anche dei tuoi consigli — gli disse Ping-Ciao, con voce agitata.

— È morto il missionario? — chiese il bandito.

— Che sia morto o vivo, io non lo so — rispose il mandarino. — Desidererei che respirasse ancora.

— Vorreste levarlo dalla sua fetida buca? Ci stava così bene là dentro!

— Sono minacciato.

— Da chi?

— Da una società segreta.

— Da quale?

— Se la conoscessi avrei già mandato due compagnie della guardia imperiale a decapitare tutti i suoi membri.

— Modo molto spiccio, signore. E cosa vuole questa società?

— Minaccia di decapitare Sum.

— È caduto nelle mani di quei soci, il povero capitano? Credevo che lo avessero preso gli europei, parenti del missionario.

— Sembra che si siano alleati coi membri di questa ignota società.

— Vi preme salvare il capitano?

— Niente affatto.

— Allora lasciate che lo decapitino.

— Non sarebbe finita — disse il mandarino. — La società fa delle minacce e mi ha fatto capire che veglia sul missionario.

— La faccenda s’intorbidisce — mormorò il bandito.

— Cosa mi consigli di fare?

— Andare subito a casa e far tagliare il collo al missionario, se è ancora vivo.

— Due ore fa l’ho udito lamentarsi.

— Andiamo a finirlo. Morto lui, alla società segreta non resterà altro che di mettere una pietra sull’affare e si accontenterà della testa del capitano.

— E se il missionario sapesse realmente dove si trova Wang? — chiese il mandarino con apprensione.

— A quest’ora ve lo avrebbe detto. Egli vi ha ingannato d’accordo con suo fratello, sperando nel frattempo di venire liberato. Egli sa dove si trova vostro figlio quanto lo sappiamo io e voi.

— Lasciamolo morire da sé — disse il mandarino. — Già non camperà molto, anzi potrebbe darsi che fosse agonizzante.

— E se, mentre noi stiamo qui, aspettando che se ne vada all’altro mondo, questa società segreta mandasse delle persone ad invadere la vostra casa e liberarlo.

— Tu vuoi spaventarmi! — esclamò il mandarino. — Chi oserebbe forzare la mia casa?

— In questi tempi tutto si può tentare ed anche impunemente.

— Oh!... Non me lo lascerò strappare di mano!... — gridò il mandarino. — Ho giurato di vendicarmi dell’uomo che ha fatto di mio figlio un cristiano e manterrò la parola. Quanti uomini hai qui?

— Sei e tutti devoti a voi.

— Andiamo subito al mio palazzo! — esclamò il mandarino.

Il bandito accostò alle labbra una piccola canna di bambù e mandò un fischio acuto.

Un momento dopo i sei banditi, che si erano sdraiati in mezzo ad un boschetto per godersi il fresco della sera e fumare un grano d’oppio, si presentavano al mandarino.

— Armatevi e seguiteci — disse questi.

I sei bricconi andarono a prendere i loro fucili e si misero dietro al capo ed a Ping-Ciao, i quali si erano diretti verso l’uscita del giardino.

Stavano per varcare la ricca cancellata, quando una delle guardie manciù si fece innanzi, dicendo al mandarino:

— Signore, devono già essere giunti alla vostra casa i capi insorti delle provincie meridionali che aspettavate.

— I capi insorti! — esclamò il mandarino, sbarrando gli occhi. — Quali? Io non aspettavo nessuno.

— Quelli mandati dal capitano Sum.

— Cosa mi racconti tu?

— Mi trovavo alla porta meridionale quando i dodici capi si sono presentati seguendo quelli dei boxers. Avevano un lasciapassare di Sum.

— Hai fumato dell’oppio tu, per raccontarmi questa inverosimile istoria?

— No, signore — disse il manciù. — Erano dodici capi, ve lo accerto.

— E si sono recati a casa mia?

— Hanno detto che voi li aspettavate.

— Signore, — disse il capo dei banditi, — io comincio a tremare per voi.

— Tu credi che...

— Che questi famosi capi altro non siano che membri della società segreta.

— Allora il missionario è salvo! — urlò Ping-Ciao, agitando furiosamente le braccia.

— Non ancora.

— Vai a chiamare una compagnia della guardia — disse Ping-Ciao al soldato. — Si tratta di prendere dei cristiani. Ordine del consiglio dell’impero!

Non era ancora trascorso un minuto che si vide giungere la compagnia chiesta, comandata da un giovane mandarino militare, decorato del bottone di corallo.

Si componeva di trenta tartari, uomini robusti, di aspetto fiero, bene conformati, di statura media, con spalle larghe, collo grosso e la pelle quasi bianca.

Indossavano tutti il vestito nazionale, consistente in lunghe zimarre di cotone azzurro a bordi color arancio, in cappe di pelle di pecora con la lana al di fuori, stivali di stoffa nera a grandi pieghe, con la suola di feltro bianco molto alta, e berretto a tese voltate, con fiocchi di seta rossa.

Quei soldati, i migliori che abbia la Cina, erano armati di fucili a retrocarica di vari modelli e portavano al fianco larghe scimitarre assai ricurve.

— Seguitemi! — gridò il mandarino. — Vi sono dei cristiani da uccidere e dei tael da guadagnare.

I manciù partirono a passo di corsa, seguendo il mandarino ed i banditi.

— Giungeremo a tempo? — chiedeva ad ogni istante Ping-Ciao al capo dei banditi, il quale pareva che fosse un po’ scosso.

— Li sorprenderemo — rispondeva l’interrogato. — Dodici uomini non possono resistere ad una compagnia di manciù e dovranno arrendersi.

— E se fossero già fuggiti?

— Le porte della città sono chiuse e nessuno esce senza speciale permesso. Se non li prenderemo questa sera, cadranno fra le nostre braccia più tardi.

— Farò mettere sossopra l’intera città se occorre, e quei cristiani non mi scapperanno. Il nuovo imperatore è mio amico e ricorrerò a lui.

— Fra quei dodici vi saranno il fratello ed il nipote del missionario? — si chiese il bandito.

— Non ne ho alcun dubbio — disse il mandarino. — Saranno stati loro a preparare il colpo.

— Tanto meglio! Pagheranno la loro parte! Li faremo cucinare a lento fuoco, signore.

— O squartare vivi.

Erano quasi le dieci quando i manciù giunsero dinanzi la cancellata del giardino. Il capo dei banditi fece osservare al mandarino che era ancora chiuso.

— Se quei dodici uomini fossero stati veramente capi insorti, sarebbero passati per di qui — disse. — Se il cancello non è aperto, vuol dire che quei signori hanno preferito scavalcare le mura.

Il mandarino aveva la chiave della porta. Aprì lestamente ed introdusse i soldati nel giardino.

— Vedo la mia casa ancora illuminata — disse — che i miei servi veglino? Che abbiamo preso un granchio?

— Anzi io credo il contrario — disse il capo dei banditi. — Noi troveremo i topi nella trappola.

— Ancora nel sotterraneo?

— Ho questa speranza, signore.

Si volse verso i manciù, dicendo:

— Preparate le armi!

Erano giunti a duecento passi dalla villa ed il bandito aveva veduto degli uomini in sentinella dinanzi alla scalinata di marmo.

— Ve lo avevo detto io, che li avremmo sorpresi — disse. — I vostri servi mi pare che non abbiano l’abitudine di vegliare attorno la casa quando voi siete assente.

— No — rispose il mandarino.

— Vedremo questi famosi capi.

In quel momento alcuni colpi di rivoltella partirono in direzione della casa, seguìti dalle grida:

— Salvatevi! I soldati!

— Fuoco! — gridò il mandarino udendo le palle sibilare in alto.

I soldati risposero con una scarica, poi si slanciarono innanzi con le scimitarre in pugno.

Gli affigliati della Croce gialla avevano scorto a tempo gli avversari. Scaricate le rivoltelle erano prontamente fuggiti nel corridoio che conduceva al sotterraneo, chiudendo e sbarrando dietro di loro la massiccia porta di legno del tek.

Mentre i soldati circondavano la casa per impedire che nessuno potesse fuggire e piantonavano le porte del sotterraneo, il mandarino ed il bandito si erano avvicinati ai servi, i quali giacevano dinanzi alla gradinata ben legati ed imbavagliati.

— Miserabili! — urlò il mandarino prendendo a calci quei disgraziati. — È così che voi difendete la casa del vostro padrone?

Il capo dei banditi ne liberò uno dal bavaglio e lo mise in piedi, dicendogli:

— Parla: cosa è successo qui?

— Sì, racconta ogni cosa prima che ti faccia tagliare gli orecchi e gettare per un mese nel carcere nero! — gridò il mandarino.

— Signore, siamo stati sorpresi — balbettò il povero diavolo, con voce tremante.

— Poltroni! Invece di vegliare fumavate la pipa e bevevate i miei liquori!

— No, signore, lo giuro su Buddha e Confucio!

— Parlami di quegli uomini, gaglioffo. Quanti erano?

— Dodici, signore, tutti armati di pugnali e di rivoltelle. Parevano dodici demoni! Che gente, mio signore! Non li avrebbe trattenuti nemmeno un corpo d’armata.

— Sì, e sono scappati davanti a trenta uomini della guardia — disse il capo dei banditi. — Ecco i tuoi demoni, pauroso.

— Da qual parte sono entrati? — chiese il mandarino.

— Credo che abbiano scalata la cinta.

— Ed i servi del padiglione non li hanno né veduti, né uditi.

— Dovevano dormire o sono fuggiti perché giù non si sono fatti vedere a meno che quei dodici diavoli non li abbiano scannati tutti.

— Se li ritrovo vivi li farò decapitare! — gridò il mandarino. — Vi erano due uomini bianchi, due europei, fra gli assalitori?

— Due mi parvero tali, quantunque vestiti da cinesi delle provincie meridionali.

— E hanno liberato il missionario?

— Lo suppongo, avendo costretto il maggiordomo a condurli nel sotterraneo.

— Ah! Traditore!

— Lo hanno minacciato di morte.

— Doveva lasciarsi uccidere come un cane piuttosto che aprire la porta del sotterraneo. Ecco uno che non vedrà più il sole a spuntare.

— Se non l’hanno ammazzato gli altri — disse il capo dei banditi. — Io non vorrei trovarmi nella sua pelle.

— Era ancora vivo il missionario? — chiese il mandarino.

— Il maggiordomo, che aveva visitato il sotterraneo qualche ora prima, mi disse di averlo udito rantolare.

— Allora quel cane non si salva più.

— Non abbiamo ancora preso le dodici tigri — disse il bandito.

— M’immagino che non avranno avuto la precauzione di portare con loro dei viveri — rispose il mandarino.

— E cosa volete concludere?

— Che tenendo assediati per un paio di giorni quei demoni, procureremo a loro il piacere di vedere spegnersi, dinanzi ai loro occhi, il missionario — rispose il mandarino con gioia feroce. — Sono venuti per salvarlo ed invece assisteranno, impotenti, alla sua agonia.

— Che genio infernale! — esclamò il bandito, con ammirazione. — Io non avrei potuto immaginare un così atroce supplizio. Signore, voi siete un grand’uomo!

— E con tutto ciò non sono ancora riuscito a sapere da quegli uomini dove si trova mio figlio — disse il mandarino, con voce cupa.

— Siete convinto che qualcuno lo sappia?

— Sì, il fratello del missionario non deve ignorare dove si nasconde.

— Lo si prende e lo si sottopone ai più atroci tormenti. Cominciate a fargli provare il taglio dei diecimila pezzi e vedrete che non resisterà.

— Questa idea mi tenta. Se fossi sicuro che il missionario è morto, forzerei quei dodici furfanti ad arrendersi.

— Non si lasceranno prendere così presto.

— Si può trovare qualche mezzo per costringerli.

— Ne avrei qualcuno e di riuscita certa — disse il bandito, percuotendosi la fronte. — Bisognerebbe però accertarsi prima se il missionario si è stancato di vivere.

— Possiamo assicurarcene — disse il mandarino. — V’è una finestra difesa da una grossa inferriata che guarda nel sotterraneo.

— Buono a sapersi: ci potrà servire per fare una scarica improvvisa sugli assediati o per mettere in esecuzione il mio progetto.

— Andiamo a spiarli — disse il mandarino.

Con un calcio fece muovere il servo che era stato liberato dal bavaglio, dicendogli:

— Precedici ed accendi una lanterna.

Si assicurarono prima che i soldati vegliavano attorno alla villa, poi salirono lo scalone ed entrarono in un corridoio formato da paraventi di seta, ricamati a draghi, a lune, a grù coronate, cacciandosi poscia in uno stretto passaggio aperto nello spessore della muraglia e che scendeva rapidamente.

— Dove conduce? — chiese il bandito.

— Nel sotterraneo — rispose il mandarino.

— Fate spegnere la lanterna o i prigionieri ci scorgeranno e ci invieranno una scarica.

— Obbedisci — disse il mandarino al servo.

La lanterna fu spenta. Allora in fondo al corridoio si distinse una debole luce che si rifletteva sul muro.

— Gli assediati hanno una lampada — disse il mandarino.

— È quella che portava il maggiordomo — disse il servo.

— Così potremo accertarci meglio se il missionario è vivo o morto. Eh! Udite?

— Si odono dei singhiozzi — rispose il mandarino trasalendo.

— Buon segno — disse il bandito, con un sogghigno. — Si piange qualcuno che ha avuto la buona idea di andarsene da questo mondaccio.

Il mandarino non rispose.

Giunti all’estremità del corridoio, si trovarono dinanzi ad una piccola finestra, difesa da grosse sbarre di ferro, la quale metteva nel sotterraneo occupato dagli affigliati della Croce gialla e dai due italiani.

Il bandito vi si era precipitato contro.

— Guardate — disse con un brutto sorriso.

Il mandarino si era curvato sulla finestra mentre un brivido gli correva per le ossa.

Alla fioca luce di una lanterna aveva scorto al suolo il corpo inanimato della sua vittima. Presso il povero missionario singhiozzavano il signor Muscardo ed Enrico, mentre gli affigliati, inginocchiati intorno, mormoravano delle preghiere.

Quella scena era così lugubre che perfino il feroce bandito si sentì bagnare la fronte.

— È morto — disse.

— Sì — rispose il mandarino con voce sorda, mentre un secondo brivido gli correva per le ossa.

— Sono giunti troppo tardi.

— Andiamocene.

— Avreste paura di quel morto? — gli chiese il bandito che ricuperava la sua inumana ferocia.

— Non posso guardarlo.

— Un cristiano di meno.

— Quest’uomo mi porterà sventura — disse il mandarino i cui denti scricchiolavano.

— Lasciate andare simili fole e cerchiamo di catturare questi imbecilli che hanno avuto la buona idea di cacciarsi in quella trappola. Pensate che da loro potreste sapere dove si trova Wang.

— Wang? Ora non vorrei che tornasse più — disse il mandarino. — Mi farebbe paura.

— Allora non valeva la pena di dare la caccia a quei tre europei né di massacrare tutti gli abitanti del villaggio.

— Se Wang sapesse che ho ucciso l’uomo che lo ha fatto cristiano, mi odierebbe.

— Che importerebbe a voi?

— Io l’amo, mio figlio! — esclamò il mandarino.

— Credevo che voi lo voleste avere nelle vostre mani per ucciderlo.

— Sì, è vero, avevo avuto questa idea. Volevo cercarlo per punirlo terribilmente d’aver abbandonato la religione dei suoi padri per abbracciare quella importata dagli europei; ora...

— Sì, ora che vi siete vendicato del missionario, perdonate a vostro figlio — disse il bandito con ironia. — Dopo tutto è sangue del vostro sangue e carne della vostra carne! E di questa gente che teniamo prigioniera, cosa ne faremo ora? Non potete lasciarla andare ora che i manciù sanno che sono cristiani.

— Chi ti ha detto di metterli in libertà? Non sono così sciocco da compromettermi dinanzi alla guardia imperiale.

— Li uccideremo?

— Quando avrò saputo dal fratello del missionario, dove si nasconde mio figlio. Voglio che parli.

— E dopo?

— Ti abbandono la sua testa, se la vuoi.

— Quelle degli europei si pagano in Pechino.

— Tanto meglio per te.

— Costringiamoli ad arrendersi.

— Mi hai detto d’aver trovato un mezzo.

— E sicuro, signore. Prima proveremo a intimare la resa.

— Ti lascio carta bianca — disse il mandarino. — Io me ne lavo le mani per ora. Lasciami i due europei per interrogarli e null’altro. Degli altri non me ne curo.

Ciò detto, il mandarino si allontanò lasciando il bandito.

— I cristiani avranno ora da fare con me — disse il miserabile. — Prima di decapitarli farò passare loro un tremendo quarto d’ora.

Si curvò sull’inferriata e gridò con voce formidabile:

— Che i cristiani mi ascoltino!

Un urlo feroce fu la risposta. Il signore Muscardo era balzato in piedi come un leone in furore.

— Assassini! — gridò. — Venite qui a misurarvi coi cristiani!...

— Sembra che l’europeo sia diventato idrofobo — disse il bandito. — Guardiamoci da lui!...

Quindi alzando la voce, proseguì:

— I soldati della guardia imperiale vi hanno circondati. Vi intimo la resa per ordine di Ping-Ciao.

— Ping-Ciao!... — gridò l’ex bersagliere con una voce che più nulla aveva di umano. — Che venga quell’infame!... Voglio strappargli il cuore!...

— Purché non lo strappi più tardi a te!

— Venite a prenderci, se l’osate! Noi non abbiamo paura della morte!...

— Se io lo volessi, potrei farvi sterminare senza aver bisogno di far entrare i soldati nel sotterraneo.

— Provati! — gridò il capo della Croce gialla, il quale si era alzato tenendo in mano una rivoltella.

— Lo farò se voi non vi arrenderete.

— Morremmo piuttosto tutti qui, intorno al cadavere del missionario.

— Vi rivedrò presto.

— Ed intanto prendi!... — gridò il gigante.

Mentre il bandito, protetto dalle tenebre, continuava a minacciare, il capo della Croce gialla, guidato dalla voce, si era lentamente avvicinato alla parete, sull’angolo della quale aprivasi la finestra; poi aveva fatto fuoco.

Alla detonazione aveva risposto un grido di dolore.

Il bandito aveva ricevuto una palla in un braccio, spezzandoglielo.

— Affogate quei cani! — gridò.

Poi fuggì nel corridoio seguìto dal servo che era più morto che vivo per lo spavento.

Alle loro grida il mandarino ed i sei banditi che vegliavano dinanzi alla porta erano accorsi.

— Sembra che tu abbia ricevuto un cattivo saluto dai cristiani — disse Ping-Ciao, con voce ironica.

— Li affogherò — rispose il bandito.

— Guarda che non ti fracassino l’altro braccio.

— Fra un’ora i cristiani saranno tutti in nostra mano.

— Mi pareva che volessi annegarli.

— Solamente a metà, signore. Basta, non ne posso più... il braccio è forse perduto... eppure voglio assistere alla loro agonia... parola di bandito... Voglio udire le loro urla di disperazione.

— Nessuno te lo impedirà.

— Venite, banditi — disse, volgendosi verso i suoi uomini.

Si fece fasciare alla meglio il membro ferito, poi diede alcuni ordini.

— Adagio... in modo che l’agonia sia lunga e guardate di non affogarli del tutto — disse poi. — Calerete delle lanterne attraverso l’inferriata onde io possa assistere allo spettacolo. Me la pagheranno questa ferita, e dopo faremo volare le loro teste.

— Se l’europeo muore prima che mi abbia detto dove si trova Wang, t’avverto che ti farò levare la pelle — gli disse il mandarino.

— Non temete, signore, sarò io che lo scorticherò.