Le stragi della China/8. Il fiume di fuoco

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8. Il fiume di fuoco

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7. Il traditore 9. Sul Canale Imperiale

8.

Il fiume di fuoco


Ogni rumore era cessato sulle rive del fiume.

I colpi di fucile che si erano uditi poco prima, non si erano più ripetuti né lontani, né vicini; pure il signor Muscardo non era affatto tranquillo e non osava chiudere gli occhi.

Quantunque il sonno di quando in quando lo prendesse, non avendo dormito da trentasei ore, ad ogni momento si alzava per guardare se il pescatore si trovava sempre al medesimo posto e per assicurarsi che il fiume era deserto.

Lottava già da due ore contro il sonno, quando, vinto dall’eccessiva stanchezza, dovette cedere.

Quanto dormì? Probabilmente pochi minuti, forse pochi istanti. Quel momento bastò.

Riaperti gli occhi, guardò subito il posto occupato dal pescatore: era vuoto!...

— Sheng! Enrico! — esclamò.

I due giovani, che dormivano l’uno a fianco dell’altro, udendo quelle due chiamate impetuose erano balzati precipitosamente in piedi.

— Cosa vuoi, padre? — chiese Enrico.

— Il pescatore è fuggito!

— Sarà andato a pescare.

— O che abbia rubata la nostra barca? — si chiese Sheng, impallidendo.

— Alla riva! Alla riva — esclamò l’ex bersagliere con voce strozzata.

Si slanciarono tutti in mezzo alle piante, aprendosi impetuosamente il passo; erano in preda ad un’estrema angoscia perché la barca rappresentava per loro l’unica salvezza.

Cosa sarebbe accaduto di loro se non l’avessero trovata? Era la morte certa, avendo i boxers così vicini e di già padroni delle due rive.

I cespugli furono attraversati in un lampo ed i due italiani ed il cinese si slanciarono verso la riva. Un triplice grido di gioia sfuggì dalle loro labbra.

La scialuppa si trovava ancora al medesimo posto dove l’avevano lasciata.

— Che mi sia ingannato? — si domandò l’ex bersagliere. — Che il pescatore sia invece andato a cercare la colazione?

— Facciamo il giro dell’isoletta, padrone — disse Sheng. — È così piccola che non impiegheremo più di dieci minuti.

I due italiani ed il cinese, dopo d’aver osservato diligentemente le rive del fiume, e di avere ascoltato a lungo, si misero in cammino con la speranza di vedere il pescatore e i suoi marangoni.

Fu una passeggiata assolutamente inutile. Il cinese era scomparso assieme ai suoi volatili.

— Che abbia avuto paura dei boxers? — chiese Enrico.

— Io sospetto, invece, che sia andato a raggiungerli — rispose il signor Muscardo, il quale era diventato assai inquieto.

— Ad avvertirli che qui ci sono degli uomini bianchi?

— Lo suppongo, Enrico.

— Ed io condivido le vostre apprensioni — disse Sheng. — Aveva un certo sguardo da non rassicurare e certi modi da far nascere dei brutti sospetti.

— Noi non li aspetteremo, ragazzi miei — disse l’ex bersagliere. — Andiamo a svegliare i compagni e prendiamo subito il largo.

— Come faremo a dirigerci con questa oscurità? Il fiume è ingombro di banchi, padre.

— Cercheremo di evitarli.

Mentre Sheng rimaneva a guardia della scialuppa, temendo che il pescatore si fosse nascosto in qualche luogo per privarli di quel mezzo necessarissimo per continuare la fuga, il signor Muscardo e suo figlio tornavano rapidamente all’accampamento.

Padre Giorgio ed i cinque operai furono svegliati ed informati di quanto era avvenuto.

— Se il pescatore è fuggito, non deve aver avuto che un solo scopo: quello di tradirci — disse il missionario.

Tale fu l’opinione anche degli operai.

— Quando quel briccone tornerà qui, non ci troverà più — disse il signor Muscardo. — Per buona ventura mi sono accorto a tempo della sua scomparsa.

Raccolsero un po’ di thè e un vaso di terra, che il pescatore non aveva portati con sé, un po’ di riso che era ancora rimasto e raggiunsero frettolosamente la scialuppa.

Stavano per imbarcarsi, quando in mezzo alla folta vegetazione che copriva la riva destra, sentirono un latrato che si ripeté tre volte su diversi toni.

— Che sia un cane o una volpe fragrante? — chiese Enrico che aveva già cacciato questo animale che i cinesi chiamano hi-ang-li.

— Io dico che non si tratta d’un animale — disse padre Giorgio. — Cosa dici, Sheng?

— Voi avete buoni orecchi, padre — rispose il cinese.

— Che questo sia qualche segnale che annunzi forse ai boxers la nostra partenza? — chiese il signor Muscardo.

— È probabile, quantunque l’oscurità sia così fitta qui da non poterci scorgere così facilmente.

— Cosa fare? — disse il signor Muscardo, che non sapeva decidersi fra il partire od il rimanere. — Quale sarebbe la tua opinione, fratello?

— Restando sull’isoletta potrebbero bloccarci e non avendo che pochissimi viveri, saremmo costretti ad arrenderci presto.

— Ed una resa equivarrebbe a perdere le nostre teste.

— Partiamo, signor Muscardo — dissero i cinque operai.

— Allora preparate le armi e fate attenzione ai banchi di sabbia ed agli isolotti. Domani prima dell’alba, se tutto va bene, possiamo giungere al Canale Imperiale ed imbarcarci sulla giunca di Men-li.

— Si trova alla foce di questo corso d’acqua? — chiese padre Giorgio.

— Sì, fratello — rispose il signor Muscardo. — Amici, partiamo.

Con due vigorosi colpi di remo la scialuppa fu spinta al largo e cominciò a scendere con molta rapidità, balzando sopra i gorghi formati dalla violenza della corrente.

Il signor Muscardo e Sheng si erano collocati a prora, muniti di lunghe pertiche per scandagliare la profondità del fiume; padre Giorgio ed Enrico a poppa, al remo che serviva di timone, ed i cinque operai al centro.

L’oscurità era così fitta che i fuggiaschi talvolta non riuscivano quasi a discernere le due rive. Gli alberi erano così folti e ampi che i loro rami s’incrociavano al di sopra del fiume, formando una vôlta impenetrabile.

Tutti stavano zitti per non tradire la loro presenza. Avevano però approntate le armi e tendevano gli orecchi per raccogliere il menomo rumore.

Non erano ancora trascorsi cinque minuti, quando ad una distanza di cinque o seicento passi videro alzarsi bruscamente un solco luminoso.

Era un razzo azzurro, d’incomparabile splendore, il quale s’alzava verso le nubi con una velocità prodigiosa, sibilando stranamente.

— Un segnale — esclamò il signor Muscardo, aggrottando la fronte.

— Sì, un segnale, padrone — confermò Sheng.

— Che i boxers si siano accorti della nostra partenza?

— Aspettiamo — disse padre Giorgio. — Vedremo se risponderanno.

Il razzo si era appena spento, quando sulla riva opposta, a tre o quattrocento metri dalla poppa della scialuppa, si vide volteggiare in aria una specie di palla fiammeggiante, la quale, scoppiando, lanciò tutto all’intorno una pioggia di scintille d’oro.

— Vi sono nemici su ambe le rive — disse Sheng. — Padrone, ho paura che fra poco succeda qualche cosa di grave.

— Affronteremo serenamente il pericolo — rispose il signor Muscardo, con voce tranquilla. — Ormai siamo abituati a bruciare cartucce ed a sfidare la morte.

Sebbene fossero certi di essere stati scoperti, il nemico non dava segno della sua presenza. In mezzo alle folte piante, che si estendevano senza interruzione sulle rive, non si sentiva il più lieve rumore.

— Cosa aspettano per assalire? — era quello che si chiedevano ansiosamente il signor Muscardo e suo fratello.

— Se ritardano di qualche ora ancora, noi giungeremo al Canale Imperiale — disse l’ex bersagliere, dopo qualche tempo. — Ecco dinanzi a noi un isolotto che io conosco. Ancora tre o quattro miglia e vedremo la giunca.

— Che i ribelli si siano accorti che noi siamo aspettati in qualche luogo? — chiese padre Giorgio.

— Ne dubito, fratello. La giunca non può essere stata scoperta essendo nascosta in mezzo ad una palude impraticabile ai pedoni.

Aveva appena pronunciate quelle parole, quando, su ambe le rive, si videro brillare dei punti luminosi, i quali correvano con fantastica rapidità, sotto le foreste degli alberi da sego. S’alzavano, s’abbassavano, s’incrociavano, ora diminuivano ed ora ingrandivano. Talvolta invece di punti luminosi si vedevano apparire strisce di fuoco, le quali si lasciavano indietro turbini di scintille.

— Cosa sta per accadere? — aveva esclamato il signor Muscardo, alzandosi rapidamente. — Cosa significa questa ridda di fuochi?

Tutti erano balzati in piedi, in preda ad una crescente inquietudine. Quello spettacolo, assolutamente inesplicabile, aveva qualche cosa di diabolico ed era tale da impressionare anche gli animi più forti.

Ad un tratto, a quei punti luminosi, si succedono delle lingue di fuoco, le quali guizzano in tutte le direzioni, ora strisciando sul suolo ed ora avvolgendosi attorno agli alberi.

Le piante, sature di sevo, crepitano, si fendono e s’infiammano come immensi ceri. La rapidità dell’incendio è tale che gli europei rimangono come abbagliati da quell’onda di luce sanguigna, che scaccia bruscamente la profonda oscurità regnante sotto la vôlta di verzura.

Le acque, poco prima nere come l’inchiostro, scintillano come se si fossero, per opera soprannaturale, tramutate in bronzo fuso, mentre i rami si contorcono, lasciando cadere un turbinìo di scintille e di tizzoni accesi.

L’immensa vôlta che copre il fiume fiammeggia anch’essa. È un mare di fuoco che si alza fra le due rive e che avvolge i disgraziati fuggiaschi. L’aria diventa ardente, quasi irrespirabile.

— Siamo perduti! — grida Enrico, spaventato dalla rapidità dell’incendio.

— Coraggio! — grida il signor Muscardo che non ha ancora perduto il suo sangue freddo. — Bagnate le vostre vesti e date dentro coi remi.

Sheng, col suo ampio cappello di paglia strettamente intrecciato, raccoglie acqua e inonda i compagni e la scialuppa, mentre i cinque operai arrancano disperatamente per sfuggire a quel calore infernale che dissecca le loro carni.

In mezzo agli alberi fiammeggianti scoppiano dei colpi di fucile e s’alzano urla minacciose. Al di là delle barriere di fuoco, in mezzo ai turbini di fumo, il signor Muscardo ed i suoi compagni vedono balzare, come demoni, drappelli d’uomini armati. Sono i boxers, tornati in maggior numero e sempre accaniti contro quei disgraziati, sfuggiti ai loro tanti agguati.

In mezzo a quei clamori, una voce potente risuona di quando in quando:

— Morite come cani!

I fuggiaschi l’hanno riconosciuta: è la voce del mandarino Ping-Ciao.

— Sarebbe stato meglio che l’avessimo appiccato — brontola il signor Muscardo. — Me lo immaginavo che non ci avrebbe lasciati tranquilli.

La scialuppa intanto fuggiva rapida come una freccia, sotto quelle arcate di fuoco che lasciavano cadere addosso ai disgraziati incessanti nembi di scintille. Sheng, quantunque avesse le vesti mezze abbruciacchiate, non si arrestava dall’aspergere i suoi compagni.

— Presto! Forza! — ripeteva il signor Muscardo. — Sheng, acqua! Acqua!

A destra ed a sinistra, i vegetali ormai consunti, piombavano nel fiume con immenso fracasso, sollevando delle ondate spumeggianti, col pericolo di schiacciare la scialuppa e coloro che la montavano.

Lo spettacolo era terribile, spaventoso! Una scena degna dell’inferno.

Già i disgraziati cominciavano a sentirsi venir meno, quando si udì Sheng gridare:

— Il bosco finisce!

Il signor Muscardo, che aveva afferrato un remo per surrogare un operaio le cui vesti si erano incendiate, in causa dei tizzoni che continuavano a cadere, balzò in piedi.

Non vi erano da attraversare che duecento metri di fuoco. Al di là di quella volta ardente si vedevano le tenebre.

— Coraggio, amici! — gridò. — Ancora pochi minuti e noi saremo in salvo!

— Ed i boxers? — chiese il missionario. — Non ci aspetteranno oltre questo mare di fuoco?

— Passeremo dinanzi a loro di volata — rispose l’ex bersagliere. — Preparate le armi e non risparmiate le cartucce. La giunca non deve essere lontana!

— Vedo che il fiume si allarga — disse Sheng.

— È segno che la palude è vicina — rispose il signor Muscardo. — Su, un ultimo sforzo e date dentro ai remi!

La scialuppa aveva raddoppiata la corsa per oltrepassare quell’ultimo tratto di bosco fiammeggiante. I quattro operai, l’ex bersagliere e Sheng remavano con furore, l’operaio ferito e padre Giorgio manovravano il remo che serviva di timone.

Il giovane Enrico, invece, scandagliava la profondità del fiume.

Gli ultimi alberi furono finalmente oltrepassati. Subito un buffo d’aria fresca, vivificante, rianimò i remiganti già esausti da quella temperatura infernale.

— Siamo salvi! — gridò il signor Muscardo. — La palude sta dinanzi a noi!

In quel momento alcuni colpi di fucile partirono dalla riva sinistra e delle palle sibilarono sopra le teste dei fuggiaschi.

— Che nessuno risponda — disse l’ex bersagliere. — Le tenebre ci proteggono!

La scialuppa correva fra due file d’isolotti boscosi, i quali proiettavano sul fiume un’ombra così fitta da non poter distinguere i fuggiaschi.

I boxers, furibondi, continuavano a sparare. Anche dall’altra riva partivano colpi di fucile; tuttavia quel fuoco incrociato non era efficace.

Le palle, dirette a casaccio, si perdevano altrove o andavano a troncare i rami degli alberi.

— Se facessimo una scarica, padre? — chiese Enrico, il quale tormentava la sua piccola carabina.

— Non servirebbe altro che ad indicare la nostra rotta — rispose il signor Muscardo. — Lasciamoli sfogarsi a loro piacimento.

La corrente allora rallentava, mentre le due rive si allontanavano. Il fiume aveva terminato il suo corso e si scaricava in un’ampia palude che doveva comunicare col Canale Imperiale.

I banditi, impotenti a continuare l’inseguimento per mancanza di barche, si erano arrestati. Si udivano invece le loro urla e di quando in quando delle scariche.

— Siete giunti troppo tardi, birbanti — disse il signor Muscardo. — Ora comincio a sperare di esserci liberati di voi.

— Non fatevi soverchie illusioni, padrone — disse Sheng. — È il mandarino che li spinge e quell’uomo non ci lascerà tranquilli finché non si sarà vendicato.

— Ah! Come strangolerei volentieri quel gaglioffo! E noi lo abbiamo lasciato andare libero mentre era nostro prigioniero! Mio fratello ha avuto torto a non lasciar che lo appiccassi. Forse non avremmo corso tanti gravi pericoli.

— Lo ritroveremo, padrone, e può darsi che ricada nelle nostre mani.

— O noi nelle sue?

— Ci guardi Iddio, padrone: il mandarino non ci risparmierebbe.

— Lo so; quel furfante è capace di farci subire il taglio dei diecimila pezzi. Vedi la giunca tu?

— L’oscurità è troppo fitta per potere distinguere qualche cosa. Vi ha detto dove si ancorava?

— Fra due isole boscose.

— La cercheremo all’alba.

— Preferirei imbarcarmi questa notte per entrare nel Canale Imperiale senza farci vedere dai boxers.

— Facciamo qualche segnale, padrone.

— In qual modo?

— Scaricando i nostri fucili.

— Proviamo, Sheng, forse il vecchio comprenderà che siamo noi.

Alzò il fucile e lo scaricò due volte, con un intervallo d’un minuto. Le due detonazioni rimbombarono a lungo, perdendosi in lontananza.

Tutti si erano alzati scrutando attentamente le tenebre.

— Vedo un lume! — esclamò Enrico, dopo qualche istante.

— Sì, scorgo un punto rosso — confermò Sheng.

— Che sia stato acceso in qualche capanna o che sia la lanterna della giunca? — chiese il missionario.

— Qui non ho mai veduto alcuna capanna — disse il signor Muscardo.

— Allora è il fanale della giunca — disse Sheng.

— E mi sembra davvero molto alto — disse padre Giorgio. — Deve essere stato issato sull’albero maestro.

— Amici! — gridò l’ex bersagliere. — La salvezza è là! Uno sforzo ancora, poi ci riposeremo fino a domani.

Tutti afferrarono i remi e la scialuppa riprese la corsa, dirigendosi verso quel punto luminoso che spiccava nettamente fra le tenebre.

Venti minuti dopo i fuggiaschi giungevano presso due isolette coperte da alberi altissimi, e che formavano un canale strettissimo e molto tortuoso.

Il fanale brillava precisamente fra quelle piante, ad una notevole altezza sul livello dell’acqua.

— È la giunca — disse il signor Muscardo, che si era spinto a prora.

Guardando attentamente poté discernere una massa confusa, ferma presso un promontorio.

Con le mani fece portavoce, gridando:

— Men-li!

Una voce robusta rispose subito:

— Chi vive?...

— Padre Giorgio e Muscardo!

— Avanzatevi: non v’è alcun pericolo!

Pochi momenti dopo i fuggiaschi giungevano, sani e salvi, presso la giunca del vecchio pescatore.