Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Antonio da San Gallo

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Valerio Vicentino Giulio Romano

ANTONIO DA SAN GALLO

Architetto Fiorentino

Quanto buona opera fa la natura, fra le infinite buone che ella ne fa, quando ella manda uomini al mondo, che universalmente siano nelle fabbriche di alto ingegno e che quelle rendino sicure di fortezza e murate con diligenza, le quali d’ogni tempo a chi nasce faccino vero testimonio de la generosità de’ principi magnanimi, con lo abbellire, onorare e nobilitare i siti, dove elle sono? Con ciò sia cosa che gli scritti, quando sí fatte cose adducono per testimonio, sono piú carichi di verità e di maggiore ornamento pieni. Inoltre elle ci difendono da la furia de gli inimici, danno conforto all’occhio nel vederle, essendo di somma bellezza ornate, e ci fanno infinite comodità, consumandosi dentro a quelle, se non piú, la metade almeno della vita nostra. Sono ancora necessarie per le povere genti, le quali, in quelle lavorando, si guadagnano il viver loro, senza che gli squadratori, gli scarpellini, i muratori et i legnaiuoli operando sotto nome d’un solo, fanno che si dà fama a infiniti. Laonde, concorrendo gli artefici per gara della professione, diventano rari ne gli esercizii e tali eterni per fama, che, come un lucentissimo sole posto sopra la terra, circondano il mondo ornatissimo e pieno di bellezza. Perché la gran madre nostra, del seme de’ suoi genitori con l’opere di loro stessi, fanno diventare di rustica, pulita, e di rozza, leggiadra e colta, e con le virtú di lei medesima infinitamente crescere de grado. Laonde il cielo, che gli intelletti forma nel nascere, veggendo quegli sí belle fabbriche cavarsi della fantasia, gioisce nel vedere esprimere i concetti delle menti divine et i grandissimi intelletti de gli uomini. E nel vero, quando tali ingegni vengono al mondo, e tali e tanti benefici gli fanno, ha grandissimo torto la crudeltà della morte a impedirli il corso della vita. Ancora che non potrà ella però già mai con ogni sua invidia troncare la gloria e la fama di quegli eccellenti, consecrati alla eternità; la onorata memoria de’ quali (mercé degli scrittori) si andrà continuamente perpetuando di lingua in lingua, a dispetto della morte e del tempo; come le stesse fabbriche e scritti del chiarissimo Antonio da San Gallo. Il quale nella architettura fu tanto illustre e mirabile et in ogni sua opera considerato sí, che per le sue fatiche merita non minor fama di qualsivoglia architetto antico o moderno, considerando quanto di valore e di grandissimo animo fosse. Era costui nel discorrere le cose eloquente e saputo, nel risolverle savissimo e presto, et in esequirle molto sollecito. Né mai fu architetto moderno, che tanti uomini tenesse in opra, né che piú risolutamente in esercizio gli facesse operare. Aveva tanta pratica per la moltitudine dell’opere infinite che aveva fatte, et era il giudicio di esso tanto sano e maraviglioso nel conoscere le cose ben misurate, che e’ pareva certo impossibile che ingegno umano sapesse tanto. Tenne continuo gli occhi nelle cose che fece, che non uscissero fuor de’ termini e misure di Vitruvio, e continuamente infin che morí studiò quello, e veramente lo mostrò d’intendere nella maravigliosa fabbrica e nel modello di San Pietro, come a suo luogo diremo.

Fu figliuolo Antonio di Bartolomeo Picconi di Mugello bottaio, il quale, nella sua fanciullezza imparando l’arte del legnaiuolo, si partí di Fiorenza, sentendo che Giuliano da San Gallo suo zio era in faccende a Roma insieme con Anton suo fratello. Per il che da bonissimo animo, volto a le faccende dell’arte dell’architettura, seguitando quegli, prometteva di sé que’ fini che nella età matura cumulatamente veggiamo per tutta l’Italia, in tante cose fatte da lui. Avvenne che Giuliano, per lo impedimento che ebbe di quel suo male di pietra, fu sforzato ritornare a Fiorenza, et Antonio venuto in cognizione di Bramante da Casteldurante architetto, cominciò per esso, che era vecchio e dal parletico impedito le mani, non poteva come prima operare, a porgergli aiuto ne’ disegni che si facevano; dove Antonio tanto nettamente e con pulitezza conduceva, che Bramante trovandogli di parità misuratamente corrispondenti, fu sforzato lasciargli la cura d’infinite fatiche che egli aveva a condurre, dandogli Bramante l’ordine che voleva, e tutte le invenzioni e componimenti che per ogni opra s’avevano a fare. Nelle quali con tanto giudizio e spedizione e diligenza si trovò servito da Antonio, che l’anno MDXII Bramante gli diede la cura del corridore ch’andava a’ fossi di Castel Santo Agnolo, della quale opera cominciò avere una provisione di X scudi il mese. Avvenne che seguí la morte di Giulio II, onde l’opra rimase imperfetta. Ma lo aversi acquistato Antonio già nome di persona ingegnosa nella architettura, e che nelle cose delle muraglie avesse bonissima maniera, fu cagione che Alessandro primo Cardinal Farnese, ora Papa Paulo III, venne in capriccio di far restaurare il suo palazzo vecchio, ch’egli in Campo di Fiore con la sua famiglia abitava.

Della quale opera Antonio, che desiderava venire in grado, fece piú disegni in variate maniere disegnati, fra i quali ve n’era uno accomodato, con due appartamenti, e fu quello che a Sua Santità Reverendissima piacque, avendo egli il Signor Pier Luigi e ’l Signor Ranuccio suoi figliuoli, i quali amando pensò dovergli lasciare di tal fabbrica accommodati. E dato a tale opera principio, ordinatamente ogni anno si fabbricava un tanto. Venne in questo tempo, ch’al Macello de’ Corbi a Roma, vicino alla Colonna Traiana, si fabbricò una chiesa col titolo di Santa Maria da Loretto, la quale da gli ordini di Antonio fu ridotta finita di perfezzione con ornamento bellissimo. Per che, crescendogli quel nome, per lo quale infiniti cercano far fare le cose loro a quegli che di bellezza e di perfezzione le conducono, si destò l’animo a Messer Marchionne Baldassini e, vicino a Santo Agostino, fece condurre col modello e reggimento di Antonio un palazzo, il quale è in tal modo ordinato, che per piccolo che egli sia, è tenuto per quello ch’egli è il piú comodo et il primo allogiamento di Roma, nel quale le scale, il cortile, le logge, le porte et i camini con somma felicità e grazia sono lavorati. Di che rimanendo Messer Marchionne sodisfattissimo, deliberò, poi inanimito, che Perino del Vaga pittor fiorentino vi facesse una sala di colorito e storie et altre figure, i quali ornamenti gli hanno recato grazia e bellezza infinita. Accanto a Torre di Nona ordinò e finí la casa de’ Centelli, la quale è piccola, ma molto comoda. E non passò molto tempo che andò a Gradoli, luogo su lo stato del Reverendissimo Cardinal Farnese, e vi fece fabbricare per quello un bellissimo et utile palazzo. Nella quale andata fece grandissima utilità nel restaurare la rocca di Capo di Monte, con ricinto di mura basse e ben foggiate; e fece allora il disegno della fortezza di Capraruola. Trovandosi Monsignor Reverendissimo Farnese con tanta sodisfazione servito in tante opere di Antonio, fu costretto a volergli bene, e di continuo gli accrebbe amore, e sempre che poté farlo, gli fece favore in ogni sua impresa.

Avvenne che il Cardinale Alborense, per lasciar memoria di sé nella chiesa della sua nazione, fece fabbricare da Antonio, e condurre a fine, in San Iacopo de gli Spagnuoli una cappella di marmi et una sepoltura per esso; la quale cappella fra’ vani di pilastri fu da Pellegrino da Modona tutta dipinta, e su lo altare da Iacopo del Sansovino fatto un San Iacopo di marmo bellissimo; la quale opera di architettura è certamente tenuta lodatissima. Avvenne che Messer Bartolomeo Ferratino, per comodità di sé e beneficio de gli amici, et ancora per lasciare memoria onorata e perpetua, fece fabbricare da Antonio su la piazza d’Amelia un palazzo, il quale è cosa onorevolissima e bella, dove Antonio acquistò fama et utile non mediocre. Era in questo tempo in Roma Antonio di Monte, Cardinale di Santa Prassedia, il quale per le buone qualità sue, avendo animo a far qualche memoria in vita al palazzo dove abitava e che risponde in Agone, dove è la statua di Maestro Pasquino, volse nel mezzo che risponde nella piazza, far fabbricare una torre, la quale, con bellissimo componimento di pilastri e finestre dal primo ordine fino al terzo, con grazia e con disegno gli fu da Antonio ordinata e finita, e per Francesco dell’Indaco lavorata di terretta a figure e storie da la banda di dentro e di fuora.

Aveva contratta seco talmente amicizia il Reverendissimo Cardinale d’Arimino che, mosso da gloria, per lasciare di sé a’ posteri ricordo in Tolentino nella Marca fece per ordine di Antonio fabbricare un palazzo. Onde oltra lo esser Messer Antonio premiato, gli ebbe il cardinale di continuo obligazione. Mentre che queste cose giravano e la fama d’Antonio crescendo si spargeva, avvenne che la vecchiezza di Bramante, et alcuni suoi impedimenti, lo fecero cittadino dell’altro mondo. Per il che per Papa Leone subito furono constituiti tre architetti sopra la fabbrica di San Pietro: Raffaello da Urbino, Giulian da San Gallo zio d’Antonio, e fra’ Giocondo.

E non andò molto che fra’ Giocondo si partí di Roma, e Giuliano, essendo vecchio, ebbe licenza di potere ritornare a Fiorenza. Laonde Antonio, avendo servitú col Reverendissimo Farnese, strettissimamente lo pregò che volesse supplicare a Papa Leone che il luogo di Giuliano suo zio gli concedesse.

La qual cosa fu facilissima a ottenere prima per le virtú di Antonio, ch’erano degne di quel luogo, poi per lo interesso della benivolenza fra il papa e ’l Reverendissimo Farnese.

Cosí in compagnia di Raffaello da Urbino si continuò quella fabbrica assai freddamente.

Avvenne che il papa andò a Civita Vecchia per fortificarla, et in compagnia di esso erano perciò venuti infiniti signori, fra gli altri Giovan Paulo Baglioni e ’l Signor Vitello, similmente, di persone ingegnose, v’erano Pietro Navarra et Antonio Marchisi architetto, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli.

E ragionandosi di fortificare Civita Vecchia, infinite e varie circa ciò furono le opinioni; e chi un disegno e chi un altro facendo, Antonio, fra tanti, ne spiegò loro uno, il quale fu confermato dal papa e da quei signori et architetti, che di fortezza, di guardie e di bellezza fosse di tutti il meglio inteso et il piú facile.

Per il che ne acquistò gran credito appresso la corte. Nacque in questo tempo un disordine di paura nel palazzo Apostolico, per avere Raffaello da Urbino nel far le logge papali compiaciuto a tanti nel fare le stanze di sopra al fondamento, che vi erano restati molti vani con assai grave danno del tutto, per il peso che in su quelli si aveva a reggere, e di già lo edificio minava a terra, per il grandissimo peso che avea sopra. Per il che tutta la corte a furia sgomberando, si dubitava che tal cosa fra breve spazio non ne facesse infiniti capitar male. E certamente lo arebbe fatto, se la virtú di Antonio con puntegli e travate, riempiendo di dentro quelle stanzerelle e rifondando per tutto, non le avesse ridotte ferme e saldissime, come elle furono mai da principio, il che gli accrebbe nome grandissimo.

Aveva la nazion fiorentina in Roma dato ordine, e cominciato in strada Giulia dietro a’ Banchi la chiesa loro, la quale per mano di Iacopo Sansovino fu disegnata. Ma perché nel porla si mise troppo dentro nel fiume, furono sforzati fare una spesa di dodici mila scudi in un fondamento in acqua per quella. Il quale fu poi da Antonio con bellissimo ingegno e con fortezza condotto. La quale via, non potendo esser trovata da Iacopo, si trovò per Antonio, e fu murata sopra acqua parecchi braccia. Et oltre questo ne fece modello, che certo è cosa rara, superba et onorata, se ciò conducevano a fine. Si partí il papa una state di Roma et andò a Monte Fiasconi, et in quel luogo ordinò che Antonio, il quale aveva condotto seco, restaurasse quella rocca, già anticamente edificata da papa Urbano. Et inanzi che si partisse, nell’Isola Visentina nel lago di Bolsena, fece fare due tempietti piccioli, uno de i quali era condotto di fuori a otto facce e dentro tondo, fabbricato con leggiadro ordine, e l’altro era di fuora quadro e dentro in otto facce, e nelle facce de’ cantoni erano quattro nicchie, una per ciascuno, i quali fecero testimonio di quanto egli sapesse usare la varietà ne’ termini delle architetture. E cosí, mentre che questi tempii si fabbricavano, egli tornò in Roma, e diede principio sul canto di Santa Lucia, dove al presente è la nuova Zecca, al palazzo del Vescovo di Cervia, il quale non si finí. Fece ancora quello del Signore Ottavio de’ Cesis, cosa onoratissima. Vicino a Corte Savella fece la chiesa di Santa Maria di Mon[s]errato, la quale è tenuta bellissima. E similmente fece la casa d’un Marrano, posta dietro il palazzo di Cibò, vicino alle case de’ Massimi dall’Orso, cosa non molto grande.

Successe in questo tempo la morte di Leone X, la quale diede la morte a tutte le buone arti et a tutte le virtú, essendosi nel tempo di Giulio e suo, ridotte a perfezzione tutte le architetture, le sculture e le buone pitture, e ritrovati gli stucchi, et ogni difficilissima cosa venuta in bella maniera et in buona facilità con le altre scienze ancora, le quali tutte furono assassinate per la creazione di Papa Adriano VI. E talmente queste virtú furono battute, che se il governo della Sede Apostolica fosse lungo tempo durato nelle sue mani, intraveniva a Roma nel suo pontificato, come al tempo di Gregorio o di altri padri vecchi che attesero solamente allo spirito e pregiarono poco le architetture. Anzi furono inimicissimi alle arti del disegno, se vero è (come molti affermano) che tutte le statue avanzate alle rovine de’ Gotti, sí le buone come le ree, fussino dannate da loro al fuoco, per cose da fare deviare gli uomini da la santa religione. Et aveva già minacciato Adriano (credo per mostrarsi simile a quelli, come se la santità consistesse in imitare i difetti delli uomini da bene, et alcuno n’hanno) di voler gettare per terra la cappella del divino Michele Agnolo, dicendo ch’era una stufa d’ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascive e del mondo, opprobriose e transitorie. Per il che fu cagione che non solo Antonio, ma tutti coloro che avevano ingegno, si fermassero in ogni cosa, talché nel suo tempo non si lavorò quasi nulla alla fabbrica di San Pietro, della quale doveva pur quel papa essere molto piú ardente, poiché delle altre cose mondane si voleva mostrare nimico. Voltossi dunque Antonio ad altre cose, e ristaurò sotto il pontificato suo le navi piccole della chiesa di San Iacopo de gli Spagnuoli, et insieme accomodò la facciata dinanzi con bellissimi lumi. Fece lavorare il tabernacolo della imagine di ponte di trevertino, il quale benché piccolo sia ha però molta grazia, nel quale Perin del Vaga lavorò a fresco una bella operetta.

Erano già le povere virtú per lo viver d’Adriano mal condotte, quando il cielo, mosso a pietà di quelle, deliberò con la morte d’uno farne risuscitar mille; onde lo levò del mondo, e gli fece dar luogo a chi meglio doveva tenere tal grado e con altro animo governar le cose del mondo. Perciò creato Papa Clemente VII, pieno di generosità, seguitando le vestigie di Leone e de gli altri antecessori suoi, si pensò che, avendo nel cardinalato suo fatto belle memorie, dovesse nel papato avanzare tutti gli altri di rinovamenti di fabbriche e di ornamenti. La quale creazione fu di refrigerio a molti virtuosi, et a i timidi et ingegnosi animi, che s’erano avviliti, grandissimo fiato e desideratissima vita. I quali per tal cosa risurgendo, diedero poi quegli onorati segni nell’opere loro, ch’al presente veggiamo. Antonio dunque per commissione di Sua Santità messo in opera, subito rifece un cortile in palazzo dinanzi alle logge, dipinte per ordine di Raffaello; il quale fu di grandissima utilità, andandosi prima per certe vie torte strane e strette, dove allargando Antonio diede ornamento, ordine e grandezza a quel luogo. Fece in Banchi la facciata della Zecca vecchia di Roma, di bellissimo garbo in quello angulo girato in tondo, che è tenuto cosa difficile e miracolosa, et in quella mise l’arme del papa. Rifondò il resto delle logge papali, le quali per la morte di Leone non s’erano finite, e per la poca cura d’Adriano non s’erano continuate né tocche. Ora Clemente per mezzo di Antonio le fece condurre a ultimo fine.

Avvenne che Sua Santità, come ingegnosa, desiderava che si fortificassero Piacenza e Parma, e per esse infiniti disegni e molti modelli si fecero; i quali deliberato il papa mandare in quei luoghi, uní insieme Giulian Leno et Antonio, il quale menò seco a Piacenza lo Abbaco suo creato, e Pier Francesco da Viterbo ingegnere valentissimo, e Michele da San Michele veronese architetto, il quale in Monte Fiascone alla Madonna dava disegni. Et a Parma et a Piacenza arrivati, tutti insieme condussero a perfezzione i disegni di quella fortificazione. Il che fatto, si partí Antonio solo per Roma e fece la via di Fiorenza, per vedere gli amici suoi. La qual passata fu l’anno MDXXVI. E ciò fu cagione che, nel passare per le strade, come è usanza di chi ritorna alla patria, Antonio vide una giovane de’ Deti di bellissimo aspetto, e molto per la venustà e per la grazia sua di quella s’accese. Onde, domandando de lo essere di colei e de’ parenti ancora, pensò non poter conseguire l’intenzion sua, se per moglie non gliene concedevano, non avendo egli risguardo a la età, né a la condizion bassa di se medesimo, né considerando la servitú, né il disordine in che metteva la casa sua, e molto piú se stesso, che piú importava e che molto piú doveva stimare. Conferí ciò con i parenti suoi, che ne lo sconfortarono molto, essendo disconvenevole in ogni parte per esso, il quale doveva fuggir quello, che con suo danno e mal grado del proprio fratello cercava d’avere. Ma lo amore, che lo teneva morto, e ’l dispetto e la gara lo fecero dare in preda allo appetito, onde conseguí l’intento suo. Era naturalmente Antonio contra i suoi prossimi ostinato e crudele; il quale empio costume fu cagione che il padre di esso non molto inanzi, con animo disperato, continuamente visse per lui, e veggendosi nella vecchiezza abbandonato dal proprio figliuolo, piú di questo che d’altro s’era morto.

Era questa sua donna tanto altiera e superba, che non come moglie di uno architetto, ma a guisa di splendidissima signora faceva disordini e spese tali, che i guadagni, che per lui furono grandissimi, erano nulla alla pompa et alla superbia di lei. Che oltra lo essere stata cagione che la suocera si uscisse di casa e morisse in miseria, non potette ancora guardar mai con occhio diritto alcuno de’ parenti del marito, e solo attese ad alzare i suoi, e tutti gli altri ficcar sotto terra. Né per questo restò Batista fratello di lui, come persona di ingegno ben dotato dalla natura et ornato straordinariamente di buoni costumi, di servirlo et onorarlo sempre mai e con ogni sollecitudine in tutto ciò che gli fu possibile, ma tutto invano perché mai non gli fu mostrato da quello un segno pure di amorevolezza, in vita o in morte.

Era assai poca comodità di stanze in palazzo, per il che Papa Clemente ordinò che Antonio sopra la Ferraria cominciasse quelle dove si fanno i concistori publici, le quali da Clemente furono lodate. Fece farvi poi sopra le stanze de’ camerieri di Sua Santità, et ancora fece sopra il tetto di queste stanze, la quale opra fu pericolosa molto con tanto rifondare. E nel vero in questo Antonio valse molto, atteso che le fabbriche di lui mai non mostrarono un pelo, né fu mai de’ moderni architetto piú securo né piú accorto in congiungere mura. Andò poco dopo questo per ordine del papa a Santa Maria de Loreto, et ordinò che si coprisse di piombo i tetti, e quella, che ruinava, rifondò, dandole miglior forma e miglior grazia che ella non aveva prima. Avvenne che la fuga del sacco di Roma fece ritirare il papa nella sua partita in Orvieto, dove la corte infinitamente pativa disagio d’acqua. Talché venne pensiero al papa di fare murare di pietra un pozzo in quella città, con larghezza di XXV braccia e due scale intagliate nel tufo, l’una sopra l’altra a chiocciola, secondo che ’l pozzo girava, e che si scendesse sino in su ’l fondo per due scale a lumaca doppie in questa maniera: che le bestie andavano per l’acqua, entrando per una porta, calassino sino in fondo, per la lumaca deputata solamente a lo scendere, et arrivate su ’l ponte dove si carica l’acqua, senza ritornare in dietro, passassino a l’altro ramo della lumaca, che si aggira sopra quello della scesa, e se ne venissino suso e, per una altra porta diversa e contraria alla prima, riuscissino fuori de ’l pozzo. Cosa ingegnosa di capriccio e maravigliosa di bellezza, la quale fu condotta quasi al fine inanzi che Clemente morisse. Da poi Papa Paulo fece finire la bocca di esso pozzo, ma non come aveva ordinato Clemente. È certo che gli antichi non fecero mai edifizio pari a questo, né d’industria né d’artificio, essendo in quello il tondo del mezzo, che sino in fondo dà lume per certe finestre a quelle due scale, che girando salgono e scendono sino in su ’l fondo. Mentre si faceva questa opera, si condusse Antonio in Ancona, et ordinò la fortezza in quella città, la quale continuando a fine si condusse. Deliberò Papa Clemente nel tempo del Duca Alessandro suo nipote che in Fiorenza si facesse la fortezza, per la quale il Signore Alessandro Vitello con Pierfrancesco da Viterbo, mise le corde a la porta a Faenza, e per ordine di Antonio si condusse con tanta prestezza, che mai nessuna fabbrica antica o moderna fu condotta sí tosto al termine. Fondovvisi da principio un torrione chiamato il Toso, dove furono messi epigrammi e medaglie infinite, con cerimonia e pompa solenne. La quale opera è celebrata oggi per tutto il mondo, et in quella città è tenuta inespugnabile.

Fu con suo ordine inanzi a questo condotto a Loreto il Tribolo scultore, Raffaello da Monte Lupo e Francesco da San Gallo giovane, i quali finirono le storie di marmo cominciate per Andrea Sansovino, le quali lavorarono con diligenza. Era allora in Arezzo il Mosca Fiorentino intagliator di marmi raro et unico al mondo, per gli intagli di che sorte si sia, il quale faceva un camino di pietra a gli eredi di Pellegrino da Fossombrone, che riuscí opera divinissima per intaglio. Costui a’ preghi d’Antonio si condusse a Loreto, et in quei luoghi fece festoni, che sono divinissimi. Per il che con solecitudine et amore tal fabbrica e tutto lo ornamento restò a quella camera di Nostra Donna finito. Aveva Antonio in questo tempo alle mani cinque opere grosse, alle quali, benché fossero in diversi luoghi situate lontane l’una da l’altra, a tutte suppliva, né mai mancò da fare a nessuna prima per lo provido ingegno di lui e poi per l’aiuto portogli da Batista suo fratello. Erano queste cinque opere la fortezza di Fiorenza, quella di Ancona, l’opera del Loreto, il palazzo Apostolico et il pozzo d’Orvieto, che di sopra dicemmo. Successe in questo tempo la morte di Clemente e la creazione di Papa Paulo III Farnese, già nel suo cardinalato amicissimo, il quale lo fece divenire in maggior credito et in piú favore. Perché, avendo Sua Santità fatto il Signor Pier Luigi suo figliuolo Duca di Castro, mandò Antonio in quella città, che vi fece il disegno della fortezza, la quale fu poi da quel duca fatta fondare da Antonio, e similmente la fabbrica del suo palazzo, ch’in su la piazza è murato, nominato l’Osteria. In quel luogo su la medesima piazza fece la Zecca di trevertino, a similitudine di quella di Roma, e molti altri palazzi a piú persone, cosí terrazzane, come foristiere, con spese grossissime et incredibili a chi non l’ha vedute, senza rispiarmo alcuno, tutti di bellezza ornati, e parimente di comodità agiatissimi. Avvenne che l’anno che tornò Carlo V Imperadore vittorioso da Tunizi, avendo egli in Messina, in Puglia et in Napoli, onoratissimi archi del trionfo della vittoria sua, e venendo Sua Maestà a Roma, fu data commissione ad Antonio ch’al palazzo di S. Marco facesse di legname uno arco trionfale, il quale egli ordinò in sotto squadra, acciò che potesse servire a due strade, del quale non s’è veduto mai in tal genere il piú superbo né il piú proporzionato. E nel vero, se in tale opera fosse stata la superbia e la spesa de’ marmi, come vi fu la diligenza del condurlo, con la sottilità e lo studio dell’arte in legname, meritamente si avrebbe potuto numerare fra le sette moli del mondo. Et oltra questo, ordinò tutta la festa che si fece, per la riceuta di sí alto imperadore, la quale festa fu cagione che Siena, Lucca e poi Fiorenza le tante nuove ornate e variate opere facessero. Seguitò poi per il Duca di Castro la fortezza di Nepi, con tutta la fortificazione, che per detta città si vede inespugnabile e bella; et inoltre tutti i disegni privati a’ cittadini di quel luogo, dove ancora dirizzò molte strade. Fu parere di Sua Santità che si facessero i bastioni di Roma, ordinati (come si vede) inespugnabilissimi. Ne’ quali venendo compresa la porta di Santo Spirito, ve la fece egli ma con ornamento rustico di trevertini, in maniera molto soda e molto rara, e con tante magnificenzie che ella pareggia le cose antiche. La quale opera, dopo la morte di lui, fu chi cercò con vie straordinarie far ruinare, mosso piú per invidia della gloria sua che per ragione, s’e’ fosse stato lasciato fare da chi poteva. Ma chi poteva non volse. Fu di suo ordine il rifondare quasi tutto il palazzo Apostolico, il quale minacciava ruina, et in un fianco, la cappella di Papa Sisto, dove sono l’opere di Michele Agnolo, e similmente la facciata dinanzi, senza che mettesse un minimo pelo, cosa piú di pericolo che d’onore. Accrebbe la sala grande della cappella di Sisto et a quella in due lunette in testa fece quelle finestrone terribili, con sí maraviglioso lume e partimenti buttati nella volta, i quali si fecero di stucco, la quale opera si può mettere per la piú bella e per la piú ricca sala di tutto il mondo. Et in su quella accompagnò, per ire in San Pietro, scale mirabili di dolcezza a salire, che fra gli antichi e moderni non si è visto ancor meglio; e la cappella Paulina, dove si ha da mettere il Sacramento, cosa vezzosissima e tanto bella e sí bene misurata e partita, che per la grazia che vi si vede pare che ridendo e festeggiando ti s’appresenti. Fece la fortezza di Perugia, nella discordia che fu tra loro e ’l papa, dove le case de’ Baglioni andorono per terra, la quale con prestezza maravigliosa non solamente rese finita, ma bella. Fece ancora la fortezza in Ascoli, e quella in pochi giorni condusse a termine, che ella si poteva guardare. Il che gli Ascolani e gli altri non pensarono già mai che si potesse fare in molti anni. Per il che nel metterci sí tosto la guardia, quei popoli si stupirono e quasi non lo credevano. Rifondò ancora per le piene, quando il Tevere ingrossa in Roma, la casa sua in strada Giulia, e diede principio et a buon termine condusse il palazzo ch’egli abitava, vicino a San Biagio, cosa onoratissima e degna d’ogni principe, nel quale spese qualche migliaia di scudi.

Ma tutto quello che fece di giovamento e d’utilità al mondo è nulla a paragone del modello della venerandissima e stupendissima fabbrica di San Pietro, la quale fu ordinata da Bramante, et egli con ordine nuovo e modo straordinario di leggiadria e di proporzionata composizione e di decoro e distribuzione de’ suoi luoghi, con bellissimi corpi in piú parti di quella situati e fermi, nuovamente ha riordinata e per mano d’Antonio d’Abaco suo creato, fattone fare di legname tutto il modello interamente finito, dove si ha guadagnato nome grandissimo. Ringrossò i pilastri di San Piero acciò il peso della tribuna di quello dovesse aver fede, dove potesse posare le forze sue et inoltre i fondamenti per tutto sparsi pieni di soda materia e di fortezza corrispondenti, i quali saranno cagione che quella fabbrica non farà piú peli, né minaccerà ruina, come fece a Bramante. Il quale magisterio se fosse sopra la terra, come è nascosto sotto, farebbe sbigottire ogni terribile ingegno. Per il che la lode e la fama di questo mirabile artefice debbono tenere luogo di considerazione fra gli intelletti begli e fra i chiari ingegni, i quali sapranno grado alle sue fatiche, per tante belle vie e tanti modi di facilità cercò ornare l’arte sua in questo secolo.

Trovasi che sino al tempo degli antichi Romani sono stati e sono di continuo gli uomini di Terni e quegli di Rieti inimicissimi, per la differenzia che ’l lago delle Marmora alcuna volta tenendo in collo faceva violenzia a una delle parti, onde quei di Rieti lo volevano aprire et i Ternani non volevano a ciò consentire. Per il che di continuo et in ogni tempo, o di imperatore o di pontefice che s’abbia governato Roma, hanno mostro segno di dolersi. E fino al tempo di Marco Tullio Cicerone fu mandato dal Senato a decidere tal differenza, la quale per gli dubbi ebbe difficultà e non fu mai risoluta. E per questo ancora l’anno MDXLVI furono mandati ambasciatori a Papa Paulo, et egli mandò Antonio che risolvesse tal cosa, onde per suo giudicio si risolse che questo lago da una banda, dove è il muro, sboccasse; e lo fece Antonio con grandissima difficultà tagliare. Quivi per il caldo del sole, essendo pur vecchio e cagionevole, si ammalò di febbre in Terni, e non andò molto che rese l’anima al cielo. De la qual cosa infinito dolore sentirono i prossimi e gli amici suoi, et universalmente tutte le fabbriche, le quali per il vero ne hanno patito. Come il palazzo di Farnese, vicino a Campo di Fiore dove, essendo state poi rifatte le scale et alcuni palchi fuori del primo disegno, non parrà mai unito il tutto, né di una medesima mano. Similmente San Pietro et altre muraglie se ne debbon dolere. Morto fu condotto in Roma e con pompa grandissima portato a la sepoltura, accompagnandolo tutti gli artefici di disegno, et altri infiniti amici di lui. Fu da i soprastanti di San Pietro fatto mettere il corpo suo in un deposito, vicino alla cappella di Papa Sisto in San Pietro; e gli hanno fatto porre lo infrascritto epitaffio:
ANTONIO SANCTI GALLI FLORENTINO VRBE MVNIENDA AC PVBLICIS OPERIBVS PRAECIPVEQVE DIVI PETRI TEMPLO ORNANDO ARCHITECTORVM FACILE PRINCIPI DVM VELINI LACVS EMISSIONEM PARAT PAVLO III PONTIFICE MAXIMO AVTORE INTER AMNAE INTEMPESTIVE EXTINCTO ISABELLA DETA VXOR
MOESTISSIMA POSVIT MDXLVI III CALENDIS OCTOBRIS.