Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Antonio e Piero Pollaiuoli

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Sandro Botticello Benedetto da Maiano

ANTONIO E PIERO POLLAIUOLI

Pittori e Scultori Fiorentini

Molti di animo vile cominciano cose basse, a’ quali crescendo poi l’animo con la virtú, cresce ancora la forza et il valore. Di maniera che, salendo a maggiori imprese, aggiungono vicino al cielo co’ bellissimi pensier loro. Et inalzati dalla fortuna, si abbattono bene spesso in un principe buono e santo che aggiusta fede sí salda alle loro parole, che fidatosi di essi e trovandosene ben servito ne’ suoi disegni, è forzato remunerare in modo le lor fatiche, che i posteri di quegli sino in quinta generazione ne sentino largamente ed utile e comodo. Laonde questi tali caminano in questa vita con tanta gloria a la fine loro, che di sé lasciano segni al mondo di maraviglia; come fecero Antonio e Piero del Pollaiolo, molto stimati ne’ tempi loro per quelle rare virtú che e’ si avevano guadagnate co’ loro sudori. Nacquero costoro nella città di Fiorenza, pochi anni l’uno dopo l’altro, di padre assai basso e non molto agiato, il quale conoscendo per molti segni il buono et acuto ingegno de’ suoi figliuoli, non avendo il modo a indirizzargli a le lettere, pose Antonio alla arte dello orefice con Bartoluccio Ghiberti, maestro allora molto eccellente in tale esercizio, e Piero misse al pittore con Andrea del Castagno, che era il meglio allora di Fiorenza. Antonio dunque tirato innanzi da Bartoluccio, oltra il legare le gioie e lavorare a fuoco smalti d’argento, era tenuto il piú valente che maneggiasse ferri in quella arte. Laonde Lorenzo Ghiberti, che allora lavorava le porte di San Giovanni, dato di occhio alla maniera d’Antonio, lo tirò al lavoro suo in compagnia di molti altri giovani. E postolo intorno ad uno di que’ festoni che allora aveva tra mano, Antonio vi fece su una quaglia che dura ancora, tanto bella e tanto perfetta, che non le manca se non il volo. Non consumò dunque Antonio molte settimane in questo esercizio, che e’ fu conosciuto per il meglio di tutti que’ che vi lavoravano, di disegno e di pazienzia, e per il piú ingegnoso e piú diligente che vi fusse. Laonde, crescendo la virtú e la fama sua, si partí da Bartoluccio e da Lorenzo, et in Mercato Nuovo in quella città aperse da sé una bottega di orefice, magnifica et onorata. E molti anni seguitò l’arte, disegnando continovamente e faccendo di rilievo cere et altre fantasie, che in brieve tempo lo fecero tenere (come egli era) il principale di quello esercizio.

Era in questo tempo medesimo un altro orefice chiamato Maso Finiguerra, il quale ebbe nome strasordinario e meritamente, che per lavorare di bulino e fare di niello, non si era veduto mai chi in piccoli o grandi spazii facesse tanto numero di figure quante ne faceva egli; sí come lo dimostrano ancora certe paci lavorate da lui in San Giovanni di Fiorenza, con istorie minutissime de la Passione di Cristo. A concorrenza di costui fece Antonio alcune istorie, dove lo paragonò nella diligenzia e superollo nel disegno. Per la qual cosa i Consoli della Arte de’ Mercatanti, vedendo la eccellenzia di Antonio, deliberarono tra loro che avendosi a fare di argento alcune istorie nello altare di San Giovanni, sí come da varii maestri in diversi tempi sempre era stato usanza di fare, che Antonio egli ancora ne lavorasse. E cosí fu fatto. E riuscirono queste sue cose tanto eccellenti, che elle si conoscono fra tutte l’altre per le migliori. Per il che gli allogarono i detti Consoli i candellieri de l’argento, di braccia III l’uno, e la croce a proporzione, dove egli lavorò tanta roba d’intaglio e la condusse a tanta perfezzione, che e da’ forestieri e da’ terrazzani sempre è stata tenuta cosa maravigliosa. Durò in questo mestiero infinite fatiche, sí ne’ lavori che e’ fece d’oro, come in quelli di smalto e di argento. Le quali cose in gran parte, per i bisogni della città nel tempo della guerra, sono state dal fuoco destrutte e guaste. Laonde, conoscendo egli che quella arte non dava molta vita alle fatiche de’ suoi artefici, si risolvé per desiderio di piú lunga memoria, non attendere piú ad essa. E cosí avendo egli Piero suo fratello che attendeva alla pittura, si accostò a quello, per imparare i modi del maneggiare et adoperare i colori. Parendoli pure una arte tanto differente da l’orefice, che se egli non avesse cosí prestamente resoluto di abbandonare quella prima in tutto, e’ sarebbe forse stata ora che e’ non arebbe voluto esservisi voltato. Per la qual cosa spronato dalla vergogna piú che dallo utile, appresa in non molti mesi la pratica del colorire, diventò maestro eccellente. Et unitosi in tutto con Piero lavorarono in compagnia di molte pitture. Fra le quali per dilettarsi molto del colorito, fecero al Cardinale di Portogallo una tavola ad olio in San Miniato al Monte, fuori di Fiorenza, la quale fu posta su lo altare della sua cappella, e vi dipinsero dentro San Iacopo Apostolo, Santo Eustachio e San Vincenzio, che sono stati molto lodati. Dipinsero ancora in San Michele in Orto, in uno pilastro in tela ad olio, uno Angelo Raffaello con Tobia; e fecero nella Mercatanzia di Fiorenza alcune Virtú, in quello stesso luogo dove siede, pro tribunali, il magistrato di quella. Nel Proconsolo fece il Poggio di naturale et un’altra figura, e nella cappella de’ Pucci a San Sebastiano da’ Servi, fece la tavola dello altare che è cosa eccellente e rara, dove sono cavalli mirabili, ignudi e figure bellissime in iscorto, et il San Sebastiano stesso ritratto dal vivo, ciò è da Gino di Lodovico Capponi, e fu questa opera la piú lodata che Antonio facesse già mai. Con ciò sia che per andare egli imitando la natura il piú che e’ poteva, pose in uno di que’ saettatori, che appoggiatasi la balestra al petto si china a terra per caricarla, tutta quella forza che può porre uno forte di braccia in caricare quello instrumento; imperò che e’ si conosce in lui il gonfiare delle vene e de’ muscoli et il ritenere del fiato, per fare piú forza. E non è questo solo ad essere condotto con advertenzia, ché tutti gli altri ancora, con le diverse attitudini, assai chiaramente dimostrano lo ingegno e la considerazione che egli aveva posto in questa opera, la quale fu certamente conosciuta da Antonio Pucci, che gli donò per questo CCC scudi, affermando che non gli pagava appena i colori. Crebbeli dunche da questo l’animo, et a San Miniato fra le torri fuor della porta dipinse un San Cristofano di X braccia, cosa molto bella e modernamente lavorata. Poi fece in tela un Crocifisso con Santo Antonino, il quale è posto alla sua cappella in S. Marco. In palazzo della Signoria di Fiorenza lavorò alla porta della catena un San Giovanni Batista; et in casa Medici dipinse a Lorenzo Vecchio tre Ercoli in tre quadri, che sono di cinque braccia, l’uno de’ quali scoppia Anteo, figura bellissima, nella quale sí propriamente si vede la forza di Ercole nello strignere, che i muscoli della figura et i nervi di quella sono tutti raccolti per fare crepare Anteo. E nella testa di esso Ercole si conosce il digrignare de’ denti, accordato in maniera con l’altre parti, che fino a le dita de’ piedi s’alzano per la forza. Né usò punto minore advertenzia in Anteo, che stretto da le braccia d’Ercole, si vede mancare e perdere ogni vigore, et a bocca aperta rendere lo spirito. L’altro, ammazzando il leone, gli appunta il ginocchio sinistro al petto et afferrata la bocca del leone con ammendue le sue mani, serrando i denti e stendendo le braccia, lo apre e sbarra per viva forza, ancora che la fiera per sua difesa, con gli unghioni malamente gli graffi le braccia. Il terzo, che amazza l’Idra, è veramente cosa maravigliosa, e massimamente il serpente, il colorito del quale cosí vivo fece e sí propriamente, che piú vivo far non si può. Quivi si vede il veleno, il fuoco, la ferocità, l’ira, con tanta prontezza che merita esser celebrato e da’ buoni artefici in ciò grandemente imitato.

Alla Compagnia di Santo Angelo in Arezzo fece in sul drappo a olio un San Michele che combatte col serpe, tanto bello quanto cosa che di sua mano si possa vedere; perché v’è la figura del San Michele che con una bravura affronta il serpente, stringendo i denti et increspando le ciglia, che veramente pare disceso da ’l cielo per fare la vendetta di Dio contra la superbia di Lucifero, et è certo cosa maravigliosa. Da l’altra banda vi fece un Crocifisso. Egli s’intese de gli ignudi piú modernamente che fatto non avevano gli altri maestri inanzi a lui, e scorticò molti uomini per vedere la notomia lor sotto. E fu primo a mostrare il modo di cercare i muscoli che avessero forma et ordine nelle figure; e di quegli tutti cinti d’una catena intagliò in rame una battaglia, e fece altre stampe di sua mano con migliore intaglio che non avevano fatto gli altri. Per il che nella morte di Sisto IIII fu da Papa Innocenzio condotto a Roma, e fece di metallo la sepoltura di questo pontefice, e similmente la sepoltura di Papa Sisto suo antecessore nella sua cappella medesima in San Pietro, isolata intorno e tutta di bronzo, la quale fu cagione ch’egli nello impacciarsi coi grandi, riconosciuto della virtú sua e di continuo piú inalzandosi, ricchissimo divenne. Bene è vero che, non molto dopo il fine di detta opera, l’uno dopo l’altro in poco tempo se ne morirono nel MCCCCIIC. Lasciarono molte facultà, e da’ parenti in S. Pietro in Vincula in Roma furono sepolti, et in memoria loro, allato alla porta di mezzo a man sinistra entrando in chiesa, in duoi tondi di marmo sono i ritratti loro con questo epitaffio:
ANTONIVS PVLLARIVS, PATRIA FLORENTINVS, PICTOR INSIGNIS
QVI DVORVM PONTIFICVM XISTI ET INNOCENTII
AEREA MONIMENTA MIRO OPIFICIO
EXPRESSIT. RE FAMILIARI COMPOSITA EX
TESTAMENTO HIC SE CVM PETRO FRATRE CONDI VOLVIT.
VIXIT ANNOS LXXII.
OBIIT ANNO SALVTIS MIID.

E non è mancato di poi chi con questo altro lo abbia onorato:
ANTONIO POLLAIOLO

Aere magis solers, liquidi sve coloribus alter
Non fuit heroas ponere sive deos.
Argento aut auro nunquam prestantius alter
Divina potuit fingere signa manu
Thusca igitur tellus magis hoc se iactet alumno,
Graecia quam quondam Parrhasio aut Phidia.

Et aveva Antonio quando morí anni LXXII e Pietro anni LXV. Lasciò molti discepoli, e fra gli altri Andrea Sansovino. Ebbe nel tempo suo felicissima vita, trovando pontefici ricchi e la sua città in colmo, che si dilettava di virtú; perché molto fu stimato, e forse avendo avuto contrari i tempi non avrebbe fatto que’ frutti che e’ fece, essendo inimici molto i travagli alle scienze, delle quali gli uomini fanno professione e prendono diletto. E per questo in tal quiete furono fatte condurre con suoi disegni in San Giovanni di Fiorenza due tonicelle et una pianeta e piviale di broccato, riccio sopra riccio, tessuti tutti d’un pezzo, senza alcuna cucitura; e per fregi et ornamenti di quelle, furono ricamate le storie della vita di San Giovanni, con sottilissimo magisterio et arte di Paulo da Verona, divino in quella professione sopra ogni altro ingegno rarissimo. Dal quale non sono condotte manco bene le figure con l’ago, che se le dipignesse Antonio col pennello. Di che si debbe avere obligo non mediocre alla virtú dell’uno nel disegno, et alla pazienza dell’altro nel ricamare. Durò a condursi questa opera anni XXVI.