Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Benedetto da Maiano

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Antonio e Piero Pollaiuoli Andrea Mantegna

BENEDETTO DA MAIANO

Scultore

Gran dote riceve dal cielo colui che oltra la grandezza della natura, nelle azzioni della virtú et in ogni cosa si mette considerato, animoso e prudente; onde perciò ne li viene maggioranza sopra tutti gli artefici, et oltre a questo utilità perpetua. Ma coloro che mossi dal genio loro imparano una scienza, et in quella si conducono perfetti, e condotti e guadagnato il nome, inanimiti per la gloria, salgono poi da una imperfetta a una perfetta, da una mortale a una eterna; questo certamente è gran lume, in tal vita conoscere, della fama che i mortali si lasciano la piú immortale; e quelle operando far di sé vita eterna nelle cose del mondo; come certamente conobbe e fece il non meno prudente che virtuoso Benedetto da Maiano scultor fiorentino. Il quale nella sua fanciullezza messo allo intagliator di legnami, quegli intagliò tanto egregiamente, che meritò lode del piú bello ingegno che in quel tempo tenesse di quello essercizio ferri in mano. Avvenne che per li modi di Paolo Uccello e di Filippo Brunelleschi, s’era dato in Fiorenza fortemente opera alle cose di legno commesse in prospettiva, con quei legnami tinti di bianchi e neri, e di quei di legno di silio bianchi commessi nel noce e ripieni di segatura di noce e di colla profilati, de i quali Benedetto da Maiano fu il piú eccellente maestro che di tal professione si vedesse nel suo tempo: come ne fanno fede per le case di molti cittadini in Fiorenza opere di suo, e particularmente tutti gli armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore. Perché venuto per la novità di tale arte in grandissimo nome, fece diversi lavori di legnami di cassoni et altre opere mandate a’ principi Italiani e forestieri ancora. Viveva allora Mattia Corvino Re d’Ungheria, il quale avendo nella sua corte Fiorentini che lavoravano opere, essi infinitamente gli lodarono le cose di Benedetto e l’ingegno di lui. Per il che volle saggio dell’opera sua, e piacciutogli, fu mandato per esso. Onde egli gli fece un paio di casse con difficilissimo magisterio e con fatica incredibile di commessi di legni. Et ordinato da quel re che l’opere et esso in Ungheria andasse, l’opere armate di legni e fasciate in acqua messe per nave insieme con lui arrivarono in Ungheria. Perché egli primieramente al re fatto riverenza fu raccolto, e quegli onori reali che fu possibile a persona vertuosa e di fama, gli furono fatti. Appresso fatto venire l’opera, il re si volse trovare a vederla sballare per la volontà e desiderio, e con trombe et altri suoni ne fece far molta festa. Laonde cominciato a scassar le casse et isdruscire gli incerati, vide Benedetto che l’umidità dell’acqua e ’l mucido del mare aveva tutta fatta intenerire la colla, e nello aprir gli incerati quasi tutti i pezzi che erano alle casse appiccati caddero in terra; onde Benedetto ammutolito, l’uno e l’altro, per il concorso di tanti signori e per la fama di quelle, restarono ucellati. Rimesse nientedimeno Benedetto il suo lavoro insieme il meglio che e’ potette, et in maniera pure che il re ne fu satisfatto; ma non egli, che recatosi a noia quel mestiero, non lo poteva piú patire, per la vergogna che e’ ne aveva ricevuto. E cosí per disperazione rinegato tale arte, si mise in animo non volerla piú fare. Et alzato l’animo, vinta la timidità, prese la scultura per arte. E non partí d’Ungheria, ch’e’ fece conoscere a quel re che la colpa era dello essercizio ch’era basso, e non dello ingegno suo ch’era alto e pellegrino. Diedesi dunque a operare, e fece modelli di terra et alcune cose di marmo; et a Fiorenza per lo desiderio d’oprare in ciò ritornato, fece e di terra e di legno molte opre.

Avvenne che la Signoria di Fiorenza volse far fare la porta doppia di marmo della Udienza loro nel palazzo, e la allogarono a Benedetto; dove oltra l’ornamento ch’è molto bello, et alcuni fanciulli che festoni reggono bellissimi, et una figura tonda di due braccia e mezzo d’un San Giovanni giovanetto, la quale è tenuta di dolcezza e di bellezza singulare, nella sala di dentro alla Udienza è una Giustizia a sedere di marmo sopra l’arco di essa, ch’è molto lodevole. Et a questa opra fece di sua mano ancora la porta di que’ legni commessi, dove fece per ciascuna parte della porta una figura, Dante Allghieri e Messer Francesco Petrarca. Fece in Santa Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la cappella, una sepoltura di marmo nero, et un tondo con la Nostra Donna e certi angeli di marmo per Filippo Strozzi Vecchio, la quale è con somma diligenza lavorata. Volse fare il Magnifico Lorenzo Vecchio in Santa Maria del Fiore la memoria del ritratto di Giotto pittore fiorentino, e l’allogò a Benedetto, il quale sopra quello epitaffio fece di marmo la figura che dipigne, la quale è molto lodevole. Aveva lavorato molte cose a Napoli Giuliano suo zio, per il Re Alfonso insieme con esso, e per essere egli morto a’ servigi di quello, gli convenne per la eredità e robe sue trasferirsi a Napoli; onde prese a fare opere a quel re, et inoltre fece al Conte di Terra Nuova una tavola di marmo nel monistero de’ monaci di Monte Oliveto, dentrovi una Nunziata con certi santi e fanciulli intorno bellissimi, che reggono alcuni festoni; e molti bassi rilievi lavorò nella predella di detta opera.

Chiamato a Faenza, lavorò nel duomo di quella una bellissima sepoltura di marmo, per il corpo di San Savino; nella quale fece di basso rilievo sei istorie de la vita di quel santo, con grandissima diligenzia et arte e disegno, e ne’ casamenti e nelle figure. Di maniera che per questa e per l’altre opere sue fu conosciuto per uomo eccellente e di grande ingegno. A Fiorenza tornato, fece a Pietro Mellini in Santa Croce il pergamo di marmo, cosa rarissima e tenuta bella sopra ogni altra di quel grado, per vedersi lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bontà e diligenza, che di marmo non si potrebbe desiderar meglio. Avendo egli con artificio di buona maniera intagliato alberi, sassi, casamenti, prospettive et alcune cose maravigliosamente spiccate; et inoltre in terra un ribattimento di detto pergamo per la lor sepoltura con tanto disegno, che impossibile è lodarlo tanto che basti. Dicesi che egli ebbe difficultà con gli operai di Santa Croce, perché sendo appoggiato detto pergamo a una colonna che regge gli archi, i quali sostengono il tetto dello edificio, volendola forare per fare la scala per salire a predicare, non volevano consentire, perché dubbitavano d’indebolirla col vacuo della salita, e che il detto peso non la sforzasse sí, che ruinasse il tempio. Per il che diede loro securtà che finirebbe l’opra senza alcun danno della chiesa. Onde sprangò di fascie di bronzo di fuori la colonna, che è ricoperta dal pergamo in giú di pietra forte; e la scala di dentro per salirvi, tanto quanto egli bucò per farla di fuora, ingrossò detto lavoro di quella pietra. E quello con stupore di chi lo vede al presente, a perfezzione ridusse mostrando nella piccolezza delle figure di detta opra, la bontà e la vivezza che i rari mostrano nelle grandi. Dicesi che Filippo Strozzi Vecchio, volendo fare il palazzo suo, ne prese parere con Benedetto, e che egli ne fece un modello in su ’l quale si cominciò lo edifizio, che fu poi finito dal Cronaca per la morte di esso Benedetto. Il quale avendosi acquistato modo di vivere, poche altre opere volse far poi; né piú lavorò di marmo, ma finí in Santa Trinita una Santa Maria Maddalena, cominciata da Desiderio da Settignano, e fece ancora il Crocifisso che è sopra lo altare di Santa Maria del Fiore, et alcuno altro per la città; e condottosi ad anni LIIII venne a morte l’anno MCCCCIIC e con esequie onorate fu sepellito nella chiesa di San Lorenzo.