Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Mariotto Albertinelli

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Fra' Bartolomeo di San Marco Rafelin del Garbo

MARIOTTO ALBERTINELLI

Pittor Fiorentino

Di grandissima possanza è un commerzio nell’amicizia che piaccia, et i costumi et una maniera che stringa, a osservare per la dilettazione non solo i gesti nelle azzioni, ma i caratteri, i lineamenti e l’arie nelle figure. E certamente si vede gli stili che le persone seguono essere quegli che piú ci entrano nel core, sforzandoci del continuo contrafar quegli sí bene, che si giudica spesso spesso la medesima mano: dove i giudicii de gli artefici possono appena conoscere la vera da la imitata; come si può vedere nell’opre dipinte da Mariotto Albertinelli pittore, il quale fu nella domestichezza tanto unito con Baccio della Porta innanzi al suo farsi frate in San Marco, ch’egli continovando senza ch’egli avesse volontà seguitare la pittura, i modi della dolcezza nella compagnia a quella arte il condussero. E non solo ne divenne pittor grande, ma imitò tanto la maniera del frate, che l’una da l’altra non si conosceva.

Egli cominciò tale arte d’età d’anni XX, avendo prima dato opera al battiloro, et in tutto abbandonatolo. Dove prese tanto animo, vedendosi riuscir sí bene le cose sue, che imitando la maniera e l’andar del compagno, era da molti presa la mano di Mariotto per quella del frate. Perché intervenendo l’andata di Baccio nel farsi frate di S. Marco, Mariotto per il compagno perduto era quasi smarrito e fuor di se stesso. E sí strana gli parve questa novella, che disperato di cosa alcuna non si rallegrava. E se in quella parte Mariotto non avesse avuto a noia il commerzio de’ frati, del quale di continuo diceva male, et era della parte che teneva contra la fazzione di frate Girolamo da Ferrara, arebbe l’amore di Baccio operato talmente, che a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora e sarebbesi fatto frate. Ma da Gerozzo Dini, che faceva fare nell’ossa il Giudicio, che Baccio aveva lasciato imperfetto, fu pregato che, avendo quella medesima maniera, gli volesse dar fine. Et inoltre perché v’era il cartone finito di mano di Baccio et altri disegni, e pregato ancora da fra’ Bartolomeo, che aveva avuto a quel conto danari e si faceva coscienza di non avere osservato la promessa, Mariotto all’opra diede fine; dove con diligenza e con amore condusse il resto dell’opera, talmente che molti non lo sapendo, pensano che d’una sola mano ella sia lavorata. Per il che tal cosa gli diede grandissimo credito nell’arte. Lavorò alla Certosa di Fiorenza nel capitolo un Crocifisso con la Nostra Donna e la Maddalena appiè della Croce et alcuni angeli in aere, che ricolgono il sangue di Cristo, opera lavorata in fresco e con diligenza e con amor assai ben condotta. Ma non parendo che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni suoi giovani, che seco imparavano l’arte, non lo sapendo Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre onde si porge a’ frati la piatanza, la quale risponde in camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di questa cosa tra’ frati: perché de le cose della gola i frati si risentono molto ben come gli altri; e facendo ciò i garzoni con molta destrezza, essendo tenuti buone persone, incolpavano coloro alcuni frati che per odio l’un dell’altro il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Perché i frati, acciò che il lavoro si finisse, raddoppiarono la piatanza a Mariotto et a’ suoi garzoni, i quali con allegrezza e risa finirono quella opera.

Alle monache di San Giuliano di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore, che in Gualfonda lavorò in una sua stanza, insieme con un’altra nella medesima chiesa d’un Crocifisso con angeli e Dio Padre, figurando la Trinità in campo d’oro a olio. Era Mariotto persona inquietissima e carnale nelle cose d’amore e di buon tempo nelle cose del vivere; perché, venendogli in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della pittura, et essendo spesso dalle lingue de’ pittori morso, come è continua usanza in loro e per eredità mantenuta, si risolvette darsi a piú bassa e meno faticosa e piú allegra arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San Gallo, al ponte Vecchio al Drago, taverna piú che osteria fece, e quella molti mesi tenne, dicendo che aveva presa una arte la quale era senza muscoli, scorti, prospettive e, quel ch’importa piú, senza biasmo, e che quella che aveva lasciata era contraria a questa; perché imitava la carne e ’l sangue, e questa faceva il sangue e la carne, che quivi ognora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella ogni giorno si sentiva biasimare.

Ma pure venutogli a noia, rimorso dalla viltà del mestiero, ritornò a la pittura, dove fece per Fiorenza quadri e pitture in casa di cittadini. E lavorò a Giovan Maria Benintendi tre storiette di sua mano. Et in casa Medici per la creazione di Leon decimo dipinse a olio un tondo della sua arme con la Fede, la Speranza e la Carità, il quale sopra la porta del palazzo loro stette gran tempo. Prese a fare nella Compagnia di San Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse. Aveva fatto far lumi a posta, et in su l’opera la volle lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane erano, abbagliate, diminuire e crescere a suo modo. Fecevi alcuni angeli che volano, e fanciulli bellissimi, e intravenendo discordia fra quegli che la facevano fare e Mariotto, Pietro Perugino, allora vecchio, Ridolfo Ghirlandaio e Francesco Granacci la stimarono e d’accordo il prezzo di essa opera insieme acconciarono.

Fece in San Brancazio di Fiorenza in un quadrotto in un mezzo tondo la Visitazione di Nostra Donna, similmente in Santa Trinita lavorò in una tavola la Nostra Donna, San Girolamo e San Zanobi con diligenza. Et alla chiesa della Congregazione de’ Preti in San Martino fece una tavola della Visitazione molto lodata. Fu condotto al convento de la Quercia fuori di Viterbo, e quivi poi che ebbe cominciata una tavola, gli venne volontà di veder Roma, e cosí in quella condottosi lavorò e finí, a frate Mariano Fetti a San Salvestro di Monte Cavallo alla cappella sua, una tavola a olio con San Domenico, Santa Caterina da Siena che Cristo la sposa, con la Nostra Donna, con una delicata maniera. Et alla Quercia ritornato, dove aveva alcuni amori, a i quali per lo desiderio del non gli avere posseduti, mentre che stette a Roma, volse mostrare ch’era ne la giostra valente, perché fece l’ultimo sforzo. E come quel che non era né molto giovane né valoroso in cosí fatte imprese, fu sforzato mettersi in letto. Di che dando la colpa all’aria di quel luogo, si fé portare a Fiorenza in ceste. E non gli valsero aiuti né ristori, che di quel male si morí in pochi giorni d’età d’anni XLV, et in San Pier Maggiore di quella città fu sepolto. E dopo non molto tempo, fu onorato con questa memoria:
MENTE PARVM (FATEOR) CONSTABAM: MENTIS ACVMEN
SED TAMEN OSTENDVNT PICTA, FVISSE MIHI.

Furono le sue pitture circa l’anno MDXII.