Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Tommaso Fiorentino

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Andrea di Cione Orcagna Giovannino dal Ponte

TOMMASO FIORENTINO

Pittore detto Giottino

Quando l’arte della pittura è presa in gara et esercitata da gli emoli con grandissimo studio, e quando gli artefici lavorano a concorrenza, senza dubbio truovano ogni giorno gli ingegni buoni nuove vie e nuove maniere, per satisfare a’ gusti et alle volontà di chi gli vede gareggiare nella arte. Chi usa di porre in opera cose oscure et inusitate, et in quelle mostrando la difficultà del fare, nelle ombre del colore fa conoscere la chiarezza dell’ingegno, e chi lavora le dolci e le dilicate, e pensando quelle rendersi piú facili a gli occhi nella dilettazione, fa il medesimo, e tira agevolissimamente a sé gli animi della maggior parte de gli uomini. Ma chi dipigne unitamente, e ribatte unitamente a’ suoi luoghi i lumi, i colori e l’ombre delle figure, merita grandissima lode e mostra la destrezza dell’animo et i discorsi dell’intelletto, come con dolce maniera mostrò sempre nella pittura Tommaso di Stefano detto Giottino, discepolo di Stefano suo padre e prontissimo imitatore di Giotto, e sí vero che ne cavò oltra la maniera molto piú bella di quella del suo maestro, il sopranome da’ popoli e fu chiamato da tutti Giottino mentre che e’ visse. E per tal cagione era parer di molti, i quali furono però in error grandissimo, che fosse figliuolo di Giotto, essendo (come abbiamo detto) Tommaso figliuol di Stefano e non di Giotto. Fu costui nella pittura sí diligente e di quella tanto amorevole, che se ben molte opere di lui non si ritrovano, nondimeno quelle che trovate si sono erano buone e di bella maniera e degne d’ogni gran lode. Percioché i panni, i capegli e le barbe et ogni suo lavoro furono lavorati et uniti con tanta morbidezza e con tanta diligenza, che si conosce ch’egli aggiunse senza dubbio l’unione a questa arte molto piú perfetta che non avevano Giotto, Stefano e gli altri pittori nell’opere loro. Dipinse nella sua giovanezza in Santo Stefano dal Ponte Vecchio in Fiorenza, una cappella a lato alla porta del fianco, nella quale la umidità ha oggi guasto la maggior parte delle sue fatiche, pur vi si vede destrezza grande. Poi fece, al canto a la Macine ne’ frati Ermini, San Cosimo e Damiano, i quali spenti dal tempo ancor essi, oggi poco si veggono. Rifece una cappella in Santo Spirito di detta città, inanzi che lo incendio lo struggesse, et in fresco, sopra la porta principale della chiesa, la storia dello Spirito Santo, e su la piazza di detta chiesa, per ire al Canto a la Cuculia, sul cantone del convento de’ frati, quel tabernacolo ch’ancora vi si vede con la Nostra Donna et altri santi dattorno, con alcune teste le quali tirano forte a la maniera moderna. Quivi cercò variare e cangiare le carnagioni, e similmente mostrò accompagnar nella varietà de’ colori e ne’ panni e con grazia e con giudicio tutte le sue figure. Le quali molto s’ingegnò correggere, e fuggí quegli errori che spesse volte all’occhio danno cagione di biasimo al giudicio di molti. Costui medesimamente lavorò in Santa Croce la cappella di San Salvestro, nella quale si veggono l’istorie di Gostantino, fatte con pulitezza e con grandissima diligenza. Fece ancora in San Pancrazio, all’entrar della porta alla capella della Madonna, un Cristo che porta la croce et alcuni altri santi dappresso, ch’hanno espressissimamente la maniera di Giotto e molto leggiadrissimamente sono aiutati dalla unione ch’e’ diede sempre alle cose ch’e’ fece. Era in San Gallo fuor della porta, in un chiostro de’ frati, una Pietà dipinta a fresco, oggi rovinata e per terra; pur n’è rimasta una copia in San Pancrazio già detto, in un pilastro accanto alla capella maggiore. Lavorò a fresco in Santa Maria Novella alla capella di San Lorenzo, entrando in chiesa per la porta a man destra, nella facciata dinanzi, un San Cosimo e San Damiano, et in Ogni Santi un San Cristofano et un San Giorgio, che dalla malignità del tempo furon guasti e rifatti da altri pittori, per ignoranza d’un proposto balordo e poco di tal mestiero intendente. Dipinse ancora, nella torre del Palagio del Podestà, il Duca d’Atene et i suoi seguaci con l’arme loro sotto a i piedi e con le mitre in testa, fatti cosí dipignere a Tommaso dal pubblico, per segno della liberata patria e non per altro. Indi fece alle Campora, fuor della porta a San Pier Gattolini, San Cosimo e Damiano nella chiesa, oggi guasti per imbiancar la chiesa, et al ponte a’ Romiti in Valdarno il tabernacolo che è in sul mezzo murato, con bella e fresca maniera, pur di sua mano. Trovasi, per l’openione di molti che ciò scrissero, che Tommaso attese alla scultura et in quella arte lavorò una figura di marmo nel campanile di Santa Maria del Fiore di Firenze, di braccia quattro, verso dove oggi sono i Pupilli. In Roma similmente condusse a buon fine, in San Giovanni Laterano, una storia dove figurò il papa in piú gradi, che oggi ancora si vede consumata e rosa dal tempo di malissima sorte. Dicono che Tommaso fu persona maninconica e molto solitaria, ma nell’arte amorevole e studiosissimo, come apertamente si vede in Fiorenza nella chiesa di San Romeo, per una tavola lavorata da lui a tempera con tanta diligenzia et amore, che di suo non si è mai visto in legno cosa meglio fatta. Questa tavola è posta nel tramezzo di detta chiesa a man destra, et èvvi dentro un Cristo morto, con le Marie intorno e co’ Niccodemi, accompagnati di altre figure, le quali con amaritudine et atti dolcissimi et affettuosi piangono quella morte, torcendosi con diversi gesti di mani e battendosi di maniera che nella aria del viso si dimostra assai chiaramente l’aspro dolore del costar tanto i peccati nostri. Et è cosa maravigliosa a considerare, che e’ penetrasse mai con lo ingegno in sí alta imaginazione. Questa opera è sommamente degna di lode, non tanto per il suggetto della invenzione, quanto per avere egli mostrato in alcune teste che piangono, che ancora che il lineamento si storca nelle ciglia, negli occhi, nel naso e nella bocca di chi piagne, e’ non guasta però, né altera una certa bellezza che suol molto patire nel pianto da chi non sa valersi de l’arte. Costui non si curò altrimenti di trarre de le sue fatiche quel premio che molti de’ nostri artefici stimano oggi sopra la fama, della quale veramente fu assai piú avaro Tommaso, che delle ricchezze e de i comodi nella vita. E del suo vivere poveramente contentandosi, cercò con ogni sua diligenza sodisfare piú altri che se stesso. Laonde venuto, per la straccuratezza del mal governarsi e per la fatica dello studiare nel mal del tisico, d’età d’anni XXXII passò di questa vita, e da’ parenti suoi gli fu dato sepoltura fuor di Santa Maria Novella, alla porta del Martello, allato al sepolcro di Bontura, e fugli fatto questo epitaffio:
HEV MORTEM INFANDAM MORTEM QVAE CVSPIDE ACVTA
CORDA HOMINVM LACERAS DVM VENIS ANTE DIEM.

Lasciò costui piú fama che facultà dopo la morte sua, e rimasero suoi discepoli Giovanni Tossicani, Michelino, Giovan dal Ponte e Lippo, i quali furono assai ragionevoli maistri di questa arte. Furono le sue pitture nel MCCCXLIX.