Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Torrigiano

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Rafelin del Garbo Giuliano et Antonio da San Gallo

TORRIGIANO

Scultor Fiorentino

Grandissima possanza ha lo sdegno per chi invidiosamente cerca con alterigia e con superbia in una professione essere stimato eccellente, e che in tempo ch’egli non se lo aspetti vegga levarsi di nuovo qualche bello ingegno della medesima arte, il quale non pure lo paragoni, ma col tempo di gran lunga lo avanzi. Questi tali certissimamente non è ferro, che per rabbia non rodessero, o male, che potendo non facessero. Per che par loro scorno ne’ popoli troppo orribile lo avere visto nascere i putti, e da’ nati, quasi in un tempo nella virtú essere raggiunti; non sapendo eglino che ogni dí si vede la volontà spinta dallo studio, ne gli anni acerbi de’ giovani, quando con la frequentazione de gli studi è da essi esercitata, crescere in infinito; e che i vecchi dalla paura, dalla superbia e dalla ambizione tirati, diventano goffi, e quanto meglio credono fare, peggio fanno, e credendo andare inanzi, ritornano a dietro. Onde essi invidiosi mai non danno credito alla perfezzione de’ giovani nelle cose che fanno, quantunque chiaramente le vegghino, per l’ostinazione ch’è in loro. Per che nelle prove si vede che, quando eglino per volere mostrare quel che sanno piú si sforzano, ci mostrano spesso di loro cose ridicole e da pigliarsine giuoco. E nel vero come gli artefici passano i termini, che l’occhio non sta fermo e la mano lor trema, possono, se hanno avanzato alcuna cosa, dare di consigli a chi opera, atteso che l’arte della pittura e della scultura vuol l’animo cui bolla il sangue, fiero e pieno di voglia ardente e de’ piaceri del mondo capital nimico. E chi nelle voglie del mondo non è continente, fugga in tutto gli studii. E da che tanti pesi si recano dietro queste virtú, pochi son quegli, e rari, ch’arrivino a ’l supremo lor grado. Di maniera che piú son quegli che da le mosse con caldezza si partono, che quegli che per ben meritar nel corso acquistano il premio.

Come piú superbia che arte, ancora che molto valesse, si vide nel Torrigiano scultor fiorentino, il quale nella sua giovanezza fu da Lorenzo de’ Medici Vecchio tenuto nel giardino. E perché egli lavorava di terra benissimo, fece di quella in tal luogo alcune figure. Perciò egli, che sendo giovane concorreva con Michele Agnolo, avendosi acquistato nome di valente artefice, fu condotto in Inghilterra, dove a’ servigi di quel re infinitissime cose fece di marmo, di bronzo e di legno; e quivi lavorò a concorrenza con maestri di quel paese, e con l’opere sue tutti li vinse. Fece molte cose, e di quelle cavò premii tali, che se non fosse stato persona superba averebbe fatto ottima fine, come per lo contrario fece. Dicesi che d’Inghilterra in Ispagna condotto fece un Crocifisso di terra, cosa piú mirabile che sia in tutta la Spagna; e fuori della città di Sevilia, in un monasterio de’ frati di San Girolamo, un altro Crocifisso e San Girolamo in penitenzia accompagnato da ’l suo lione. E ritrasse un vecchio, dispensiero de’ Botti mercanti fiorentini in Ispagna, et una Nostra Donna et il Figliuolo, che per la bellezza sua fu cagione che egli ne facesse un’altra al Duca d’Arcus, il quale per averla gli aveva fatte tante promesse, ch’egli si pensò d’esserne ricco per sempre. Laonde finita, gli donò tanti di que’ suoi maravedís, moneta che val poco o nulla, ch’egli due persone cariche a casa se ne condusse, per che si pensò d’essere ricchissimo diventato. Ma poi fatto contare a certo suo amico fiorentino tal moneta e ridurre al modo italiano, vide che tanta somma non arrivava pure a trenta ducati. Perch’egli tenendosi beffato, con grandissima collera andò dove era la figura sua e guastolla. Laonde quello spagnuolo stimandosi vituperato, accusò il Torrigiano per eretico; il quale fu messo in prigione et ogni dí esaminato et a diversi inquisitori di eresia mandato, perché eglino giudicorono che meritasse essere per tale eccesso gravemente punito. La qual cosa fu cagione che il Torrigiano in tanta malinconia si trovò, che egli stette alquanti giorni senza voler mangiare; per che divenuto debilissimo appoco appoco finí la sua vita. Et acquistone questo epitaffio:
VIRGINIS INTACTAE HIC STATVAM QVAM FECERAT, IRA
QVOD FREGIT VICTVS, CARCERE CLAVSVS OBIT.

Cosí col torsi il cibo si liberò da la vergogna, parendogli perciò meritare d’essere condannato a morte. Furono fatte le figure sue circa gli anni MDXVIII. E morí nel MDXXII.