Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Don Giulio Clovio

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Don Giulio Clovio

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lione Lioni e altri scultori et architetti Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Diversi artefici italiani IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lione Lioni e altri scultori et architetti Diversi artefici italiani
Giulio Clovio

VITA DI DON GIULIO CLOVIO MINIATORE

Non è mai stato, né sarà per aventura in molti secoli, né il più raro, né il più eccellente miniatore, o vogliamo dire dipintore di cose piccole, di don Giulio Clovio, poiché ha di gran lunga superato quanti altri mai si sono in questa maniera di pitture esercitati. Nacque costui nella provincia di Schiavonia, o vero Crovazia, in una villa detta Grisone, nella diocesi di Madrucci, ancor che i suoi maggiori, della famiglia de’ Clovi, fussero venuti di Macedonia, et il nome suo al battesimo fu Giorgio Iulio. Attese da fanciullo alle lettere, e poi, per istinto naturale, al disegno. E pervenuto all’età di diciotto anni, disideroso d’acquistare, se ne venne in Italia e si mise a’ servigii di Marino cardinal Grimani, appresso al quale attese lo spazio di tre anni a disegnare di maniera, che fece molto migliore riuscita che per aventura non era insino a quel tempo stata aspettata di lui, come si vide in alcuni disegni di medaglie e rovesci, che fece per quel signore, disegnati di penna minutissimamente e con estrema e quasi incredibile diligenza. Onde veduto che più era aiutato dalla natura nelle piccole cose che nelle grandi, si risolvé, e saviamente, di volere attendere a miniare, poiché erano le sue opere di questa sorte graziosissime e belle a maraviglia, consigliato anco a ciò da molti amici, et in particolare da Giulio Romano, pittore di chiara fama, il quale fu quegli che primo d’ogni altro gl’insegnò il modo di adoperare le tinte et i colori a gomma et a tempera. E le prime cose che il Clovio colorisse, fu una Nostra Donna, la quale ritrasse come ingegnoso e di bello spirito dal libro della vita di essa Vergine, la quale opera fu intagliata in istampa di legno nelle prime carte d’Alberto Duro. Per che essendosi portato bene in questa prima opera, si condusse per mezzo del signor Alberto da Carpi, il quale allora serviva in Ungheria, al servizio del re Lodovico e della reina Maria, sorella di Carlo Quinto. Al quale Re condusse un giudizio di Paris di chiaro scuro che piacque molto, et alla Reina una Lucrezia romana che s’uccideva, con alcune altre cose, che furono tenute bellissime. Seguendo poi la morte di quel Re e la rovina delle cose d’Ungheria, fu forzato Giorgio Iulio tornarsene in Italia. Dove non fu a pena arrivato che il cardinale Campeggio vecchio lo prese al suo servizio, onde, accomodatosi a modo suo, fece una Madonna di minio a quel signore et alcun’altre cosette, e si dispose voler attendere per ogni modo con maggiore studio alle cose dell’arte. E così si mise a disegnare et a cercare d’imitare con ogni sforzo l’opere di Michelagnolo. Ma fu interrotto quel suo buon proposito dall’infelice Sacco di Roma l’anno 1527, perché trovandosi il povero uomo prigione degli Spagnuoli e mal condotto, in tanta miseria ricorse all’aiuto divino, facendo voto, se usciva salvo di quella rovina miserabile e di mano a que’ nuovi farisei, di subito farsi frate. Onde essendosi salvato per grazia di Dio, e condottosi a Mantova, si fece religioso nel monasterio di San Ruffino dell’Ordine de’ canonici regolari Scopetini, essendogli stato promesso, oltre alla quiete e riposo della mente e tranquill’ozio di servire a Dio, che arebbe comodità di attendere alle volte quasi per passatempo a lavorare di minio. Preso dunque l’abito e chiamatosi don Giulio, fece in capo all’anno professione e poi per ispazio di tre anni si stette assai quietamente fra que’ padri, mutandosi d’uno in altro monasterio, secondo che più a lui piaceva, come altrove s’è detto, e sempre alcuna cosa lavorando. Nel qual tempo condusse un libro grande da coro con minii sottili e bellissime fregiature, facendovi fra l’altre cose un Cristo che appare in forma d’ortolano a Madalena, che fu tenuto cosa singolare; per che cresciutogli l’animo fece, ma di figure molto maggiori, la storia dell’adultera accusata da’ giudei a Cristo, con buon numero di figure. Il che tutto ritrasse da una pittura, la quale di que’ giorni avea fatta Tiziano Vecello pittore eccellentissimo. Non molto dopo avvenne che tramutandosi don Giulio da un monasterio a un altro, come fanno i monaci o i frati, si ruppe sgraziatamente una gamba, per che condotto da que’ padri, acciò meglio fusse curato, al monasterio di Candiana, vi dimorò senza guarire alcun tempo, essendo forse male stato trattato, come s’usa, non meno dai padri che da’ medici. La qual cosa intendendo il cardinal Grimani, che molto l’amava, per la sua virtù ottenne dal Papa di poterlo tenere a’ suoi servigii e farlo curare. Onde cavatosi don Giulio l’abito e guarito della gamba andò a Perugia col Cardinale, che là era Legato, e lavorando gli condusse di minio quest’opere: un uffizio di Nostra Donna con quattro bellissime storie, et in uno epistolario tre storie grandi di San Paulo apostolo, una delle quali indi a non molto fu mandata in Ispagna. Gli fece anco una bellissima Pietà et un Crucifisso, che dopo la morte del Grimani capitò alle mani di messer Giovanni Gaddi, cherico di camera. Le quali tutte opere fecero conoscere in Roma don Giulio per eccellente e furono cagione che Alessandro cardinal Farnese, il quale ha sempre aiutato, favorito e voluto appresso di sé uomini rari e virtuosi, inteso la fama di lui e vedute l’opere, lo prese al suo servizio, dove è poi stato sempre e sta ancora così vecchio. Al quale signore dico ha condotti infiniti minii rarissimi, d’una parte de’ quali farò qui menzione, perché di tutti non è quasi possibile. In un quadretto piccolo ha dipinta la Nostra Donna col Figliuolo in braccio, con molti Santi e figure attorno, e ginocchioni papa Paulo Terzo, ritratto di naturale tanto bene che par vivo nella piccolezza di quel minio. Et all’altre figure similmente non pare che manchi altro che lo spirito e la parola. Il quale quadrotto, come cosa che è veramente rarissima, fu mandato in Ispagna a Carlo Quinto imperatore, che ne restò stupefatto. Dopo quest’opera gli fece il cardinale mettere mano a far di minio le storie d’un uffizio della Madonna, scritto di lettera formata dal Monterchi, che in ciò è raro. Onde risolutosi don Giulio di voler che quest’opera fusse l’estremo di sua possa, vi si misse con tanto studio e diligenza, che niun’altra fu mai fatta con maggiore. Onde ha condotto col pennello cose tanto stupende, che non par possibile vi si possa con l’occhio né con la mano arrivare. Ha spartito questa sua fatica don Giulio in ventisei storiette, dua carte a canto l’una all’altra, che è la figura et il figurato, e ciascuna storietta ha l’ornamento attorno vario dall’altra con figure e bizzarrie approposito della storia che egli tratta. Né vo’ che mi paia fatica raccontarle brevemente, atteso che ogni uno nol può vedere. Nella prima faccia dove comincia il mattutino è l’Angelo che annunzia la Vergine Maria, con una fregiatura nell’ornamento piena di puttini che son miracolosi, e nell’altra storia Esaia, che parla col re Achaz. Nella seconda alle laude è la visitazione della Vergine a Elisabeta, che ha l’ornamento finto di metallo, nella storia dirimpetto è la Iustizia e la Pace che si abracciano. La prima è la Natività di Cristo e dirimpetto nel paradiso terrestre Adamo et Eva che mangiano il pomo, con ornamenti l’uno e l’altro pieno di ignudi et altre figure et animali ritratti di naturale. A terza vi ha fatto i pastori che l’Angelo appar loro e dirimpetto Triburtina Sibilla che mostra a Ottaviano imperatore la Vergine con Cristo nato in cielo, adorno l’uno e l’altro di fregiature e figure varie tutte colorite, e dentro il ritratto di Alessandro Magno et Alessandro cardinal Farnese. A sesta vi è la circuncisione di Cristo, dov’è ritratto per Simeone papa Paulo Terzo, e dentro alla storia il ritratto della Mancina e della Settimia gentil donne romane, che furono di somma bellezza, et un fregio bene ornato atorno quella, che fascia parimente col medesimo ordine l’altra storia, che gli è a canto, dov’è San Giovanni Batista che battezza Cristo, storia piena di ignudi. A nona vi ha fatto i Magi che adorano Cristo e dirimpetto Salamone adorato dalla regina Sabba, con fregiature all’una e l’altra ricche e varie, e dentro a questa da’ piè, condotto di figure manco che formiche, tutta la festa di Testaccio, che è cosa stupenda a vedere, che sì minuta cosa si possa condur perfetta con una punta di pennello, che è delle gran cose che possa fare una mano e vedere un occhio mortale, nella quale sono tutte le livree che fece allora il cardinale Farnese. A vespro è la Nostra Donna che fugge con Cristo in Egitto e dirimpetto è la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, con le sue fregiature varie da’ lati. A compieta è l’incoronazione della Nostra Donna in cielo, con moltitudine d’Angeli, e dirimpetto nell’altra storia Assuero che incorona Ester con le sue fregiature a proposito; alla messa della Madonna, ha posto innanzi in una fregiatura finta di cameo che è Gabriello che annunzia il verbo alla Vergine, e le due storie sono la Nostra Donna con Gesù Cristo in collo, e nell’altra Dio Padre che crea il cielo e la terra. Dinanzi a’ salmi penitenziali è la battaglia nella quale per comandamento di Davit re fu morto Uria Eteo, dove sono cavagli e gente ferita e morta ch’è miracolosa, e dirimpetto nell’altra storia Davit in penitenzia, con ornamenti et apresso grotteschine; ma chi vuol finire di stupire guardi nelle tanìe, dove minutamente ha fatto intrigaro con le lettere de’ nomi de’ Santi, dove di sopra nella margine è un cielo pieno di Angeli intorno alla Santissima Trinità, e di mano in mano gl’Apostoli e gl’altri Santi, e dall’altra banda séguita il cielo con la Nostra Donna e tutte le Sante vergini; nella margine di sotto, ha condotto poi di minutissime figure la processione che fa Roma per la solennità del corpo di Cristo piena di ofiziali con le torce, vescovi e cardinali, el Santissimo Sacramento portato dal papa, col il resto della corte e guardia de’ lanzi, e finalmente Castello Sant’Agnolo che tira artiglierie: cosa tutta da fare stupire e maravigliare ogni acutissimo ingegno. Nel principio dello ofizio de’ morti son dua storie: la Morte che trionfa sopra tutti e mortali potenti di stati e regni, come la bassa plebe, dirimpetto nell’altra storia è la resurrezione di Lazzaro, e dreto la Morte che combatte con alcuni a cavallo. Nello ofizio della Croce ha fatto Cristo crucifisso e dirimpetto Moisè con la pioggia delle serpe e lui che mette in alto quella di bronzo. A quello dello Spirito Santo è quando gli scende sopra gl’Apostoli, e dirimpetto il murar la torre di Babilonia da Nebrot. La quale opera fu condotta con tanto studio e fatica da don Giulio nello spazio di nove anni, che non si potrebbe, per modo di dire, pagare questa opera con alcun prezzo già mai. E non è possibile vedere per tutte le storie la più strana e bella varietà di bizzarri ornamenti, e diversi atti e positure d’ignudi, maschi e femine, studiati e ben ricerchi in tutte le parti, e poste con proposito attorno in detti fregi per arricchirne quell’opera. La quale diversità di cose spargono per tutta quell’opera tanta bellezza, che ella pare cosa divina e non umana, e massimamente avendo con i colori e con la maniera fatto sfuggire et allontanare le figure, i casamenti et i paesi, con tutte quelle parti che richiede la prospettiva e con la maggior perfezzione che si possa. Intanto che così da presso come lontano fanno restare ciascun maravigliato, per non dire nulla di mille varie sorti d’alberi tanto ben fatti, che paiono fatti in paradiso. Nelle storie et invenzioni si vede disegno, nel componimento ordine e varietà, e ricchezza negl’abiti, condotti con sì bella grazia e maniera, che par impossibile siano condotti per mano d’uomini, onde possiàn dire che don Giulio abbia, come si disse a principio, superato in questo gl’antichi e moderni, e che sia stato a’ tempi nostri un piccolo e nuovo Michelagnolo. Il medesimo fece già un quadrotto di figure piccole al Cardinale di Trento, sì vago e bello che quel signore ne fece dono all’imperatore Carlo Quinto; e dopo al medesimo ne fece un altro di Nostra Donna et insieme il ritratto del re Filippo, che furono bellissimi e per ciò donati al detto Re catolico. Al medesimo cardinal Farnese fece in un quadrotto la Nostra Donna col Figliuolo in braccio, Santa Lisabetta, San Giovannino et altre figure, che fu mandato in Ispagna a Rigomes. In un altro che oggi l’ha il detto Cardinale, fece San Giovanni Batista nel deserto con paesi et animali bellissimi, et un altro simile ne fece poi al medesimo, per mandare al re Filippo. Una Pietà, che fece con la Madonna et altre molte figure, fu dal detto Farnese donata a papa Paulo Quarto, che mentre visse la volle sempre appresso di sé. Una storia dove Davit taglia la testa a Golia gigante fu dal medesimo Cardinale donata a madama Margherita d’Austria, che la mandò al re Filippo suo fratello, insieme con un altro che per compagnia di quello gli fece fare quella illustrissima signora, dove Iudit tagliava il capo ad Oloferne. Dimorò già molti anni sono don Giulio appresso al duca Cosimo molti mesi, et in detto tempo gli fece alcun’opere, parte delle quali furono mandate all’Imperatore et altri signori e parte ne rimasero appresso sua eccellenza illustrissima, che fra l’altre cose gli fece ritrarre una testa piccola d’un Cristo da una che n’ha egli stesso antichissima, la quale fu già di Gottifredi Buglioni re di Ierusalem, la quale dicono essere più simile alla vera effigie del Salvatore che alcun’altra che sia. Fece don Giulio al detto signor Duca un Crucifisso con la Madalena a’ piedi, che è cosa maravigliosa, et un quadro piccolo d’una Pietà, del quale abbiamo il disegno nel nostro libro insieme con un altro, pure di mano di don Giulio, d’una Nostra Donna ritta col Figliuolo in collo, vestita all’ebrea, con un coro d’Angeli intorno e molte anime nude in atto di raccomandarsi. Ma per tornare al signor Duca, egli ha sempre molto amato la virtù di don Giulio e cercato d’avere delle sue opere. E se non fusse stato il rispetto che ha avuto a Farnese, non l’arebbe lasciato da sé partire, quanto stette, come ho detto, alcuni mesi al suo servizio in Firenze. Ha dunque il Duca, oltre le cose dette, un quadretto di mano di don Giulio, dentro al quale è Ganimede portato in cielo da Giove converso in aquila. Il quale fu ritratto da quello che già disegnò Michelagnolo, il quale è oggi appresso Tomaso de’ Cavalieri, come s’è detto altrove. Ha similmente il Duca nel suo scrittoio un San Giovanni Batista, che siede sopra un sasso, et alcuni ritratti di mano del medesimo che sono mirabili. Fece già don Giulio un quadro d’una Pietà, con le Marie et altre figure attorno, alla Marchesana di Pescara, et un altro simile in tutto al cardinale Farnese, che lo mandò all’Imperatrice, che è oggi moglie di Massimiliano e sorella del re Filippo. Et un altro quadretto di mano del medesimo mandò a sua maestà cesarea, dentro al quale è in un paesotto bellissimo San Giorgio che amazza il serpente, fatto con estrema diligenza; ma fu passato questo di bellezza e di disegno da un quadro maggiore, che don Giulio fece a un gentiluomo spagnuolo, nel quale è Traiano imperatore, secondo che si vede nelle medaglie, e col rovescio della provincia di Giudea. Il quale quadro fu mandato al sopra detto Massimiliano oggi imperatore. Al detto cardinale Farnese ha fatto due altri quadretti, in uno è Gesù Cristo ignudo con la croce in mano, e nell’altro è il medesimo menato da’ giudei et accompagnato da una infinità di popoli al Monte Calvario con la croce in ispalla, e dietro la Nostra Donna e l’altre Marie in atti graziosi e da muovere a pietà un cuor di sasso. Et in due carte grandi, per un messale, ha fatto allo stesso Cardinale Gesù Cristo che ammaestra nella dottrina del Santo Evangelio gl’Apostoli, e nell’altra il Giudizio Universale tanto bello, anzi ammirabile e stupendo, che io mi confondo a pensarlo, e tengo per fermo che non si possa, non dico fare, ma vedere, né imaginarsi per minio, cosa più bella. È gran cosa che in molte di queste opere, e massimamente nel detto ufficio della Madonna, abbia fatto don Giulio alcune figurine non più grandi che una ben piccola formica, con tutte le membra sì espresse e sì distinte, che più non si sarebbe potuto in figure grandi quanto il vivo; e che per tutto siano sparsi ritratti naturali d’uomini e donne, non meno simili al vero che se fussero da Tiziano o dal Bronzino stati fatti naturalissimi e grandi quanto il vivo; senzaché in alcune figure di fregi si veggiono alcune figurette nude et in altre maniere, fatte simili a camei, che per piccolissime che sieno sembrano in quel loro essere grandissimi giganti, cotanta è la virtù e strema diligenzia che in operando mette don Giulio. Del quale ho voluto dare al mondo questa notizia acciò che sappiano alcuna cosa di lui quei che non possono, né potranno delle sue opere vedere, per essere quasi tutte in mano di grandissimi signori e personaggi. Dico quasi tutte, perché so alcuni privati avere in scatolette ritratti bellissimi di mano di costui, di signori, d’amici o di donne da loro amate. Ma comunche sia, basta che l’opere di sì fatti uomini non sono publiche, né in luogo da potere essere vedute da ognuno, come le pitture, sculture e fabriche degl’altri artefici di queste nostre arti. Ora ancor che don Giulio sia vecchio e non studi, né attenda ad altro che procacciarsi con opere sante e buone e con una vita tutta lontana dalle cose del mondo la salute dell’anima sua, e sia vecchio affatto, pur va lavorando continuamente alcuna cosa, là dove stassi in molta quiete e ben governato nel palazzo de’ Farnesi, dove è cortesissimo in mostrando ben volentieri le cose sue a chiunche va a visitarlo e vederlo, come si fanno l’altre maraviglie di Roma.

IL FINE DELLA VITA DI DON GIULIO CLOVIO MINIATORE