Lettera agli onesti di tutti i partiti/Prima parte

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Lettera agli onesti di tutti i partiti Seconda parte


Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo colla coscienza serena, dopoché per più giorni, tentando il possibile, resistendo a provocazioni che avrebbero stancata la pazienza di un santo, ho sperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere. Tentativo di speranza di cui nessun merito avrei, se proseguissi un qualunque interesse mio o mi tentasse qualsiasi povera ambizione: perché sol chi vuol salire, naturalmente desidera trovar meno aspri i gradini. Ma, finito appena sia il compito, che verso il Paese m’imposi, so di poter dimostrare la mia ambizione sola qual era, e invoco l’ora di poter in altr’aria, fra ben altre memorie, rifarmi dell’aria respirata fin qui.

Ho sperato più giorni si aprisse qualche porta per cui s’uscisse dalla situazione convulsa, impossibile, creata al Paese e alla Camera, senza bisogno dì farmi sembrare cattivo. E dico impossibile, perché non serve dir ad un altro paese, come dire ad un uomo, di lavorare, di attendere utilmente ai propri interessi di casa, se non ha il cuore in pace, se ha una spina confittavi, se un martello nell’animo gli manda sossopra le idee. E inutile pretendere che un’assemblea rappresentativa funzioni, se vi son dentro cento o centocinquanta persone tormentate dal sospetto o dal convincimento di trovarsi in faccia ad un ministro disonesto. La tempesta di animi che impedisce alla Camera, al Paese, ogni utile lavoro proseguirà, finché la pietra dello scandalo non sia rimossa.

Sognarono di una sfida feroce lanciata da me alla maggioranza: la mia feroce ostilità è tanta, che da tre giorni che son nella Giunta delle Elezioni, non ho fatto finora che proporre convalidazioni di elezioni della maggioranza, quella di un ministro, Paolo Boselli, compresa; e avrei sinceramente desiderato per gli amici personali, per gli onesti, che della maggioranza fanno parte in buona fede (degli altri non parlo e non curo) di lasciar che il ministro del loro cuore li liberasse da un conflitto penoso, cadendo decorosamente in una battaglia politica, magari colla illusione di essere caduto per la sua divisa, “per Dio e per il re”.

Non mi è stato possibile, non lo si è voluto. E mentre si accusava me di fuggire, all’assemblea della nazione - sanguinosamente insultata, violentemente chiusa per i comodi d’un uomo - si è negato - dopo cinque mesi - il diritto persino di una spiegazione qualsiasi e dopo avere calunniata la Camera antica, accusandola di scandali e di offese al presidente, assistiamo allo scandalo inaudito di un ministro che tratta il capo eletto dell’assemblea come un suo servo infedele, e gli intima lo sfratto con vituperj feroci.

Ebbene mi pare che ora basti... E dovea bastare anche prima, perché mi pareva di aver detto, sul quesito morale che s’impone, già assai più di quanto sarebbe occorso in qualunque paese libero del mondo, perché un uomo pubblico accusato dovesse capire il dover suo. Nossignori; è da me che, con inversione novissima, si pretende un supplemento di prova! è a me che s’intima di completarla! E quando l’avrò fatto, sarete contenti?


Non per questo mi trascinerete fuor del terreno del diritto mio. Non vi bastava il fin qui detto, non bastava un’accusa la più precisa che sia stata mai? volete ancora dell’altro: e io vi servo. Ma vi ho chiamato in giudizio: e ci dovete venire. Perché se i punti sugli i non vi bastano, se non vi bastano i documenti che vi dò, avrò ancora di che contentarvi; ma credo che adesso basterà pel Paese; e se per qualche cosa di quello che dirò pretendeste che io vi porti il testimonio nella Camera, fate conto che il testimonio nella Camera ci sia. Del resto, al punto in cui trovansi le cose, non sono più i vituperj della Riforma che bastino a strozzar la questione. Gli urli spasmodici dell’organo dello zio Dittatore, i suoi rabbiosi “mentisce! mentisce! mentisce!” a me non fanno né più caldo né più freddo di quegli altri “mentisce! mentisce! mentisce!” - perfettamente identici - che quel certo altro tipo - senza confronto più artistico - strillava a ogni capitolo della mia storia meravigliosa. - E s’è visto com’è andata a finire!

Al punto a cui sono portate le cose, non vi è più assemblea rappresentativa al mondo che possa sottrarsi alla necessità di sapere se ella conti nel proprio seno o un ministro disonesto o un deputato calunniatore.

Non lo volesse egli, il giudizio per lui, qualunque de’ miei colleghi avrebbe diritto di volerlo per me.

Intanto, e sino a un giudizio nuovo, nessun improperio, nessun vituperio di scribi, assoldati col pubblico furto, sopprimerà mai il dislivello morale tra chi fino ad oggi esercitò il suo mandato col più severo scrupolo, senza lucrarvi un centesimo, e chi per anni, notoriamente, ne fece una lunga speculazione; tra chi in faccia ai magistrati fece sempre i dover suo, e chi avendo ingannato ab antico con un falso documento il suo Dio, ingannava più tardi con una falsa testimonianza il suo giudice.

Poiché, quando un accusato, per tutta difesa, si limita a negare vomitando sull’accusatore improperi, è ben lecito e giusto di cercare anzitutto, nelle sue note caratteristiche, il peso ed il valore delle negative.


Cerchiamole dunque. Ma prima di tutto una parola a quei tali i qual tiran fuori - niente altro potendo - la solita storiella ch’io parli di cose sul Crispi a me già note, quand’ero ancora in buoni rapporti con lui. No cari signori, v’ingannate: sono anni che combatto Crispi, ma non lo conoscevo, non l’ho conosciuto prima dell’autunno e del dicembre scorso il Crispi che a me oggi sta innanzi nella sua trista figura morale. Quando entrai nella Camera a trent’anni, sapevo di lui le sue pagine parlamentari: gli volevo bene per quelle, e per ciò che credevo delle sue pagine di storia, non avendo pensato ad appurarle mai. Quando scoppiò lo scandalo del 1878, e tutti gli furon sopra, domandai per lui il diritto di difesa come lo domandavo al 14 del dicembre scorso; poi tacqui, perché allora egli accettò la sua posizione di imputato: e rispettò la condanna dell’opinione pubblica: e perché un errore - quand’è creduto il solo - non basta a distruggere il giudizio su la vita intera di un uomo. Più tardi, al governo, dall’88 al ’90 lo conobbi bugiardo, dissimulatore, violento, prepotente: e niuna lotta più acerba è notoria di quella fra lui e me dal 1888 al 1890; ma sopravviveva la stima per alcune qualità dell’uomo, e troppe altre cose ignoravo di lui. Nel dicembre, a Molfetta, saputolo tornato al potere provai una stretta dell’anima: rividi nella mente il 1889 e il 1890 il che non mi tolse di dargli - da lui richiesto - il mio avviso, e di negargli il mio voto e combatterlo da capo, appena lo vidi rifar la strada antica.

Ma restava per l’avversario un avanzo di stima: e non dimenticherò, campassi cent’anni, la triste notte del Comitato dei Cinque - e la tristissima lettura - per cui la stima fu spenta nel cuor mio. Perché fu da allora che risalii ad altre indagini, di altri fatti: così come a furia di sentirlo cantare eroe autentico delle patrie battaglie, le voci autentiche - per davvero - delle battaglie si destarono.

Lasciamole dunque le storielle da parte e nelle note caratteristiche dell’uomo cerchiamo cosa valgono le smentite sue.


Ah, quelle note fate male ad obbligarmi a rivederle! È là fra esse, che o ritrovo il falso antico del 17 dicembre 1854, il famoso atto nuziale delle vostre nozze di Malta.

Un bel documento affè mia per le vostre odierne smentite! Ce l’ho qui davanti nel suo testo latino, nel manoscritto originale fotografato e non oserei chiamarlo falso, sentirei freddo a chiamarlo così, se non vi fosse bastato l’animo di proclamarlo cinicamente voi stesso, quando vi tornò comodo di liberarvene dopo averlo per 25 anni sfruttato!

E a rendermene più rivoltante la lettura, ho qui innanzi autografa, in carta bollata, la supplica che la povera vittima di quel falso, invocando il sacramento e i servigi resi all’Italia come figlia della Savoja, indirizzata a Benedetto Cairoli, presidente del Consiglio nel 1878, una supplica che stilla sangue e che il mese scorso mi ha fatto fremere nel leggerla; e io dinanzi nei volumi dei biografi panegiristi il cinico racconto del come dia poveretta venne il falso un bel dì, come una allegra burla, buttato sul viso! [...]


Ah, le vostre note caratteristiche in fatto di credibilità, fate male a costringermi a rivederle!

È ancor fra esse che io trovo, quattordici anni dopo, il famoso atto notorio dei cinque testimoni del 30 settembre 1877, voluto dall’articolo 78 del Codice Civile, e la dichiarazione terribile del primo dei cinque testi, ivi firmati, il prof. Salvatore Francone che si vide pei comodi vostri carpita... una testimonianza falsa!


Mi ripugna trascriverlo tutto. Bastano poche righe:


Sig. Direttore del Piccolo Giornale,

uno fra i testimoni dell’atto notorio del matrimonio dell’onorevole Crispi, io sono stato sorpreso nel leggere l’atto di precedente matrimonio da voi pubblicato sere fa.

Lo credetti falso e scrissi all’onorevole Crispi una lettera che fu firmata anche dagli altri firmatarii dell’atto notorio per chiedergli una categorica risposta, uno schiarimento, una smentita. Ma l’on. Crispi non ci ha risposto...

...Io non potevo avere nessun interesse di rendergli servigio (a lui Crispi) a prezzo del mio onore... Io ero stato vivamente pregato di aggiungere la mia firma ad altre per compiere una buona azione...

Io non potevo supporre che mi si volesse trarre in inganno. in pienissima buona fede, credendo di compiere una buona azione, consentii a sottoscrivere l’atto notorio... Come sospettare che chi ha ottenuto la fiducia della Camera come suo presidente, chi ha compiuto le più delicate missioni diplomatiche presso le corti straniere, chi ha meritato la fiducia di due corone, volesse buscarsi la taccia di bigamo e far buscare agli altri la taccia e la pena di falsi testimonii?!

SALVATORE FRANCONE


Bei precedenti per essere creduto nelle smentite sull’affare Herz! E dire che questi precedenti bastarono per costringere allora Francesco Crispi a discendere dal potere innanzi al verdetto della pubblica coscienza.


E fu allora che il severo Giacomo Dina nelle colonne della Opinione (26 e 28 marzo 1878, n.d.r.) scriveva:


L’on. Crispi potrà difendersi vittoriosamente davanti ai Tribunali: ma rimane un Tribunale più elevato, quello della coscienza pubblica, al cospetto della quale egli è già comparso e da cui fu condannato, senza attendere gli oracoli del procuratore del re. La vita politica dell’on. Crispi è finita.


E poi:


L’on. Crispi riuscirà a giustificarsi davanti ai Tribunali: ma la coscienza popolare è tanto più inesorabile quanto più la legge è impotente a tutelare certi riguardi di pubblica morale.


E tornano a mente le parole di fuoco con cui Sidney Sonnino - oggi collega di Crispi e ministro del Tesoro - stimmatizzava Francesco Crispi il 10 marzo 1878.

Parla, parla o Sonnino!


Che magistrati e giurati assolvano o no Francesco Crispi, che egli abbia o no una maggioranza di deputati pronti a dargli all’occasione un voto di fiducia, ormai il verdetto, quanto alla moralità dell’uomo, è stato pronunciato dalla nazione intera: e per quanto sia sconfortante il pensare che uomini in cui il senso morale è così basso possano in Italia pervenire ai più alti uffici dello Stato, non siamo però giunti a tale indegnità che vi si possano mantenere di fronte alla riprovazione unanime di tutta la cittadinanza Onesta.

S. SONNINO, Rassegna, 10 marzo 1878


È quello che penso anch’io. Come si dimentica presto in Italia! E poi dicono che Sonnino è un testardo.


Ma tu meni il can per l’aja, odo dirmi: e parli di cose di quindici anni fa! Troppo giusto: lasciamole dormire: se invece di quindici fossero almeno venticinque, tutt’al più servirebbero per mandare un galantuomo a Port’Ercole, come quel povero diavolo, ottimo padre di famiglia, denunziato al domicilio coatto, per avere nell’anno 1870 lanciato in isbaglio una ciabatta a un brigadiere!

Ah, per voi occorre un falso di data più recente? Come vi piace, vi servo anche di questo.

Esso è là, documentato in atti; solo nessuno se n’era accorto mai. Interrogato in carcere, Bernardo Tanlongo, dal giudice istruttore Capriolo, il 21 febbraio 1893, a domanda, risponde:


L’on. Crispi, siccome dissi, mi raccomandò più volte l’on. Chiara ed altri per sussidi e cambiali.

(Processo Banca Romana)


In seguito di tale deposizione, va il magistrato istruttore a esaminare Francesco Crispi, nel suo proprio domicilio di cavalier dell’Annunziata, ed ecco il brano di verbale dell’esame del teste Cavaliere:


A domanda, se sia vero quanto afferma il Tanlongo a suo discarico. che cioè il dichiarante abbia raccomandato più volte l’onorevole Chiara ed altri ecc., ed invitato a dare dilucidaziani, ecc. risponde:

“Il Tanlongo s’inganna non avendo io mai raccomandato alcuno per isconto di cambiali alla sua banca”.

(Esame Crispi Cav. Fr. 4 Proc. Banca Rom. esame 21 maggio)


Il Crispi deponeva questo al giudice a faccia franca, il 21 maggio, e badate che non ci è sbaglio di memoria possibile, perché la stessa domanda gliela rinfrescava e non si trattava di somme di un centesimo; solo, egli credeva di farla franca, non pensando, quel giorno 21 maggio, che Bernardo Tanlongo quattro mesi più tardi, gli giuocasse il brutto tiro di pubblicargli il libro verde ove si legge:


Roma, 6-9-89

I.

Onoratissimo Comm. Tanlongo

Dal presidente del Consiglio dei ministri.

Caro Commendatore,

l’on. deputato Roberto Galli le recherà questa mia. Abbia la bontà di consentirgli il favore che le domanderà.

Con anticipati ringraziamenti.

aff. CRISPI


(Postilla di Tanlongo: Il favore domandato è stato quello di favorire l’onorevole Galli che stante la raccomandazione del presidente del Consiglio ho dovuto ajutare - 9 sett. B.T.)


12 ottobre, 90

II. Il Comm. Tanlongo riceverà l’on. Pietro Chiara e vorrà (addirittura l’imperativo!) essergli gentile come altra volta.

F. CRISPI


E così via di seguito: omettiamo per risparmio di tempo gli altri biglietti di Crispi a Tanlongo che sono là nel libro verde e gli altri per Cucchi, per Cardella ecc., di Crispi al “caro Comm. Tanlongo” che sono là nel processo della Banca Romana.

Ora apriamo la busta IV del plico Giolitti, e leggiamo nel primo elenco del registro dell’ispettore Martuscelli:


N. 420. Cedenti Chiara Pietra e Nicola; ordine Banca Romana. Effetti per L. 389.404 e cent. 70 andati in sofferenza nel gennajo 1862. Sino al 10 gennajo 1893 (cioè fin a dopo le scoperte delle ispezioni): “non si è pagato nulla”.

Consta agli impiegati della Banca che i vari sconti delle cambiali furono fatti in seguito a vivissime raccomandazioni di F. Crispi.


E il comm. Martuscelli ispettore sapeva le cose tanto bene e meritava tal fede intera che il senatore Finali nel proprio interrogatorio, richiesto d’informare sui risultati dell’ispezione alla Banca Romana “volendo non dire che cose di matematica esattezza” se ne riferiva “in tutto all’ispettore Martuscelli per ogni particolare!”.

Ebbene per mesi e mesi, dopo la relazione dei Cinque, si è seguitato - lo ricordate? - nei giornali che Crispi paga non del suo - a dare del bugiardo - come oggi a me - a Bernardo Tanlongo - meno male - e all’ispettore Martuscelli!

Chi fosse il bugiardo ora si vede!

E d’ora innanzi tra Crispi e un Bernardo Tanlongo sappiam, da un atto ufficiale, che è... Tanlongo che merita più fede! E l’altro vorrebbe... che gli credessero per Herz!

Ma qui si vede qualche cosa di più. Se anche da ogni parte non trapelasse che il Chiara non è che un prestanome, o per usare una frase precisa dell’ispettore Martuscelli “una testa di legno”, anche se la raccomandazione non fosse resa più immorale dalla parentela, dall’enormezza della cifra, dall’insolvenza del debito - abbiamo nella falsa testimonianza del Crispi la prova - dico meglio, la confessione - ch’egli sapeva di non aver fatto cosa né corretta, né lecita: altrimenti non avrebbe, per nasconderla, ricorso a quell’altra cosa scorretta e illecita, che si chiama... una deposizione falsa!

Mi direte che se, come tale, essa è contemplata dall’art. 214 del Codice Penale, va però esente da pena, per il successivo art. 215, “chi innanzi al giudice manifestando il vero, esporrebbe inevitabilmente sé medesimo a grave nocumento nell’onore”.

Ma questa stessa dizione del Codice, sopprimendo la pena materiale, aggrava la figura morale del teste falso! E certo infatti non era onorevole, per un capo di governo, intimare favori per un parente a quella Banca Romana di cui per solenne dichiarazione e censura del Comitato dei Sette il Crispi conosceva da un anno il criminoso segreto!

Ebbene io domando: se qualche cosa di simile l’avessi fatto io, mi lascerebbero oggi nella Camera sedere? o dove dovrei andare a nascondermi?


Ma anche il falso del 1893 è cosa vecchia! Infatti son corsi due anni. Volete dei falsi proprio più freschi? O almeno una qualche complicità in falso, per poter credere al signor Crispi - quando smentisce - ad occhi chiusi? Ecco il signor Crispi, in piena Camera, chiamato a dar conto dei tribunali statari, annunzia solennemente di “avere in mano documenti schiaccianti”.

E trionfalmente li presenta, li legge, fa fremere la Camera e le strappa il voto che è costato a tanti la galera!

Quanti sono gli schiaccianti documenti? due soli! il trattato di Bisacquino e il proclama dei Vespri firmatissimo. Neanche a farlo apposta... due falsi in una volta!

Altro che il bugiardo di Goldoni! Adagio, sento dirmi! lui non sapeva di presentare due falsi! lui non sapeva di ingannare la Camera! questo s’è scoperto dal processo, poi!

Ebbene, no! proprio dal processo si è scoperto - e fu l’avvocato fiscale Soddu-Millo che l’annunziò - che il trattato di Bisacquino; parto letterario del delegato di questura Morandi, era già stato nell’ottobre 1893 - cioè mesi prima che il signor Crispi osasse con esso mistificare la Camera, dichiarato dal sotto prefetto di Corleone non degno, per il suo tenore grottesco, di essere trasmesso alle autorità superiori.

L’avvocato stesso fiscale non esitò a dichiararlo una fantasticheria e bastava infatti a qualunque galantuomo, per capirlo tale, un atomo solo di serietà e di buona fede. Nossignori, arriva Francesco Crispi, e in mano sua ritorna buono, per salvare la patria e mistificare la Camera, il documento falso, già come tale ripudiato dalle autorità!

E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!

Ma c’è l’altro documento falso; è il proclama insurrezionale dei vespri - firmatissimo - parto della vendetta di un cancelliere di pretura contro il marito della donna che lo respinse.

Qui almeno, sento dirmi, era il Crispi in buona fede! Volete vederla la buona fede?


Atti Ufficiali della Camera, seduta 28 febbraio 1894:

Crispi, presidente del Consiglio: “A dare un concetto dei proclami che si spargevano nei comuni, ne leggerò uno solo che vale per tutti”.


E qui legge il proclama:


“Operai figli del Vespro! ancora dormite? morte al re, agli impiegati, fuoco al municipio e al casino dei civili [ecc. ecc. ecc.]”.

Prampolini: “È firmato?”

Crispi, presidente del Consiglio: “E’ firmatissimo. (Ilarità). Tutto risulterà dal processo”.


Ebbene era falso che quell’appello fosse stato sparso nei comuni, era falso che fosse stato pubblicato e letto da anima viva, tranne il suo autore; era falso che mentre Crispi lo leggeva, fosse, nonché firmatissimo, neppure semplicemente firmato!

La firma era una menzogna del signor Crispi, lì per lì, per far colpo sulla Camera, e che nella sua stessa invenzione lo provava consapevole della falsità dell’atto che leggeva!

E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!


Ora io riapro il Codice Penale e nel titolo delitti contro la fede pubblica trovo all’art. 276 che il pubblico ufficiale (mettiamo che sia tale... il Presidente del Consiglio!) “che ricevendo o firmando un atto, nell’esercizio delle sue funzioni, attesta come veri fatti e dichiarazioni non conformi a verità, od omette o altera (come sarebbe, nevvero? inventare una firma) le dichiarazioni ricevute, ove ne possa derivare pubblico o privato nocumento è punito con la pena dell’articolo precedente” cioè con la reclusione da cinque a dodici anni.

Altro che nocumento! quante centinaia di anni di galera di più costarono quei documenti falsi presentati dal signor Crispi come ministro, e fatti scrivere negli Atti ufficiali della Camera, per carpirle un voto!

Voi mi dite che alla reclusione il Crispi non ci va - né per dodici anni, né per cinque - perché si tratta, anche per lui, di un reato che è coperto dall’immunità parlamentare: ringrazi dunque la sua buona stella e la suprema Corte di Cassazione che quella immunità l’ha fatta valere, altrimenti vede a che guaio, colle sue teorie, andava incontro! E come si troverebbe a mal partito con chi gli adoperasse il grande argomento de’ suoi scribi, e gli chiedesse: ma è lecito servirsi del manto dell’immunità per diffamare, non già un solo cittadino né due, ma centinaia, e adoperare carte false per mandarli al reclusorio?


Ma le son cose del febbraio dell’anno scorso! Son passati quindici mesi! cose vecchie! Vogliamo una qualche complicità in falso più fresca, più fresca ancora!

Siete proprio incontentabili. Pigliate allora il memoriale Marescalchi, e leggetevi trascritto nel suo testo, il rapporto falso del questore Sangiorgi, inventante di sana pianta il tenore di un discorso pubblico non mai tenuto, per mandare un povero diavolo al domicilio coatto!

Il falso, voi mi dite, è un reato del questore! I tre giudici della Commissione, cioè Marescaichi e i due magistrati, non ne vollero sapere! Benissimo. Adesso leggete la lettera di Crispi al prefetto Giura con cui ammonisce acerbamente il Marescalchi che il suo preciso dovere era di prestar mano a quel rapporto falso e a tutti gli altri della questura e che associandosi invece ai due magistrati nel respingerlo, egli ha tradito il proprio dovere.

Se il falso documento non ha servito, convenitene, non è colpa del signor Crispi che ha fatto di tutto per farlo valere!


Ma e l’affare Herz? Abbiate pazienza, che verremo anche a quello. Dovendo prima mettere bene in sodo che quando Crispi e i suoi scribi smentiscono una cosa potete giurare a occhi chiusi che è vera, sebbene ce ne sia già d’avanzo, amo finire la dimostrazione, tanto più che l’affare Herz non è che l’anello di una catena. Vi sognate voi qualche cosa di lontanamente simile che fosse stato possibile con uomini i quali si chiamassero Quintino Sella o Lanza o Feracciù o Baccarini? Quell’affare fu possibile, perché c’era al potere chi, nel metter a frutto gli uffici pubblici, non aveva mai in sua vita patito di scrupoli. Ed è appunto perché questo vizio salta fuori ad ogni piè sospinto dalle pagine della sua vita, che a furia di leggerne tante, si trova essere di troppo questa pagina di più.

Vi ricordate l’ultimo giorno della Camera? Presentata la relazione dei Cinque e sorta su di essa la discussione, Francesco Crispi, livido, s’alzò a dichiarare che “era tutto un tessuto di perfidie e di menzogne”.

E ad ogni buon conto da lì a un’ora scappava.

Già: perfidie e menzogne anche gli elenchi del commendatore Martuscelli, ispettore della Banca, corrispondenti, cifra per cifra, data per data, numero d’ordine per numero d’ordine, ai registri ispezionati della Banca e a tutti i documenti del processo!

Perfidie e menzogne anche la lettera 16 febbraio 1894 del comm. Mazzino, reggente della Banca in persona, che in questa sua qualità trascriveva semplicemente dai registri una nota degli effetti di casa Crispi esistenti presso la Banca e rimasti, fino alla scoperta dell’inchiesta, insoddisfatti ed occulti.


Questo mi ricorda perfettamente un aneddoto della penultima seduta della Commissione dei Cinque.

L’onorevole Cibrario, della maggioranza, eletto relatore con tre voti contro due, quello di Carmine e il mio, leggendoci la sua relazione, descrivente il contenuto delle buste, devoto a Crispi, ma galantuomo, si studiava conciliare capra e cavoli, il tenore dei documenti col dispiacere che gli recavano. Arrivato alla lettera del reggente Mazzino nella relazione se la cavava così:


“Lettera in foglio intestato Banca Romana riferentesi ad alcune dicerie (!!!) che circolavano nella Banca Romana.”


“Ferma un momento”, dico io. “Mi pare, amico Cibrario che tu sbagli. Prego l’amico presidente (Damiani) di avere a buon conto la bontà di rileggere il documento lettera Mazzino”. E porgo, estraendola dal plico, la lettera al presidente che legge:


BANCA ROMANA

Roma, 16 febbraio 1894

Eccellenza,

in risposta alla richiesta confidenziale fattami da V.E. ho l’onore di rassegnarle i seguenti schiarimenti, quali risultano dalla contabilità della Banca e dalle dichiarazioni dei capi uffici preposti alli medesimi.

Esiste allo sconto un effetto cambiario, creato il 20 dicembre 1892, con scadenza 31 marzo 1893, portante l’accettazione del signor Palumbo Cardella e la gira di S.E. Francesco Crispi.

Esiste inoltre un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in nome di Valli Gio.Batta per conto L.C., che secondo i capi servizio (non essendo ciò stato mai a mia cognizione) significa Donna Lina Crispi per lire 14.000 e più gl’interessi dal 15 ottobre 1890.

Esiste infine una partita a debito della signora Lina Crispi di lire 4305.15 per controvaluta di fiorini 1969,91, pagate dalla Banca per la detta signora con lettera di credito, più gl’interessi dal 4 settembre 1890.

Esiste poi un debito a carico dei signori Pietro e Nicola Chiara per la somma di lire 390.404,70 contro i quali si stanno facendo gli atti giudiziali a Palermo.

Ho l’onore di rassegnarmi dall’E.V. devotissimo

B. MAZZINO


Ma il presidente non arrivò della lettura neanche in fine: perché dopo il primo esiste, il secondo esiste, il terzo esiste, arrivato alla quarta parola esiste, ho chiesto pacatamente al relatore:

“Amico Cibrario, ti pare che siano dicerie?”

E lui lealmente: “Hai perfettamente ragione; non mi ricordavo più il tenore.” E cancellò lì sull’atto tutto quanto l’inciso. Non dico che lo facesse con piacere. [...]


Volete vedere come eran cose sapute? Nella lettera Mazzino il secondo esiste riguarda un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in nome di Valli Gio. Batta per Conto L.C. per lire 14 mila e più gli interessi dal 15 ottobre 1890.

Questo conto corrente così figura nell’elenco autentico del Martuscelli:


Valli Gio. Batta per conto L.C.

Ricevute il 15 luglio 1890 lire 14.000, meno lire 214 per interessi a tutto il 14 ottobre successivo.

Debito al 10 gennaio 1893... lire 14.000 (!!!). Non si pagano e neppure si liquidano interessi.


Ciò è enorme, nevvero? siamo d’accordo: ed è anche più enorme il leggere nell’elenco dell’ispettore Martuscelli queste precise parole (riconfermate nella lettera del reggente Mazzino):


Consta alla Banca Romana che le iniziali L.C. significano Lina Crispi.


Ossia la moglie di quello stesso deputato che mentre ancora di questo debito nemmeno si pagavano e nemmeno si liquidavano gli interessi, si opponeva all’inchiesta sulla Banca Romana!


E avete lasciato passar di questa roba sapendolo? domandai in dicembre scorso ad uno dei Sette.

“Lo sapevamo così poco”, mi rispose, “che ci si era persin fatto credere che quelle iniziali L.C. significassero... Lamberto Colonna o Lazzaroni Cesare!”.

E basti per saggio.

“E lo stesso Mazzino se avesse fatto innanzi a noi le rivelazioni precise specificate che si trovano nella lettera sua al Giolitti, è chiaro e certo che il Comitato avrebbe fatto altre indagini e non avrebbe indietreggiato avanti ad un giudizio anche più severo. Nel fatto, così come sono le indicazioni della lettera Mazzino, sono per la maggior parte, per me e per i miei colleghi dei Sette una novità”.

Altro che cose vecchie e sapute!


Ma torniamo al primo fatto della lettera Mazzino, ossia torniamo dalla moglie al marito.

Quando io la prima volta fermai l’occhio, con istupore e disgusto, nei documenti dei Cinque, sul fatto gravissimo dell’effetto Crispi 29 dicembre ‘92, a distanza di pochi giorni dal discorso di Crispi del 20 nella Camera, contro l’inchiesta della Banca Romana, non aveva ancora tutta intera dinanzi, ne’ suoi precisi contorni, definiti dal codice penale, e da quello dei galantuomini, la enormezza del fatto. E basti dire ch’era sfuggito a me, com’era sfuggito a tutti.

Appena il fatto fu segnalato e l’enormezza cominciò a trasparire, la Riforma e gli altri salariati misero avanti le mani e negarono sfacciatamente che il Crispi, il 20 dicembre, avesse difeso nella Camera la Banca! Capivano che una volta assodato questo, siccome le date parlavano, la concussione era lampante (come lo è).

Ahimè! il deputato Crispi nella seduta del 20 dicembre aveva fatto più che difendere la Banca Romana!

Presentata da Napoleone Colajanni la domanda dell’inchiesta fieramente contrastata dal Miceli e da altri, i quali sapevano come stavano, il più violento e più astuto nell’opporsi alla domanda onesta fu il Crispi. E doveva essere ben forte l’interesse che lo moveva ad unirsi al governo perché fosse respinta, da fargli dimenticare persino il suo odio personale contro il Giolitti. Impedire quel giorno la inchiesta sui fatti criminosi e segreti che la Banca Romana celava nel seno, era ben più che difenderla! era salvarla addirittura!

E Francesco Crispi quel giorno la salvò!

Oggi che tutta Italia ha saputo quali erano le oneste cose che quel giorno si vollero nascondere e ha saputo dal solenne verdetto dei Sette che Francesco Crispi in quel dì le conosceva - oggi è alla luce vergognosa di quelle rivelazioni di poi, che io consegno alla gogna della storia parlamentare le parole di Francesco Crispi in quella tornata del 20 dicembre, e poi vedremo - per triste colmo di scandalo - qual era la posizione personale del signor Crispi in quel preciso momento che dal suo stallo di deputato compiva parlando il brutto ufficio. E si comprenderà perché al darne conto abbia preferito il 15 dicembre fuggire.


Tornata del 20 dicembre 1892 (Atti ufficiali):


Crispi: Non mi sarei atteso che si fosse venuto dopo quattro anni alla Camera a parlare di fatti già quasi giudicati (!) e per moltissimi dei quali si è già provveduto (!).

L’inchiesta parlamentare non si può, non si deve votare. Non si deve perché non sarebbe atto patriottico, mi scusi l’on. Colajanni, il votarla.

Inchieste ne furono fatte parecchie. Alcune ordinate sotto il mio ministero furono rigorosissime.

Non ho nulla da aggiungere alle parole del mio caro amico Miceli, il quale, colla onestà che lo distingue, ha raccontato le cose come sono andate.

I parlamenti hanno un dovere: quello della prudenza nelle loro deliberazioni.

Possiamo discutere tra di noi; accusarci tra di noi; ma non possiamo accusare quelli che non sono qui (cioè Tanlongo). (Bravo! Benissimo!)

L’on. Colajanni vorrebbe costituire un Comitato di salute pubblica: non ne è il tempo. (Ilarità).

Colajanni: Ci arriveremo.

Crispi: Non ci arriverete. Sono sogni d’infermo. (Interruzione dell’on. Colajanni: Benissimo). Ho combattuto contro altri più forti di voi, e se volete continuare sopra una via che non è la nostra, sbagliate.

Colajanni: Potrei rispondere malamente.

Crispi: Potete rispondere come volete, troverete la replica. Il nostro credito all’estero peggiorerebbe per una inchiesta parlamentare. Quanto all’opera nostra dell’89 non abbiamo che a lodarcene. Se momenti critici non fossero sopraggiunti, saremmo venuti alla Camera con un disegno di legge che avrebbe una volta per sempre riparato all’anarchia bancaria.


(Il disegno di legge, di cui qui si parla, non occorre dirlo, era il famoso disegno per la Banca Unica, alla quale il ministro, salito al potere col programma della Sinistra, della pluralità delle Banche, s’era rapidamente convertito in pro della Banca Nazionale... avendo pudicamente acceso con essa il grazioso prestito delle 254 mila lire, tenuto clandestino, e sotto condizione di non pagare, stando al potere, un centesimo né di interessi, né di capitale. Simonia di cui la storia delle corruzioni parlamentari non ricorda più tipico esempio). [...]

E il discorso non è che una pallida illustrazione del contegno del signor Crispi, mentre il Colajanni faceva contro la Banca la sua formidabile requisitoria; contegno così irritato e provocante, che avendolo i deputati dell’Estrema, a lui vicini, invitato a chetarsi, rispose rabbioso a Caldesi, a Garavetti e agli altri lì presso: “Tanlongo ha dei milioni da seppellirvi tutti quanti!”. [...]

Che Crispi fosse; quel dì 20 dicembre in cui salvava dalla inchiesta Tanlongo e la sua Banca, debitore clandestino di effetti ingenti in sofferenza alla Banca Romana, risulta ormai ad esuberanza dai documenti dell’inchiesta.

Ed è chiarito con la maggior precisione dal trovarsi quegli effetti Crispi nella nota dei titoli d’indole clandestina, consegnati da Lazzaroni a Tanlongo: dall’interrogatorio Lazzaroni 14 aprile ‘93 da cui è assodato come i tre effetti Crispi (uno di 10.000 a scadenza 15 gennaio ‘93, uno di 25.000 a scadenza 30 febbraio, l’altro di 20.000 a scadenza in bianco) appartenessero: “alle operazioni riservate che non passavano per la trafila ordinaria della Banca”. [...]

Ma qualche cosa di ben più grave del debito occulto in corso è il favore nuovo che il signor Crispi non si vergognò di mandar a chiedere a Tanlongo immediatamente dopo resogli nella Camera, come deputato, l’immenso servizio del 20 dicembre 1892.

Questo favore è descritto nella terza operazione dell’elenco n. 11 dell’ispettore Martuscelli il qual elenco è il seguente:


Atti Parlamentari n. 76 a.

Portafogli. Situazione al 10 gennaio 1893.

Operazione n. 94 del 5 gennaio 1893.

Bufardeci Emilio cedente dell’effetto n. 374, accettato da Bufardeci Sebastiano per L.13.000 - scadenza 3 aprile 1893. - Si crede nella Banca Romana che questi effetti sieno Stati scontati nell’interesse della famiglia Crispi.

Operazione n. 9251 dell’8 novembre 1892.

Campagnano Vitale di Raffaele, negoziante in mercerie, cedente degli effetti n. 28.684 a 28.687, accettati da Campagnano Raffaele, per L.16.000, scadenza 8 febbraio 1893. L’8 febbraio 1893, con operazione n. 940 bis, gli effetti furono rinnovati, coi n. 2.592 a 2.595, con riduzione a lire 15.900.

Secondo dichiarazione verbale dello stesso Campagnano Vitale, gli effetti sarebbero dipendenti da acquisti non pagati da Lina Crispi.

Operazione n. 10.757 del 20 dicembre 1892.

Crispi Francesco cedente dell’effetto n. 34.526 accettato da Giuseppe Palumbo Cardella per lire 20.000 scadenza 28 marzo 1893.


Come vedesi questo terzo dagli effetti tenuti amorosamente in portafogli (tralascio di consegnare all’ammirazione gli altri due precedenti) porta la data del 29 dicembre, vale a dire di nove giorni appena dopo il servizio reso dal Crispi, come deputato, a Tanlongo il 20 dicembre.

Domando a chiunque abbia senso elementare di onestà con che nome nel codice dei galantuomini chiamasi... lo sposalizio di quelle due date.

Ma aspettate ancora! Trattandosi di sposalizio, è giusto che per Crispi le date siano almeno tre; frugate in una noticina piccina piccina, rincantucciata in calce alla nota degli effetti Crispi, e scoprirete che questo effetto è il medesimo, di cui l’elenco Martuscelli ha rettificato la data che era segnata per isbaglio 19 dicembre, invece di 29 dicembre.

Dice la noticina:


Questo effetto (di 20 mila lire senza scadenza) che al 24 dicembre 1892 risulta come sospeso di cassa nella verifica di detto giorno, come dal libro sequestrato ed in atti, venne caricato in portafogli il 19 dicembre 1892 con la scadenza del 28 marzo 1893, epoca in cui venne pagato.


L’errore di stampa che ha cambiato il 29 in 19 è evidente dal contesto e dal confronto coll’elenco Martuscelli: resta adunque inoppugnabilmente accertato che non al 29, ma al 24 dicembre, quattro giorni soli dopo il discorso, l’onorevole oratore, difensore di Taniongo nella Camera, aveva già ottenuto dal medesimo il riconoscente ricambio del servizio resogli; ossia, supposto che non più di un giorno sia intercorso per la richiesta, il favore fu domandato quando non erano ancora asciutte le bozze stenografiche del discorso del 20!

E l’uomo che reclamava in quel momento questo onesto scambio di servigi, era quegli a cui Taniongo non poteva nulla negare, perché egli, Crispi, teneva in pugno da due anni, come incautamente confessò, e come i Sette constatarono, il segreto delle “cose da Corte d’Assise” che il 20 dicembre volle sottrarre alla luce!

Ed ora che il fatto è accertato e fuor di qualunque discussione, ossia ora che abbiamo nel documento Martuscelli, rischiarante i documenti dei Sette, la prova che su questo punto, come su quello delle raccomandazioni indarno negate dal Crispi al giudice, il Tanlongo ha confessato la pura verità - possiamo su questo punto dare al Tanlongo la parola:


“Anche il Crispi ha una cambiale di 5000 ed una di 20.000 lire fatta pochi giorni prima del mio arresto, che ne domandò 60.000 e che dovetti limitarmi a motivo della circolazione, che con il ritiro avvenuto dei depositi di conti correnti era quasi tutta emessa.

Oltre a lui, vi sono alcune cambialette della sua signora, che faceva figurare come concessionario un mercante ebreo di tessuti.” (Relazione dei Cinque - lettera Tanlongo 17 luglio 1893).


E le 55.000 lire sono infatti esattamente la somma comprovata dai due documenti sequestrati n. 157 e 190 del Processo della Banca; le 20.000 di “pochi giorni prima dell’arresto” (che fu il 19 gennaio) sono quelle dell’effetto caricato in portafoglio il 29 dicembre; (sospeso di Cassa del 24 dicembre); il mercante ebreo di tessuti prestanome della signora è il Raffaele Campagnano, come risulta dal documento Martuscelli e amplissimamente dalle 102 lettere private di Lina Crispi al maggiordomo Lanti che la Commissione dei Cinque, a mia proposta, decise di restituire. Vale a dire, il Tanlongo nella sua lettera risulta su questo punto veritiero ed esatto fino allo scrupolo: come lo era quando affermò al giudice le raccomandazioni di Crispi da questi al giudice negate: motivo per cui diventa preziosa e indiscutibile la sua confessione (14 aprile) che “quell’effetto delle 20.000 non figurava nemmeno sui registri della Banca” (la clandestinità è già provata) e la edificante rivelazione che quelle povere ventimila rappresentano una riduzione della domanda primitiva! l’onesto Crispi, - da oratore che si rispetta e da avvocato principe - aveva valutato il suo discorso del 20 dicembre al triplo - e aveva chiesto uno sconto di sessantamila!

E colto così colla mano nel sacco, il signor Crispi se ne va a faccia fresca a raccontare al giudice Capriolo ed ai Sette che le cambiali presso la Banca Romana “furono alla scadenza pagate!”. Bella forza! [...]

Il signor Crispi si faceva bello di aver saldato i suoi effetti - giacenti clandestini fino al principio del ‘93 - dopo che l’ispezione Martuscelli e le perquisizioni e il processo dalla Banca avevano pontato alla loro scoperta!

E fino a che le scoperte non vennero, fino al giorno dell’arresto di Tanlongo, casa Crispi faceva onore ai suoi effetti nel modo che l’ispettore Martuscelli al 25 febbraio ‘93 descrive: “nemmeno si pagano e nemmeno si liquidano gli interessi!”

Tornando all’effetto del 24-29 dicembre, cioè all’onesto clandestino compenso del discorso del 20 dicembre - (che se fosse stato scoperto a me, mi avrebbe obbligato ad uscir sui due piedi dal Parlamento) mi sono tenuto ai documenti noti ed acquisiti i quali - come vedesi - esuberano alla dimostrazione del reato.

Solo ad abbondanza qui ripeto quanto dissi già, che nelle lettere della signora Crispi Barbagallo, - non quelle a Lanti, restituite dai Cinque, ma quelle a Bernardo Tanlongo di cui parla l’elenco 7 febbraio del delegato di P.S. Rinaldi, e di cui è cenno incompletissimo e superficiale negli appunti consegnati ai Sette - lettere che si trovano giacenti e nascoste fra gli undicimila atti del Processo della Banca Romana - se ne ritrova precisamente una della fine di dicembre ‘92, che collega il discorso fatto dal marito alla Camera in difesa della Banca, con una nuova domanda di danaro alla stessa! [...]


Dunque riassumiamo:


- È provato che l’onorevole Crispi dal 1889, “come Presidente del Consiglio conobbe la situazione della Banca Romana, qual era, dalla relazione Biagini” cioè conobbe i reati da Corte d’Assise in essa descritti “ma credé opportuno di passarli sotto silenzio”.

- È provato che tenendo in pugno con un siffatto segreto, acquisito per ragion del suo ufficio, l’istituto e il governatore colpevole che non poteva perciò nulla rifiutargli, (e questa è la circostanza per la quale il caso del signor Crispi è enormemente più scandaloso e più grave di quello di tutti gli altri deplorati, i quali bensì pregavano favori illeciti, ma non avevan armi in mano da imporli) il signor Crispi onestamente se ne valse per farsi scontare effetti sopra effetti di favore, che ancora al 20 dicembre ‘92, mentr’egli salvava nella Camera il Tanlongo, ammontavano a L. 55.000, (senza contar le 50.000 estorte per l’elezione del V collegio di Roma e senza contare le altre sofferenze di famiglia); e se ne valse, inoltre per obbligare il governatore, che era, come vedesi, alla sua mercé, ad altri uguali favori ai propri intimi. [...]

- E’ provato che appena ebbe il 20 dicembre ‘92 col suo discorso nella Camera salvato l’Istituto e il governatore colpevole dalla inchiesta proposta da Colajanni, ne approfittò per farsi dar subito il 24 dicembre - oltre quelle che già doveva - altre lire 20.000 sapendo il governatore nell’impossibilità di negargliele.


E se questi non costituiscono nella più precisa forma i reati di concussione e corruzione, contemplati alti articoli 169, 170 e 171 del Codice Penale, tutti e tre questi articoli si potrebbero cancellare dal Codice.

E siccome questi rientrano nella categoria dei reati pei quali non pare che esista immunità parlamentare (lo provò Rocco De Zerbi la cui opera nella Commissione parlamentare, per valida che fosse, non ebbe tuttavia l’influenza solenne e perversa del discorso 20 dicembre che permise alla Banca, da Crispi salvata in quel dì, di far perdere allo Stato degli altri milioni), così, o il signor Crispi ne dà spiegazione alla Camera o dovrà altri occuparsene pei diritti della pubblica accusa.