Lettera di Ciro Menotti alla moglie

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Giovanni Canevazzi

1916 L Lettere/Risorgimento/Testamenti La vera ultima lettera di Ciro Menotti alla moglie Intestazione 10 maggio 2015 75% Da definire

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LA VERA ULTIMA LETTERA DI CIRO MENOTTI A S.E. Paolo Boselli, presidente del Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, devotamente.


È noto a tutti che Ciro Menotti, poco avanti di salire il patibolo, scrisse una bella e commovente lettera alla moglie Francesca Moreali. La lettera fu consegnata dal condannato al prevosto della chiesa della Cittadella, da cui dipendeva l’ergastolo, don Francesco Bernardi, perchè la consegnasse alla desolata consorte. Il sacerdote, per cui escludo ogni colpa, non ebbe sufficiente presenza di spirito per eseguire la suprema volontà del Menotti, e preso da timore ritardò così il compimento dell’incarico, chè il capo della polizia estense riuscì a ghermigli il prezioso deposito, e la lettera non pervenne nelle mani della Menotti.

La lettera fu allegata alla posizione riguardante il Menotti e conservata nell’Archivio segreto di Buon Governo, come nella posizione che concerneva l’altro compagno di sacrificio, Vincenzo Borelli, fu inserta la lettera che quest’ultimo scrisse alla consorte, Maria Berselli, e che oggi è posseduta dal Museo locale del Risorgimento, per deposito fattone dal detentore cav. prof. Pio Sabbatino della nostra Università, il quale la ebbe dai Berselli, suoi parenti e provati patrioti.

Nel 1848, fuggito il duca, per poco però, il Governo provvisorio, la famiglia, gli amici del Menotti, vollero onorare la memoria dell’infelice Ciro con una commemorazione al cimitero di S. Cataldo; ad essa fa cenno anche il Vannucci nei suoi «’’Martiri della libertà italiana’’».

I resti però del Menotti furono dissotterrati nel ’68 dal Camposanto di Modena e trasferiti in quello della Villa Spezzano in Comune di Fiorano, dove i Menotti avevano i loro beni e dove furono mano mano sepolti. Nel mio articolo «’’La tomba dei Menotti’’», inserito nel Numero unico... ’’a corso accelerato’’! (dedicato agli allievi della Scuola Militare, Modena 13 luglio 1915) infatti si legge: «A lato della chiesa si estende il Cimitero, comune sì alle spoglie del più umile che incallì le mani nel faticoso lavoro campestre, come a quelle del dovizioso signore, in tempi men liberi feudatario del paese. Ivi pure, a mano sinistra di chi entra, distinta da una semplice e bassa lapide di marmo bianco, è la tomba che raccoglie i resti dei Menotti. Non conforto di fiori, non ristoro di ombre, non soffio d’arte, non omaggio alcuno di ricordo!.... ma indifferenza di governo, abbandono di famigliari superstiti, trascuranza di popolo!...

Nella tomba sotterranea ad arca dormono il sonno senza risveglio, oltre Ciro, i cui resti esumati dal cimitero di Modena, vi furono deposti il 16 luglio 1868, l’unica figlia, Polissena, dalle sembianze fini e pensose, ravvivate dal pennello malatestiano all’occhio del visitatore della Galleria d’arte moderna in Roma, morta trentanovenne il 21 febbraio 1860; la consorte Francesca, deceduta l’anno seguente, nell’agosto; Adolfo, il secondogenito, passato a miglior vita in un tramonto primaverile del 1888, e Massimiliano, già generale dell’esercito italiano, già deputato al Parlamento nazionale, spirato la sera del 9 giugno 1889 e onorevolmente sepolto tre giorni dopo.

Soltanto il primogenito, Achille, mente colta, spirito eletto, non è con gli altri, chè morto a Torino il 29 giugno del ’78, ivi per espresso volere le sue ceneri riposano e riposeranno, a meno che iniziativa riconoscente di uomini non ripari degnamente al deplorevole oblìo che ingiusto avvolge la sepoltura dei Menotti».

Nell’occasione delle onoranze postume rese al Menotti e al Borelli, le lettere suindicate vennero tratte dall’Archivio segreto dei Duca e consegnate alle famiglie dei due suppliziati.

Atto Vannucci, presente e partecipe alla commemorazione, commosso dalla lettura della lettera ebbe cura, per quanto si ritiene, perchè essa fosse stampata, e l’originale fu poi sempre conservato gelosamente, fino a qualche anno fa, dagli eredi del Menotti.

Francesco Bertolini s’augurava meco un giorno, in cui io accompagnava lui e il Brizio in una visita alle raccolte modenesi, che il Comune di Modena lo avesse potuto avere in un qualsiasi modo dalla famiglia, per esporlo quale prezioso cimelio del patrio Museo. A tanto non si potè mai pervenire; tre o quattro anni sono però, non so per ufficio di chi, il Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento lo acquistava.

Il segretario del Comitato anzidetto, il comm. prof. Ettore Zoccoli, ancorchè in vari e gravi uffici occupato, ricordevole sempre della sua Modena, certo di fare cosa buona e grata, donava di recente al locale Museo del Risorgimento una fedelissima e bellissima riproduzione in fotitipia di quello che possiamo dire il testamento di Ciro Menotti.

La lettera, siccome è conosciuta, fece nascere in qualcuno il dubbio che essa potesse essere apogrifa, che l’originale non fosse mai esistito e che si trattasse di una creazione artificiosa per svegliare intorno al patriota un senso di favorevole commovimento.

A parte quest’ultimo e meschino sospetto, dirò che il dubbio che la lettera fosse apogrifa sorse a rispettabili studiosi per ragioni filologiche.

Nella lettera a stampa vi sono intatti delle forme, dei costrutti, dei collegamenti che risentono del ricercato, non solo non verosimili in un uomo ohe scrive mentre sta per salire al patibolo, ma non frequenti, all’epoca del Menotti, neppure in chi versasse in condizioni di spirito normale.

Ho voluto procedere ad un esame fra l’autografo dell’ultima lettera del Menotti, e quello di altre lettere del medesimo, e ad un confronto tra l’autografo medesimo e la lettera a stampa.

Dall’esame risulta facilmente indubbia l’autenticità della lettera per caratteristiche diverse della grafia e per un certo particolare ordine di costruire e di rendere il pensiero; dal confronto poi procede la mia modesta, ma sincera opinione che la lettera quale fu veramente scritta del Menotti è più bella di quella che noi leggemmo e imparammo in una redazione che ha la pretesa di averla acconciata e corretta.

La lettera è stesa su carta formato piccolo protocollo; è di color azzurrognolo; occupa tre pagine intere e nel retro della quarta vi è l’annotazione seguente: «’’Modena, 31 maggio 1848. La presente col contenuto è stata rinvenuta negli atti del cessato Ministero di Buon Governo. Il delegato al dipartimento della Polizia. — Zironi. L. Baraldi Vice Segretario’’». A destra della pagina, da un lato, il timbro con la seguente dicitura: «’’Governo provvisorio, delegazione alla polizia’’».

Il Menotti, che aveva una calligrafia chiara, uguale, decisa, nell’ultima sua lettera, data l’emozione da cui doveva essere pervaso, usò una calligrafia alquanto disuguale e affrettata, i pensieri alle volte mancano di nesso, sono gettati giù con nervosità, trepidante, causa di errori, di omissioni, di trascuratezze, di trasposizioni; pentimenti però non ve ne hanno; si riscontra una sola correzione, nella data.

L’infelice pare avesse infatti scritto aprile, corretto alla meglio in maggio. A proposito non si può tralasciare di rilevare che la data fin qui fu errata nell’ora. L’originale dice chiaramente e semplicemente: «’’alle 3 ½ del 26 maggio 1831’’»: nella redazione ritoccata1 si legge invece: «’’alle 5 e ½ antimeridiane 26 maggio 1831’’».

D’ora innanzi converrà correggere e dire che Giro Menotti scrisse la famosa lettera non due ore avanti di affrontare il supplizio, ma quattro. Differenza di poco, si dirà, è vero, ma non senza un certo valore, se si pensa che l’aver scritta la lettera due ore prima soltanto del supplizio, quando cioè Menotti stava per prepararsi al passo supremo, era argomento per dubitare della autenticità della lettera. L’averla scritta invece quattro ore avanti indebolisce l’argomento, e spiega meglio la fermezza con cui fu vergata la lettera, fermezza che, è provato, perdette il patriota mano mano che si avvicinava l’ora tremenda.

Notevole e suscitatrice di riflessioni è la reticenza usata sul finire della lettera: il «Sovrano...» Il Menotti voleva dire, ma non potè o non volle!... Rilevai già in altra mia pubblicazione2 che il duca sembrava avesse promesso che si sarebbe regolato benignamente verso il Menotti, se i proprii fedeli fossero stati ben trattati dal Governo provvisorio, ma sebbene questo non facesse male ad alcuno, il duca non mantenne la promessa, alla quale forse voleva alludere il Menotti a proposito delle speranze nutrite...

Il letterato e patriota Giovanni Sabbatini, che fu tra i primi a leggere le lettere ritrovate del Borelli e del Menotti, nel dare notizia del loro rinvenimento sull’Italia centrale’’ (n. 27, Modena 8 giugno ’48) scriveva: «La impassibile fermezza che traspira dalla lettera del Borelli, la dolce e patetica rassegnazione che anima tutta la lettera del Menotti tale infondano nei cuori di chi legge una commozione che non si può esprimere».

Ritengo cosa opportuna riprodurre anzitutto la lettera cosi come fu stesa dal Menotti, rispettando perfino le mende, e quindi l’altra modificata; il lettore rileverà da sè quanto più vera, più semplice, più spontanea sia la prima, raffrontata con l’altra, resa pretensiosa, fredda dalle varianti apportatevi.


Alle 3 ½ del 26 maggio 1831;

Carissima moglie,

La tua virtù e la tua religione sieno teco e ti assistino nel ricevere che farai questo mio foglio – Sono le ultime parole dell’infelice tuo Ciro – Egli ti rivedrà in più beato soggiorno – Vivi ai figli e fà loro da Padre ancora; ne hai tutti i riquisiti. – L’ultimo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore – Vincilo, e pensa chi è che te lo suggerisce e consiglia.

Non resterai che orbata di un corpo che pur doveva soggiacere alla sua fine – L’anima mia sarà come divisa teco da tutta l’eternità – Pensa ai figli e in loro seguita a vedervi il loro genitore, e quando l’età farà conoscere chi era dirai loro ch’era uno che amò sempre il suo simile –

Fò te l’interprete dell’ultimo mio congedo con tutta la famiglia: io mojo col nome di tutti sul cuore, e la mia Cecchina lo invade tutto.

Non ti spaventi l’idea dell’immatura mia fine giacche Iddio mi accorda forza e coraggio sin qui d’incontrarla come la mercede del giusto; mi farà la grazia fino al fatal momento –

Il dirti d’incamminare i figli sulla strada della virtù è dirti ciò che hai sempre fatto; ma dicendo poi loro che era tale l’intenzione del suo genitore crederanno di onorare e rispettare la mia memoria ancora ubbidendoti – Cecchina mia, prevedo le tue angoscio, e mi si divide il cuore alla sola idea. Non abbandonarviti: tutti dobbiamo morire – Ti mando l’ultimo pegno che mi rimane: dei miei capelli – danne in memoria alla famiglia.

Oh buon Dio! quanti infelici per mia colpa; ma mi perdonerete. Dò l’ultimo baccio ai figli; non oso individuarli perche troppo mi angustierei – tutti a quattro – e i genitori e l’ottima Nonna, la cara sorella e Celeste; insomma tutti vi ho presenti. Addio per sempre Cecchina; sarai sempre la madre de’ miei figli. In questo ultimo tremendo momento le cose mondane non sono più per me. Troveranno i miei figli e tu della pietà dopo la mia morte, più che ne sperassi vivendo – Speravo molto. Il Sovrano... ma non sono più di questo mondo – Addio con tutto il cuore – Addio per sempre. Ama sempre la memoria dell’infelice tuo

Ciro.


L’eccellente Don Bernardi che mi assisterà in questo terribile passaggio si sarà incaricato di farti avere queste ultime mie parole – Ancora un tenero baccio ai figli ed a te sino che vesto terrena spoglia. Agli amici ai quali può essere cara la mia memoria raccomanda loro i figli miei. Ma addio – addio eternamente.
  1. Almeno nelle edizioni di chi ho potuto avere visione.
  2. ’’Le forche di Ciro Menotti e di Vincenzo Borelli’’ in ’’Rivista del Risorgimento’’, fasc. IV; Roma 1914.