Lettere (Sarpi)/Vol. II/165

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CLXV. — Al medesimo

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CLXV. — Al signor De l’Isle Groslot.1


Sino a questo punto, quando, non potendo più differire per la instante partita del corriere, mi pongo a scrivere, non sono arrivate le lettere di Francia: per il che non farà nissuna maraviglia a V.S. se mi avrà scritto, e non riceverà avviso del recapito. Io credo che questo sarà l’ultimo spaccio pel quale potrò scrivere al signor Foscarini in Francia, essendo che all’arrivo di questo sarà anco arrivato il suo successore a Parigi. Per il seguente corriere non le scriverò, se non avrò trovato modo come le lettere debbino capitare per via di Torino.

È passata qui una voce, dicesi per lettere venute all’eccellentissimo Champigny, che il Parlamento di Parigi abbia fatto un arresto contro il libro del cardinale Bellarmino: il che siccome sarebbe giusto e conveniente, così mi rendo difficile a credere che sia effettuato, essendo in un tempo quando uno degli impedimenti alle azioni giuste è la loro giustizia.

Qui in Italia tutti sono in grande allegrezza per la risoluzione venuta di Spagna che siano licenziate [p. 179 modifica]le genti di Milano, e conservata la pace d’Italia. Già si è dato l’ordine che non si proceda più innanzi nell’armarsi, così da una parte come dall’altra; tanto che il nostro timore è stato vano. Se la continuazione della pace sarà utile o dannosa, l’evento lo dimostrerà. In somma, si vede così per questo esempio, come per due altri occorsi già pochi anni, che la guerra non può aver luogo in questa regione.

Vi è dubbio se la Germania goderà la stessa buona fortuna, così per i sospetti dell’Imperatore, il quale tiene ancora in armi le genti di Passau, come per le pretensioni della Sassonia sopra Cleves, il quale ha avuto promessa da’ suoi d’un millione di fiorini, e sta facendo dieta con quelli di sua casa per risolversi. E Leopoldo non dorme, il quale vorrebbe in ogni modo racquistare quello che non ha potuto tenere.

Il papa ha pagato alla lega cattolica 24 mila fiorini,2 e sente con disgusto che in Italia non si disarmi, temendo che non gli convenga pagarne degli altri, e desiderando in ogni modo pace per tutto, acciocchè qualche sinistro accidente non trasportasse in Italia qualche scintilla del fuoco acceso altrove.

Per l’ultima mia scrissi a V.S. la morte del già arcidiacono e vicario di Venezia, successa in Roma, con quei particolari che allora seppi: i quali anco le confermo, ma le aggiungerò ora il modo saputo più particolarmente, e tuttavia certo. Il giorno dei 25 novembre, il misero fu invitato a desinare da [p. 180 modifica]Marc’Antonio Tani, cameriero intimo del papa, solito d’invitarlo qualche volta; dove andò sano e allegro, e desinò in sanissima disposizione. La notte, gli sopravvenne una uscita di ventre con tanti impedimenti, che in pochissime ore cacò circa quaranta volte, prima gli umori, poi il sangue e finalmente la vita. La mattina uscì qualche rumore che fosse stato avvelenato: per il che il papa mandò il suo chirurgo; quale, aperto il corpo, certificò non aver trovato alcun indizio di veleno.

Io sto con molto pensiero come continuare la comunicazione con V.S.: tuttavia si troverà ripiego. Tra tanto, le bacio con ogni riverenza la mano, pregando Dio che la conservi in sanità e prosperità. Mi scordai per la passata dirle, che il nome dell’ambasciatore della Gran Brettagna è signor Budley Charleton.

Di Venezia, li 21 dicembre 1610.




Note

  1. Stampata, come sopra, pag. 324.
  2. Così fece sempre la corte romana, e non sola la romana corte ciò fece; diciamo di spogliare i suoi popoli per crescer forze alle fazioni e a quelle sètte il cui precipuo scopo è di ribadire ognora e di perpetuare la pubblica servitù.