Liber de doctrina loquendi et tacendi/Capitolo IV

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Capitolo IV

Come homo dé guardare la cagione in dei detti come in dei fatti

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Albertano da Brescia - Liber de doctrina loquendi et tacendi (XIII secolo)
Traduzione dal latino di Andrea da Grosseto (1268)
Capitolo IV

Come homo dé guardare la cagione in dei detti come in dei fatti
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Ogiumai ti voglio mostrare che tu déi intendere per questa paraula perché, et è a ddire perché, cioè per che ragione.

Unde tu déi guardare la cagione del detto tuo, secondo che in dei facti è da considerare la cagione.

Secondo che dice Seneca che di ciascheduno fatto déi addimandare cagione et quando tu se’ in del cuminciamento déi guardare a la fine, così in dei detti sempre déi richiedere la cagione:

perciò che secondo che neuna cosa si fa sensa cagione, né `l mondo non si mantiene per casi fortuiti, cioè per advenimenti, secondo che dice Cassiodero, così tu non déi dire alcuna cosa sensa cagione;

et secondo che in una cosa si trova quattro cause, cioè la cagione materiale et la cagione formale et la efficiente et la finale, cusì in del ditto si possono trovare queste quattro cagione.

Et con ciò sia cosa ch’io t’abbia mostrato aguarda la cagione materiale e la cagione efficiente, perciò ch’i’ t’ò detto che tu déi guardare che cosa tu déi dire et chi tu se’ che tu vuoi parlare, voglioti mostrare ora a la cagione finale, cioè ad che fine tu déi parlare et questo intende per questa paraula perché.

Et dipo’ questa t’insegnerò a guardare a la cagione formale, cioè al modo del parlare.

Sia dumqua la final cagione del detto tuo, cioè quel che si de’ seguitare de le tue paraule, u per servire et per obbedire a dDio, u per utilità de gli omini uvero per utilità d’alcuno tuo amico.

In servigio di Dio déi parlare secondo che fanno li frati predicatori et li minori et altri religiosi, confortando ciascheun omo che non debbia fare quello altrui che non vollesse che fusse fatto a llui;

et che elli debbia fare a cciascheuna persona quello che vollesse che fusse fatto ad sé, acciò che possa pervenire a l’allegresse di vita eterna.

Per alcuno tuo speciale amico déi parlare secondo che fanno li advocati et altri arringatori; et da che tu parli per utilità d’alcuna special persona, non è sconvenevile che te se ne seguiti speciale utilità.

Unde dice santo Augustino: "Licita cosa è a l’advocato di vendere la sua giusta advocatione, et quelli ch’è bene dotto di ragione può vendere lo giusto consiglio".

Et perciò guarda se `l tuo è giusto consiglio et se `l tuo consiglio, del qual tu déi aver utilità, è di cosa giusta et bella uvero di cosa sossa.

Imperciò che la legge dice che lli sossi guadagni sono d’avere in odio etiamdio dagli omini che sono meno che buoni.

Et Seneca disse: "Fugge lo sosso guadagno come d’essere appeso per la gola".

Et un altro disse: "Lo guadagno di mala fama, cioè che dispiace ad tutta u ad maggior parte de la gente, è da reputare per danno".

Et ancho si trova scripto: "Pió tosto vorrei aver perduto che sossamente guadagnato".

Ancho dé essere lo comodo, cioè lo guadagno tuo, moderato, unde è detto comodo, cioè con modo.

Unde disse Cassiodero che se `l comodo passa la misura di quello ch’è convenevile, non può mai essere detto comodo, cioè guadagno.

Dé ancho essere lo comodo e `l guadagno tuo naturale et quasi comune, cioè con tua utilità et d’altrui, et non con danno d’alcuno altro.

Unde dice la legge che naturale et giusta cosa è che neuna persona non diventi riccho del danno altrui.

Et Tullio disse che né paura, né dolore, né morte, né alcuna altra cosa che possa advenire all’omo è tanto contra natura quant’è accrescere lo suo comodo dell’altrui comodo, cioè arricchire dell’altrui con danno altrui et maximamente di quello del povero homo.

Et ciò è che disse Cassiodero: che sopra tutte le crudelità che si possan fare è che l’omo diventi u voglia diventare richo de la povertà del mendico.

Per comodo et utilità de gli omini parlaro coloro che feno le legge et color che fanno li constituti et gli ordinamenti et le signorie de le terre, acciò che ciascheduno si conservi in del suo stato; et tu a cciò ti sforsa quanto puoi et tutta fiata con modo et con ragione.

Et ancho può esser lo fine in servigio di dDio et de gli omini del mondo, secondo che fanno li preiti et gli altri clerici secolari et maximamente in servigio di dDio et ancho per loro utilità.

Ancho non déi dire né fare per l’amico tuo se non cosa giusta et bella.

Unde secondo la Regula de l’amore non è scusato da peccato cului che pecca per cagione de l’amico suo; et se tu sofferi li peccati del tuo amico, tu faili tuoi.

Et ancho si suol dire che chi dà adiuto al peccato, pecca duo fiata; et apparecchiasi di peccare quelli ch’aiuta lo nocente et maximamente in de la cosa sossa.

Unde disse Seneca che in de la cosa sossa si può peccare in duo modi.

Dumqua déi difendere l’amico tuo giustamente, acciò che tu si’ tenuto proprio difenditore. Secondo che disse Cassiodero che proprio difenditore è quelli che difende giustamente.

Et ancho per tutte queste cose, cioè per servigio di dDio et per utilità de gli omini et di tuoi speciali amici, parla et adopera voluntieri, quando tu puoi.

Et questo ti vasti aguale per exponere questa paraula: perché.