Liber de doctrina loquendi et tacendi/Capitolo I

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Capitolo I

Come non t'intrametti di quello che non ti pertiene

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Albertano da Brescia - Liber de doctrina loquendi et tacendi (XIII secolo)
Traduzione dal latino di Andrea da Grosseto (1268)
Capitolo I

Come non t'intrametti di quello che non ti pertiene
Introduzione Capitolo II

Richiede addunque nell’animo tuo quale persona tu se’ e che cosa tu vuo’ dire e se quel che tu vuo’ dire pertiene di dire ad te o ad un altro più ch’a te;

e se pertiene ad un altro più ch’a te, non te ne `nframettere, perciò che la Legge dice: secondo ch’è da `ncolpare cului che s’inframette de la cosa che non li pertiene, così è da incolpare cului che dice le parole che non si pertengono a llui di dire.

Unde disse Salamone nei Proverbi che quel cotale è simigliante ad cului che ode due cani arringhiare: non si può tenere che non s’inframetta de la mischia.

Et Gesù Sirac disse: "Di quella cosa che non ti molesta non te combatere".

Anche déi te medesmo e da te medesimo, inançi che tue parli, richiedire se tu se’ in buono e queto senno, o se tu se’ turbato per ira o per alcun’altra turbacione d’animo; e se l’animo tuo è turbato per neuna cosa, déiti guardare di non parlare e di costringere l’animo tuo perturbato, fintanto che l’ira basta.

Onde disse Tulio: "Virtuosa cosa è di costringere gli animi turbati e di farli obbedienti a la ragione".

Imperciò, quando tu se’ irato déi tacere, perciò che Seneca disse che cului ch’è irato non può dire se non peccato.

Onde disse Cato: "Quando tu se’ irato non déi combattere de la cosa che tu non sai, però che l’ira turba sì l’animo, che non può descernere la verità".

E un altro savio disse: "La lege vede colui che è irato, ma colui che è irato non vede la lege".

E Ovidio disse: "O tu che vinci tutte l’altre cosa, vince l’animo e l’ira tua".

Et Tulio disse: "Sia da me lungi l’ira, co’ la quale neuna cosa si può fare né pensare drittamente.

E tutte quelle cose che ssi fanno co’ ira e con turbatione non possono essere ferme che altra persona lo creda".

Unde disse Petro Alifonso che la natura de l’uomo à questo in sé, che, quando l’animo è turbato per alcuna chosa, non si può vedere, né discernere la verità, né falsità.

Et si tu vuoli sapere pienamente dell’ira e de l’irato, leggi un libro che io feci Dell’amore e de la dilectione di Dio e dell’altre cosa e De la forma de la vita, nel capitolo: Da schifar l’amistà dell’uomo irato.

Et anche ti de’ guardare ne la voluntà di parlare tanto ti muova e affrecti di parlare che l’appetito tuo non consenta a la ragione;

perciò che disse Salamone che l’uomo che non può costringere lo spirito suo nel parlare è secondo la cità ch’è aperta e non à mura d’intorno.

Anche è usato di dire che chului che non sa parlare non sa taciere: addunque lo stolto non sa parlare perciò che non può tacere.

Onde un savio huomo, quando fue demandato perch’elli tacea cotanto, s’elli era perciò che elli era stolto, e quelli rispuose e disse: "Lo stolto non può tacere".

Et Salamon disse: "Tieni a vile e reputa niente l’auro e l’argiento tuo, e a le parole tue pone statera e misura, e inpone a la bocca tua diricti freni, e guarda che tu non trascorri ne la lingua tua, e sia lo cadimento tuo insanabile a morte".

Et dice Salamone: "Cului che guarda la bocca sua guarda l’anima sua; ma quelli che parla isfacciatamente sentirà male".

E Cato disse: "Gran virtù credo che sia sapere costringere la lingua e proximo è a Dio cului che sa tacere ad ragione".

Anche déi richiedere te medesmo e da te medesmo, pensare nell’animo tuo chi tu se’, che vuoli parlare ad un altro, e non riprendere un altro se tu puoi esser ripreso del simigliante detto overo fatto;

perciò che beato Paulo disse ne la Pistola la qual mandò ai Romani: "O huomo che giudichi, non ti poi escusare, inperciò che in quella medesima cosa che tu giudichi un altro condanni te medesimo, inperciò che tu fai quelle medesme cosa che tu giudichi".

Et anche dice in quella medesima Pistola: "O tu che amaestri un altro e non amaestri te medesmo, tu predichi che neun furi e tu vuoli furare, e dice che neuno sia lussurioso [e sei lussurioso], e ài in abbominaccione l’idoli e fai sacrilegio, cioè dirubi l’eclesie e non honori Dio".

Et Cato disse: "Non far quelle cose che tu se’ usato di biasmare, ché soçça cosa è de cului che insegna ad un altro, se può essere ripreso di quella medesima cosa".

Et santo Augustino disse: "Ben dire e mal fare non è altro che dannare sé medesmo co’ la sua voce".

E in un altro luogo disse Cato: "Non biasmare né detto, né fatto d’un altro, ne un altro biasmi te per simigliante exemplo".

Anche déi guardare infra te medesmo chi tu se’ che vuo’ parlare, se tu se’ savio o no e se tu sai ben quel che tu vuoi dire, che altremente non potresti ben dire.

Unde fu uno che demandò un savio huomo com’elli podesse parlare saviamente e quelli rispose e disse: "Se tu dirai solamente quel che tu sai bene".

E Gesù Sirac disse: "Se tu se’ savio, ad l’amico tuo rispondi; e se nno, poni la man tua sopra la bocca tua, acciò che tu non sia ripreso di macto parlare e abbine danno".

Anche déi richiedere che si può seguitare del tuo parlare, perciò che sono alcune cose che dal cominciamento paiono buone e ne la fine ànno mal effetto.

Onde disse Gesù Sirac: "In tutti beni troverai dui mali, e inperciò non solamente déi guardare al principio, ma eçiam a le fine, e pensare che si seguita del detto tuo".

Unde disse Panfilo: "Savio huomo aguarda lo principio e la fine, e ne la fine si è temperare ogni cosa ben fatta e mal fatta".

E aguarda lo principio e la fine de la parola, acciò che tu possi meglio dire chel che tu vuoli.

Et se tu vedrai, e dubiteraine che male effetto si debia seguitare del tuo parlare, déi più tosto tacere che parlare.

Unde disse Petro Alfonso, che fue grande philosopho: "Se tu ài paura di dir cosa unde tu debbia aver pentimento, meglio è che tu non la dichi che tu [la] dichi", perciò ch’al savio huomo si pertiene più di tacere per sé che di parlare contra sé.

Onde molte persone ò vedute aver danno di parlare, ma di tacere non ne vidi anche neuno che n’avesse danno; perciò che le parole sono simigliante ad le saette, le qual agevolemente entrano e malagevolemente si traggono.

Unde dice Boeçio: "La parola ch’è detta non può mai non essere detta", e perciò in ne li dubbi meglio è tacere che parlare, secondo che ne’ fatti dubbiosi meglio è non fare che fare, secondo che disse Tulio,

lo qual disse: "Ben comandano color che vietano di far quelle cose de le quale è dubio se elle sono giuste e buone o meno che buone, perciò che la giustiçia per sé è manifestamente buona, ma la cosa dubbiosa à in sé ingiuria e danno".

Onde disse un savio huomo: "Se tu dubiti neuna cosa non la fare".

E déiti guardare di non fare alcuna cosa la quale non ti dicie il cuore di fare; e anche no déi fare tutte le cose che ti dice `l cuore di fare, perciò che Seneca disse: "Alcuna fiata matteçça consiglia l’uomo ne le cose dubbiose".

Et certo molte cose ti potrei dire e insegniare ad exponere quella parola chi tu se’; ma questi cinque exempli che io t’ò detti ti bastino, perciò che io non voglio fare lungo trattato.