Lirici marinisti/V/Girolamo Fontanella

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Girolamo Fontanella

Liriche di Girolamo Fontanella ../../V ../../VI IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

V VI
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I

IL VELO SUL PETTO

     Qual bianca nube d’odorosa tela,
preziosa d’Olanda alma testura,
nel petto di costei candida e pura,
tanta vaghezza di candor mi cela?
     Deh, tu, pietoso Amor, scoprimi e svela
quel bianco marmo ch’intagliò natura,
e per l’Egeo de l’amorosa arsura
tu di quel velo omai fammi la vela!
     Prendilo, o tu ch’hai di volar costume
i campi del volubile elemento,
paraninfo d’amor, leggiadro nume! —
     Ed ecco giá che spiritoso e lento,
col ventilar de le sue molli piume,
quel che mi nega Amor mi dona il vento.

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II

IL DONO DEI GUANTI DI SETA

     Pompe di leggiadria, spoglie odorate,
di sidonia maestra opre ingegnose,
ove l’industria a meraviglia pose
mille di seta e d’òr fila intrecciate;
     ite per custodir quell’animate
nevi, quelle d’amor candide rose:
quanti baci vi do, nunzie amorose,
a la bella ch’adoro oggi portate.
     Vestite quel purissimo candore,
con quei viluppi di meonie sete
prendete i lacci ad emular d’Amore.
     Oh quanto agli occhi miei grate sarete,
se quella man, che m’imprigiona il core,
per mia vendetta in prigionia stringete!

III

LA NENIA PRESSO LA CULLA

     Tremola navicella un dí movea
quella che del mio cor regge la chiave,
e spirando col canto aura soave,
per l’onde de l’oblio lieta scorrea.
     Ubbidia la quiete al moto grave,
che con impeto lento il piè facea,
e l’agitata e pargoletta nave
in braccio a Pasitea lieta correa.
     Placida nube e grazïosa intanto
chiuse al fanciullo il delicato ciglio,
ch’umido si vedea di molle pianto.
     Cosí, dentro un bel velo aureo e vermiglio,
il sonno apporta Citerea col canto,
dentro cuna di rose al nudo figlio.

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IV

INVIANDO UN PAPPAGALLO

     Questo de l’indo ciel pomposo augello,
peregrino volante, alato mostro,
che discepolo apprese, accorto e bello,
distinto il suon de l’idioma nostro;
     mira com’ha leggiadro il curvo rostro,
come liscia la piuma e terso il vello;
ha manto di smeraldo e bocca d’ostro,
che ridice talor quanto io favello.
     In cosí vaga prigionia raccolto,
miralo com’è vago e come arguto,
come a la tua beltá si sta rivolto.
     Ma temo, oimè, ch’in tuo poter venuto,
stupido a lo splendor del tuo bel volto,
ove garrulo fu, non torni muto.

V

IL SALASSO

     Prèse medica man serico laccio,
ove inferma languia la bella Irena,
e quel molle annodò candido braccio,
che nel regno d’Amor l’alme incatena.
     Per toglier de la febre il grave impaccio,
destro ferio la delicata vena,
che, da ferro sottil percossa a pena,
il rubino spiccò dal vivo ghiaccio.
     Al zampillar di quel sorgente rivo
mancò la bella, e dolce, a poco a poco,
tinse un bianco pallor l’ostro nativo.
     Ratto l’anima mia corse in quel loco,
per tòr la sete in quel zampillo vivo;
ma l’onda ritrovò ch’era di foco.

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VI

IL PETTINE ROTTO

     Candida e delicata navicella,
ch’era di terso avorio opra gioconda,
d’una chioma fendea dorata e bella
l’aurato flutto e la tempesta bionda.
     Guidata da una man polita e monda,
prendea de’ miei sospir l’aura novella;
ed un cristallo ch’ebano circonda
innanzi avea per tramontana e stella.
     Vago di gir con peregrino errore,
senza temer di rimanere assorto,
v’ascese incauto il semplicetto core.
     Ecco, mentre attendea vicino il porto,
per quello biondo pelago d’amore
si divise la nave e restò morto.

VII

LA BELTÀ VINTA DAL TEMPO

     Ecco, piena d’orror, l’etá canuta,
ch’ogni umana grandezza abbatte a terra:
chi mi fece in amor sí lunga guerra,
da la guerra degli anni ecco abbattuta.
     Quella beltá, ch’a trionfar venuta,
sovra ogni altra innalzò natura in terra,
per man del tempo, ch’ogni gloria atterra,
miserabil trofeo miro caduta.
     Pallida agli occhi miei mostra i sembianti
chi ne la maestá del suo bel viso
mille fece tremar pallidi amanti.
     Il mio sole adorato oggi è deriso;
se cominciò la mia tragedia in pianti,
or la favola sua termina in riso.

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VIII

CONFESSIONE DI POETA

     Ne la scola d’amor non fui giammai,
e de l’arte d’amor détto e ragiono;
come esperto amator, di duo bei rai
descrivo il lampo e non conosco il tuono.
     Mostro in carte d’amar, né seppi mai
come d’alma beltá gli effetti sono;
piangendo vo con dolorosi guai,
ma de’ miei pianti è simulato il suono.
     Quel che sento narrar vero ed espresso
da un fedele amator coi detti sui,
figurando talor vo di me stesso.
     Dipinsi amor, ma non conobbi lui,
e colorii con la mia penna spesso
ne le favole mie gli amori altrui.

IX

LA NUOTATRICE

     Lilla vid’io, qual matutina stella,
spiccando un salto abbandonar la sponda,
e le braccia inarcando, agile e snella,
con la mano e col piè percuoter l’onda.
     La spuma inargentò canuta e bella,
ch’una perla sembrò che vetro asconda,
e disciolta nel crin parea fra quella
nova aurora a veder, candida e bionda.
     L’onda dolce posò, zefiro tacque,
e dove il nuoto agevolando scorse,
tornâr d’argento e di zaffiro l’acque.
     A mirarla ogni dea veloce corse,
e fu stupor ch’ove Ciprigna nacque,
un’altra Citerea dapoi ne sorse.

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X

IL RUSCELLO

     Questo limpido rio, ch’ai prato in seno
da una lacera pietra esce tremante
e, quasi re di questo campo ameno,
s’incorona d’erbette, orna di piante;
     quando il sole col raggio apre il terreno
su ’l leone del ciel fiero e stellante,
allor che stanco dal calor vien meno,
dolce ristora il peregrino errante.
     Sono i suoi mormorii trilli canori,
al cui suono gentil canta ogni augello,
a la cui melodia danzano i fiori.
     Ben si può dir, tanto è suave e bello,
per questi alati e musici cantori,
organo de la selva e non ruscello.

XI

LA TERRA ASSETATA

     Cento bocche la terra apre anelante,
domandando pietá, venendo meno,
e, da l’armi del Sol trafitta il seno,
mostra le piaghe al ciel, focosa amante.
     Qual Mongibello di calor fumante,
bolle ai raggi del Sol l’arso terreno
e sembra, di sudor sparso e ripieno,
converso in fonte il peregrino errante.
     Cèlisi il pesce pur nel salso fondo,
ché fin lá dentro a quel ceruleo umore
ferito vien dal sagittario biondo.
     Sí fiero hanno i mortali aspro calore,
che se ’l diluvio ritornasse al mondo,
stilla non spegneria di tanto ardore.

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XII

INVOCAZIONE ALLA PIOGGIA

     Apri i fonti superni, e larga a queste
sitibonde campagne acque diffondi,
tu che cinta lassú d’arco celeste
sopra trono di nubi il capo ascondi.
     Son de la terra i fior bocche funeste,
e sospiri gli odor, lingue le frondi,
che per tante ammorzar vampe moleste
pregan che sopra lor prodiga inondi.
     Tragico il bosco; e ’l monte orrido e solo
funestato ha di polve il crine e ’l manto,
e campo d’Etiopia appare il suolo.
     Per aver nel calor rifugio alquanto,
querulo piangeria l’almo usignuolo;
ma gli manca la voce e muore il pianto.

XIII

AL VENTO

     Alito de la terra e spirto errante,
che da concavi monti in aria esali,
e questi in agitar campi vitali
la natura fai bella e ’l mondo amante;
     tu nel fiato volubile e vagante
le fortune del mar segni ai mortali,
e mentre batti l’invisibil ali,
per le liquide vie scorri volante.
     Ogni nube, ogni nembo agiti e giri,
fai volar, fai gonfiar vele ed antenne,
fai che ’l tutto respiri allor che spiri.
     Quanto lieve ritrovi, alzi ed impenne;
di qua voli e di lá giri e raggiri,
e veloci alla Fama ergi le penne.

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XIV

LA PERLA

     Vaga figlia del ciel, ch’eletta e fina
sei di conca eritrea parto lucente,
ricchezza del bellissimo orïente,
nata e concetta in mar d’umida brina;
     tu allumi di candor l’onda marina,
uscendo incontra al Sol bianca e ridente;
il cui valor, la cui beltá nascente,
ogni ninfa, ogni dea pregia ed inchina.
     Tu, pullulando fuor d’alma natura,
non prendi qualitá di salso gelo,
non tingi il tuo splendor di macchia impura;
     ma qual vergine bella in bianco velo
lasci a l’onda l’amato, e pura pura
fai de la tua beltá giudice il cielo.

XV

L’ERMELLINO

     Animaletto placido e vezzoso,
ch’hai di morbida neve adorno il vello,
e per téma di macchia o neo di quello
movi tremolo il piè, l’occhio geloso;
     tu, quando il bosco appar sozzo e fangoso,
non esci fuor giammai dal chiuso ostello;
e come giglio inargentato e bello,
trovi in mezzo al candor pace e riposo.
     Spento, sei degno poi, con alto vanto,
quelle porpore ornar che ’l sacro onore
a la mistica sposa adorna il manto.
     Vestir non osi te vano amatore:
ti vesta ben chi con affetto santo
mostra puro il desio, purgato il core.

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XVI

IL CORALLO

     Collinette fiorite, ombrelle amene
sola al mondo non ha Pomona e Flora,
ché Teti e Citerea lá giú pur tiene,
dentro l'onde del mar, giardini ancora.
     Sono l'alghe l’erbette e i fior l’arene,
ove ai pascoli suoi Proteo dimora;
frutti son quelle in mar conche serene,
che la luna inargenta e ’l sole indora.
     Purpurino virgulto ivi natura
il ramoso corallo aver si vanta,
ch’è di magico sangue alma fattura.
     Dal tronco il nuotator destro la schianta;
la prende molle e la ritrova dura,
e dubbioso non sa s’è pietra o pianta!

XVII

IL GAROFANO

     Sdegna la plebe de’ minuti fiori
e star negli orti abitator non cura
questi, ch’ambisce con fastosi onori
ne’ supremi balcon aver cultura.
     Ivi candida man nobile e pura
la sua maschia virtú nutre d’umori,
per acquistarne poi gemina usura
di molli fronde e di soavi odori.
     Tal con fasto e con festa a l’aria uscito,
gode, adobbato di purpuree fasce,
a la rosa leggiadra esser marito.
     Di rogiada o di linfa egli si pasce;
sorge reciso e, pullulando ardito,
quasi mostro lemeo sempre rinasce.

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XVIII

LA MADDALENA

     Cangia in ruvida spoglia, in corda irsuta,
questa bella pentita il manto adorno,
pompa di vanitá, fregio di scorno,
di caduca ricchezza ombra caduta.
     Prima, tra lussi in maestá seduta,
mille ricche vedea cortine intorno;
or mira, entro selvaggio ermo soggiorno,
con frondosi ricami edra intessuta.
     Trïonfa ella del mondo, illustre ed alma,
non piú con armi di beltá profana,
ed ha sotto una palma oggi la palma.
     Cosí, presso una limpida fontana,
de le lagrime sue purgando l’alma,
ov’era Citerea, sembra Dïana.

XIX

SAN FRANCESCO D’ASSISI

     Godea, rapito al ciel, languido amante,
Francesco, acceso il cor d’ardente zelo,
e parea sospiroso ed anelante
da le rupi d’Alvernia alzarsi al cielo;
     quando in mezzo al rigor, fra l’ombra e ’l gelo,
cherubin luminoso e sfavillante,
che stampa in lui come in purgato velo
l’imagine di Dio, viva e spirante.
     Ben del sommo Pittor mostra i disegni
chi per l’uomo salvar mostrò nel mondo
tanti esempi di vita illustri e degni.
     Dovuto a lui fu tanto onor giocondo;
dovea portar de la salute i segni
chi fu de l’uomo il redentor secondo.

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XX

IL BEATO GIOVANNI DI DIO

     Angoscioso, anelante, in rozzo letto
su l’estrema agonia Giovanni accolto,
sostenendo la croce in mezzo al petto,
sta con gli occhi e con l’alma in Dio rivolto.
     E mentre fuor dal tramortito aspetto
piove il freddo sudor, da morte sciolto,
trova Maria, che con amico affetto
li sostiene la fronte e asciuga il volto.
     Soave è di sua morte e dolce l’ora,
trovando lei, che con pietoso zelo
il suo dolce sudor terge e ristora.
     Ma se Maria l’accoglie in s+ bel velo,
meraviglia non è; ch’essendo aurora,
vuol con queste rogiade andar nel cielo.

XXI

IL SANGUE DI SAN GENNARO

     Vedo che sciolto ogni rigor tenace
sei de la parca a trïonfar bastante
e, qual fervido umor bolle in fornace,
presso il foco divin bolli spumante.
     Vedo ch’acceso ed agitato amante,
salti per allegrezza, almo e vivace;
che, placando di Dio l’ira tonante,
con la porpora tua n’impetri pace.
     Vedo ch’hai d’ammorzar valore eterno
quanto il Vesevo per l’arsiccia fronte
vomita fuor dal tempestoso Averno.
     E tante hai tu dal ciel grazie congionte,
ch’atto saresti a superar l’inferno,
non che bastante a trïonfar d’un monte.

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XXII

ALLA VERGINE

     Penso, misero me, dubbio in aspetto,
del mio corso mortal l’ultimo passo,
e come avrò sotto un marmoreo sasso
con immondi animal commune il letto.
     Io giá l’ora fatal sicura aspetto;
ma, quando ha da venir m’è ignoto, ahi lasso
Cosí pensoso e mesto i giorni passo,
ed a la morte a piú poter m’affretto.
     Ah, che sará di me quando sia giunto
il termine prescritto e l’ultim’ora?
Ahi duro passo, ahi formidabil punto!
     Ognun mi fuggirá; ma tu, signora,
madre del redentor, discendi a punto,
e non lasciarmi in abbandono allora.

XXIII

LA SALTATRICE

A Fabio Ametrano

     Questa bella d’amor maga innocente,
che con giri fatali
i balli move inegualmente eguali,
fa d’insolita gioia ebra ogni mente,
e ’l piè sciogliendo ai regolati errori,
incatena gli spirti, incanta i cori.
     Prima, accorta ne’ moti, alza e misura
coi bei suon de le corde
ne la musica danza il piè concorde,
dando al corpo gentil grazia e misura;
indi parte e ritorna e, mentre riede,
sopra l’ali d’amor regge il bel piede.

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Desta e sciolta, in un piè s’attiene e libra,
indi il passo radoppia,
e l’alza in aria e nel cader l’accoppia;
si rota intorno e se medesma vibra,
e ne’ suoi modi e ne’ suoi moti erranti,
fatta rota d’amor, volge gli amanti.
     China a tempo il ginocchio e l’aurea testa
con bell’atto soave,
e posando la danza, ergesi grave;
poi si spicca in un salto, agile e desta,
che leggiero nel vol s’erge tant’alto,
che dubbioso non sai s’è volo o salto.
     Va con breve ed armonico intervallo,
regolato da l’arte,
or da la manca or da la dritta parte;
fugge e rompe la fuga in mezzo al ballo,
e ne l’ordine suo mutando gioco,
la credi in uno ed è ne l’altro loco.
     Mentre fuor dal bel lembo aurato e bello
de la gonna sua vaga
spinge il piè delicato, ogn’alma impiaga;
par la punta del piè strale novello,
che spedito e veloce in mezzo i petti
fuor da l’arco d’Amor l’alme saetti.
     Forse scesa qua giú la bianca luna
dai volubili calli,
ha traslati fra noi gli eterni balli?
o pur nova d’amor vaga fortuna,
rendendo altri infelice, altri beato,
volge in vario tenor l’umano stato?
Da sí belle e sí rapide carole
apprendete voi, stelle,
a danzar colá su piú vaghe e belle.
Ore, ancelle del dí, figlie del sole,
che danzando lá su guidate il giorno,
fermate il ballo ad ammirarla intorno.

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E voi ditemi ancor, nunzi volanti,
che con alto governo
regolate del ciel l’ordine eterno:
da quei zaffiri mobili e rotanti,
ch’han nel danzar sí numerosi corsi,
danzatrice sí bella è scesa forsi?
Giá di lá rispondete, e giá v’ascolto
dai celesti zaffiri:
— Donna umana non è costei che miri;
se veder brami il ciel, mira quel volto:
mira quel piè, ch’in maestá reale
ha dagli angeli appreso il moto e l’ale.

XXIV

LA RICAMATRICE

A Francesco Sacelli

     Questa Aracne d’amore,
che con dita maestre adopra l’ago
e con industre errore
prende accorta a fregiar drappo si vago,
l’arteficio e ’l lavor si ben comparte
ch’a natura fa scorno, invidia a l’arte.
     Mentre il lino trapunge,
d’acute punte il cor ferir mi sento;
mentre insieme congiunge
e sposa a stami d’òr fila d’argento,
ne la testura sua pregiata ed alma
la prigione d’amor tesse a quest’alma.
     Su l’ordita ricchezza
move l’agile man tanto spedita,
ch’a quell’alta prestezza
in lei folgori pensi esser le dita,
che fra tremoli rai d’argentei fiori
fan con gelidi lampi ardere i cori.

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     Su la rosa gentile,
ch’animata di fuor le ride in bocca,
il bell’ago sottile
pensosetta talor leggiadra incocca,
ed in quell’atto insidïosa e vaga,
sagittaria d’amor, gli animi impiaga.
     Talor col puro dente,
per aggiungere un fíl, l’altro recide,
e qual parca innocente
lo stame ancor de la mia vita incide,
e con alterni ed ordinati modi
mi stringe il cor fra quei minuti nodi.
     Palla forse è costei,
ch’agli atti, a l’arti, a le maniere, al volto
ben somiglia colei,
ch’in bellezza e valor senno ha raccolto,
e qual donna immortal dal ciel venuta,
mostra in giovine etá mente canuta;
     o la tenera Flora
su le tele a provar viene i suoi pregi,
che ricamando infiora
con groppi d’òr, con ingemmati fregi
e, di se stessa imitatrice, gode
schernire altrui con ingegnosa frode;
     o, novella angioletta,
per dimostrar quegli artefici aurati
ha con industria eletta
i ricami del ciel qua giú traslati;
poi ch’a far sí bell’opre, ad altri ignote,
chi celeste non è, giunger non pote.

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XXV

AL FIUME SEBETO

Per la fontana nella casa di Francesco Nardilli

     Fiumicello vezzoso,
che con passo lucente
fuor d’un seno petroso
con bel roco vagir spunti nascente,
e discorrendo in tortuosi errori
stampi in mezzo le piagge orme di fiori;
     movi il piè susurrante,
peregrin fuggitivo,
e nel corso tremante
sei di posar nel proprio letto schivo,
e girevole e torto in vari modi
col tuo lubrico dente i sassi rodi.
     Qual coppiero gentile,
dentro vaso d’argento
a la corte d’aprile
somministri da ber gelido e lento
e, qual musico bel, tra pietra e pietra
del tuo vivo cristal suoni la cetra.
     Sei tu povero d’onde,
ma ben ricco di pregi,
ed angusto di sponde
il nome augusto hai d’onorati fregi,
e benché umil per le campagne corri,
per le penne di cigni altero scorri.
     Nel bell’orto reale,
che fa scorno a l’Eliso,
per occulto canale
compartito in piú rivi entri diviso,
e per opra de l’arte argenti molli,
disdegnando la terra, al cielo estolli.

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     Ivi, limpido e bello,
colorando i bei campi
con argenteo pennello,
mille forme di fior dipingi e stampi
e, gorgogliando entro marmoree conche,
par che mostri parlar, ma in voci tronche.
     Passi tacito poi
a le mura beate
ove, seggio d’eroi,
la Sirena inalzò l’alma cittate,
ed in mezzo le vie piú illustri e conte
per diletto d’altrui fai piú d’un fonte.
     Giungi al tetto onorato
del mio caro Nardillo,
e da piombo forato,
prigioniero vagante, esci tranquillo,
e con tremola fuga e dolce suono
fai di specchi cadenti un regio trono.
     Qui, tra marmi spiranti
ch’han silenzio facondo,
versi piogge stillanti,
d’argentato licor Giove fecondo,
e di ricco tesor largo e ripieno
mille pesci guizzar ti vedi in seno.
     Qui con tremole ampolle
par che placido balli
fuor d’un picciolo colle,
che con arte s’incurva entro due valli,
ed in ruvida si ma vaga cote
formi in dolce cader lubriche rote.
     Qui son musiche corde
le tue linfe cadenti,
onde lieto e concorde
traggi roca armonia di bassi accenti,
che lusinga l’udito e fa che l’alma
de le cure maggior sgravi la salma.

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Tu, qualora cantando
il tuo dotto signore
va con l’arco temprando
ne la lira gentil fila canore,
qual Castalio novel ti vedi intorno
col drappel de le muse il dio del giorno.
     Deh, se stanco egli brama
al suo corpo riposo,
e nel letto richiama
ai suoi lumi talor sonno gioioso,
in pacifico oblio, mentre dispensi
il tuo limpido umor, lega i suoi sensi.

XXVI

ALLA BOCCA

Bella fabbra d’accenti,
vaga culla del riso,
ricca cella d’odor, pompa del viso,
ingemmata prigion di cori ardenti,
amoroso spiraglio onde odorato
esce al foco de’ cor tepido fiato;
     arco tenero e bello,
ch’hai di minuti avori
le tue saette onde ferisci i cori;
prezioso d’amor nobil cancello,
di corallo e di perle uscio lucente,
pellegrina conchiglia, urna vivente;
     fresca rosa animata,
che da gelo e d’arsura
ti serbi intatta e ti mantien sicura;
del palagio d’amor porta ingemmata,
ove ai moti del cor l’aura di vita
trova dolce l’entrar, dolce l’uscita;

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     ricco e lucido chiostro,
ove musiche intorno
fan passeggio le Grazie ed han soggiorno;
bel teatro gentil d’avorio e d’ostro,
ove giostra la lingua e ardente e vaga
con acuto parlar gli animi impiaga;
     odoroso giardino,
ove ordiscono i favi
gli Amoretti volanti, api soavi;
puro fonte d’ambrosia aureo e divino,
ove il fervido cor, pien d’allegrezza,
assetato d’amor beve dolcezza;
     nova lancia d’Achille,
che con colpi vitali
ne le guerre d’amor gli animi assali,
e traendo di gioia umide stille
giovi poi se ferisci, e a le ferute
con soave baciar porti salute;
     tu, fra i brevi confini
di duo labbri giocondi,
l’Arabia accogli e ’l paradiso ascondi;
e con le chiavi di duo bei rubini
apri il cielo agli amanti e in dolci calme
fai lieti i cori e fai beate l’alme.
     Saggia e bella riprendi,
persuadi ed alletti,
e sai destare e dominar gli affetti;
preghi, canti, lusinghi, ardi ed incendi
e, con dolce facondia, alta e divina,
fai de l’alme e de’ cor dolce rapina.
Or ch’in rime ho tessuto
     la tua gloria e ’l tuo vanto,
bocca bella e gentil, baciami intanto.
Sia premio il bacio al mio cantar dovuto;
la mercede a la bocca e ’l premio tocca,
che lodò, che cantò te, bella bocca.

[p. 240 modifica]

XXVII

ALLA LUNA

     Candidissima stella
che ’l silenzio tranquillo apri nel mondo,
e pacifica e bella
rendi il fosco de l’ombre almo e giocondo,
e de l’umido sonno umida sposa,
abbracciando la notte, esci pomposa;
     tu con provvida cura
spargi d’alta virtú gravidi effetti;
tu, ne la notte oscura,
sagittaria del ciel, l’ombre saetti
e, menando lá su danze e carole,
scorri i lucidi campi, emula al sole.
     Tu con freno d’argento
reggi, in campo d’orror, carro di stelle;
tu con vago concento
mille guidi nel ciel musiche ancelle
e, reina de’ boschi in bianca vesta,
coronata di corna ergi la testa.
     Piovi, balia feconda,
su le bocche dei fior manne stillanti,
e soave e gioconda
versi in largo tesor mille diamanti,
e squarciando le nubi intorno intorno,
rendi chiara la notte, emula al giorno.
     Apri e chiudi i canali
de le fonti del ciel puri e giocondi,
e con acque vitali
la crescente virtú nei corpi infondi,
e cortese a le piante, amica ai fiori,
spargi in grembo a la terra ampi tesori.

[p. 241 modifica]

     Varïabile ogn’ora,
fai, mutando color, diverso effetto:
ora pallido ed ora
rosseggiante nel ciel mostri l’aspetto,
e con vario apparir vari figuri
del futuro avvenir segni sicuri;
     or superbo e ripieno
di fecondo licor gonfi il sembiante,
e di Teti nel seno
movi al moto che fai l’onda incostante;
or cornuta hai la fronte e scema i rai,
come parti nel ciel non torni mai;
     or con languido lume
fra le nubi sepolta umida manchi,
or con candide piume
le selve inalbi e le campagne imbianchi,
e risorta fenice alma ed adorna,
rinovando la luce ergi le corna.

XXVIII

AL MELOGRANATO

     O piropo de’ campi,
ch’emulando la rosa
nel tesor di natura ardi ed avvampi,
e con bocca focosa
par che muto ragioni, e quante belle
hai faville d’amor, tante hai favelle;
     tu con vago cimiero,
ch’hai di porpora tinto,
sorgi in campo di fior molle guerriero;
e di foco dipinto
sfidi il gelido verno, e mentre t’armi,
ne le spine ch’hai tu, dimostri l’armi.

[p. 242 modifica]

     Tu, fenice de’ colli,
col natale de l’anno
rinascendo piú bello, il capo estolli.
ove i rami ti fanno
glorioso corteggio, e in bel lavoro
la spoglia hai d’ostro e la corona hai d’oro.
     Sopra trono di frondi
reggi popol minuto
di vermigli granelli orbi giocondi ;
a ragion t’è dovuto
il bel nome di re, ché in vari segni
ne le celle ch’hai tu dimostri i regni.
     Per dar vita a’ tuoi parti,
che son molli rubini,
pellicano d’amor, t’apri in due parti,
e ’n due brevi confini,
da materna pietá venendo meno,
mostri lacero il fianco, aperto il seno.
     In te schiera volante
di solleciti Amori
sugge d’aureo licor manna stillante;
in te Zefiro e Clori
scherzan placidi e belli, e intorno al viso
ch’in tal forma cangiasti, aprono un riso.
     Quanti piccioli e belli,
graziosi e stillanti,
chiudi tu globi dolci, aurei granelli;
tanti cori d’amanti,
in compendio bellissimo ristretto,
possiede Lilla mia nel bianco petto.

[p. 243 modifica]

XXIX

A POSILIPO

     Paradiso del mare,
vaga reggia d’Amor, trono d’aprile,
Pausilippo gentile,
che, stendendo sul lito ombre gioconde,
incoroni le piagge, abbracci l'onde;
     in te placida vola,
refrigerio di vita, aura novella,
aura tremola e bella,
che sgombrando dal cor l’ombre e i martiri,
i sospiri d’amor cangia in respiri.
     Sacro albergo a le muse,
odi mille intonar dolci istrumenti:
concertati concenti,
che sopra un legno di bandiere adorno
le sirene ch’hai tu sfidano intorno.
     Mille navi dipinte,
ch’hanno prore d’argento e poppe d’oro,
ricche d’alto lavoro,
ti corteggiano intorno; onde in vederle
ne le spume che fai produci perle.
     Hai di ricchi edifici,
prove illustri de l’arte, alteri fregi;
in te vengono i regi,
ed a stanzar ne le tue rive belle
scenderiano gli dèi fin da le stelle.
     Sei di Flora e di Teti
grazioso ricetto, altero nido;
e sul colle e sul lido,
con soavi armonie, pari e concordi
le sirene e gli augelli insieme accordi.

[p. 244 modifica]

     In te l’alga è smeraldo,
bianca perla la spuma, argento l’onda,
bel cristallo la sponda,
vaga stella ogni fior pura e serena,
gemma fina la conca, oro l’arena.
     In quest’antri, in quest’ombre,
spesso il tenero Amor giunge danzando;
in quest’alghe posando,
baldanzosi nel cor, lieti nel viso,
chiaman Cerere e Bacco il canto e ’l riso.
     A delizie sí belle,
a sí dolci armonie ch’in te son mosse,
qui, se muto non fosse,
quando sopra de l’onde ergesi ed esce,
parlerebbe d’amor lo scoglio e ’l pesce.
     Salta il curvo delfino
con la coda forcuta entro i cristalli;
i suoi guizzi son balli
e sí attento l’orecchio in te ripone,
ch’a la musica tua lascia Arïone.
     Qui non morono i cigni,
come in riva del Po sovente avviene;
qui le belle sirene,
con melodia ch’è di dolcezza ordita,
danno invece di morte altrui la vita.
     O bel monte fra’ monti,
per delizia de’ sensi a noi risorto,
tu, pacifico porto
d’ogni mesto pensier, d’ogn’alma errante,
porti pace al nocchier, requie all’amante.
     Grazïoso il Tirreno,
con la bocca de l'onde il piè ti baci
in quest’acque vivaci,
ove danzano ognor ninfe e tritoni,
mentre fiori li dái, perle ti doni.

[p. 245 modifica]

XXX

I PIACERI DELLA VILLA

Ad Isabetta Coreglia

     Pace a voi, pinti augelli,
delicate pianure, alme colline,
ombre fresche, erbe molli, aure divine,
solitari recessi opachi e belli,
alti monti, ime valli, orti fioriti,
rotte balze, erme rupi, antri romiti!
     A voi lieto ritorno,
del mio povero aver contento e pago,
di silenzio e di pace amico e vago.
Deh, tumulto non sia dov’io soggiorno;
qui stia sepolto ogni mio lieto accento;
a la cittá non riportarlo, o vento.
     Porti l’occhiuta Fama,
che d’applausi si pasce e d’alti fasti,
a l’orecchio civil pugne e contrasti:
chi, fra strepiti avvezzo, avido brama
del fiero Marte esaminar gli errori,
legga pugne, oda trombe, ami furori.
     Ma chi, vago de’ boschi,
desia d’amica pace intender carmi,
meco venga tra’ colli e lasci l’armi:
qui, soletto fra rami ombrosi e foschi,
ove l’ombra cader serena io veggio,
riposato nel cor danzo e passeggio.
     Poggio dal piano a l’erto,
e parmi ad ora ad or toccar le stelle
su le cime de’ monti altere e belle.
Pendo nel mio piacer dubbio ed incerto,
e dico, asceso in sí sublime loco:
— D’arrivar sopra il ciel mi resta poco.

[p. 246 modifica]

     Ivi, mentre respiro,
fra due valli mi fermo ombrose e cupe.
Ove si sporge fuor diserta rupe,
sorger tempio devoto al ciel rimiro,
aula sacra di Dio, ch’infonde al petto
riverenza, stupor, téma e diletto.
     Santo e romito stuolo,
ch’ha di cenere sparsa ispide vesti,
spira qui con silenzio aure celesti:
ricco di povertá, solingo e solo,
ha d’irsute ritorte il fianco avvolto,
scalzo il piè, rozzo il manto e magro il volto.
     Aer sacro e sereno,
che di dolci pensier m’empie la mente,
ventilando di lá, spira sovente;
d’usignuoli selvaggi il loco è pieno,
ivi vengono e van gli augelli erranti;
ciascun, dubbio, non sai se pianga o canti.
     In quel tempio sacrato
tuona concavo bronzo, alto e canoro,
che la sacra famiglia invita al coro:
non da fabbro mortal sembra formato,
ma d’angelica man, ché, mentre suona,
come lingua del ciel parla e ragiona.
     Ben composto orticello
di spinosi roseti intorno cinto,
godo di vaghi fior smaltato e pinto;
poi, quando spunta il primo albor novello,
lascio le piume e per le siepi ombrose
di qua colgo e di lá fragole e rose.
     Quante belle farfalle
vagabonde e dipinte aprono i voli,
e quanti arguti e queruli usignuoli
fan qui col canto lor sonar la valle!
Ride il campo ed olezza, e lieto in viso
ogni fior che germoglia apre un sorriso.

[p. 247 modifica]

     Qui porporeggia il melo,
lá giallo impallidisce il cedro antico,
e con lacero sen lagrima il fico;
di rubini la vite orna il suo stelo,
e di porpora e d’òr pendendo altero
miniata ha la scorza il pomo e ’l pero.
     Alzo gli occhi bramoso,
spio tra’ rami le frutta e ’l braccio stendo,
e qual piú mi diletta avido io prendo:
poi vicino ad un lauro il dí riposo,
e per frutti gustar soavi tanto,
ho melata la lingua e dolce il canto.
     Scorre l’ape soave,
e tanto i suoi susurri in aria ponno,
che mi stillano agli occhi un dolce sonno:
scende l’ombra da’ monti umida e gravi:
ecco stridulo il grillo, e in voci rotte
par ch’annunzi la pace e dica: — È notte. —
     Odo a punto a quest’ora
semplicetto cantor d’incólte rime
il villanel, che le sue fiamme esprime;
tratta cava testugine canora,
e con rozzo cantar dolce e concorde,
porge grazia a le voci, alma a le corde.
     A quel rustico accento
immerso in un sopor cupo e tenace,
prendo posa tranquilla e dolce pace;
poi de’ garruli augelli al bel concento,
salutando de l’alba il novo lampo,
gli occhi desto dal sonno e torno al campo.
     Sotto i piedi l’erbetta
lagrimosa mi ride, e sono i pianti,
ch’ella sparge tra’ fior, perle e diamanti.
Febo, amico di pace, allor mi détta
mille belli pensier; Febo m’è scorta,
e m’inalza la mente e al ciel mi porta.

[p. 248 modifica]

     Qui, leggiadra Coreglia,
ove l’ombre piú dolci il monte serba,
meco il dí ti vorrei tra’ fiori e l’erba.
Ecco il lauro, ecco il mirto, ecco la teglia,
che fra mille d’amor zefiri ameni
mormorando ti chiama e dice: — Vieni. —
     Vieni, o saggia Nerina,
pastorella gentil, musica ninfa,
ove giubila qui l’aura e la linfa.
Ma tu, nova fra noi musa divina,
degni fai di tue luci oneste e pure
altri colli, altre ripe, altre pianure.
     Tu sotto il clima tosco,
bella italica Saffo, al mondo splendi,
e ’l tuo picciolo Serchio augusto rendi;
di civil maestá si veste il bosco,
qualor prendi la piva e mandi fuora
dal rubino spirante aura canora.
     Mille pinti augelletti
odi intorno cantar dolci e lascivi,
ne le cortecce ove intagliando scrivi.
Riverisce il pastor gl’incisi detti,
e son tanto i caratteri soavi,
che l’ape corre e vi compone i favi.
     Cangia l’empia fierezza
in costume gentil l’aspido sordo
e porge al tuo cantar l’orecchio ingordo;
e tanta dal tuo dir beve dolcezza,
ch’a l’armonia de la tua bella canna
il veleno ch’avea converte in manna.
     L’aria in vista s’allegra,
dal tuo vago splendor resa tranquilla,
e rose e gigli il ciel piove e distilla;
e benché in spoglia vedovile e negra
apparisci colá, tosto al tuo viso
l’ombra in luce si cangia e ’l pianto in riso.

[p. 249 modifica]

     O beata campagna,
felice colle, avventuroso fiume,
che degni fai del tuo cortese lume!
Beato il Serchio ove irrigando bagna,
ché, nel suo molle e cristallino gelo
stampando il viso tuo, contiene il cielo.
     Io di qua, dove seggio
or fra sacri silenzi ombroso e muto,
col cor t’inchino e col pensier saluto.
Da quest’occhi non vista io pur ti veggio.
Oh stupor non udito, oh strano gioco!
la tua luce non vedo e sento il foco.

XXXI

PER LA MONACAZIONE DI SILVIA DELLA MARRA

Al padre di lei, duca della Guardia

     Verginella innocente in bianco velo,
miro pura donzella,
tutta candida e bella,
far de la sua beltá giudice il cielo;
calca i fasti e le pompe e sembra umíle,
in sua tenera etá, giglio d’aprile.
     Nel suo casto voler ferma ed immota,
tronca il biondo tesoro
e consacra quell’oro,
Berenice novella, al ciel devota;
e di Cristo imitando il regio crine,
la sua tenera fronte orna di spine.
     Veste candida lana e bianco lino,
che si ritorce in onda
cosí pura e gioconda,
che somiglia in candor terso armellino;
e ben dovea chi di colomba ha il core,
di colomba vestir l’almo candore.

[p. 250 modifica]

     Serba il sacro silenzio i muti nodi
in quel labbro modesto;
ma poi libero e presto
l’apre, dando al suo sposo inni di lodi;
serve con libertá signore immenso,
signoreggia le voglie e doma il senso.
     Dentro spine di ferro intatta rosa,
ha del mondo vittoria;
di sua fuga si gloria,
poggia sopra le stelle e in terra posa;
con devota umiltá china i ginocchi
e la mente inalzando abbassa gli occhi.
     Prigioniera, a la terra invia piú franca
la sua candida mente;
bella, casta, innocente,
alba sembra a la gonna intatta e bianca;
e mentre di pietá raggi sfavilla,
di sue lagrime pie rugiade stilla.
     O felici serragli, o sacre mura,
che chiudete e serrate
quel tesor di beltate,
quella gemma d’onor sí tersa e pura;
riverente a voi giro i lumi e i passi,
vi saluto con gli occhi e bacio i sassi.
     E tu d’opra sí pia, signor, ben pago,
godi d’aver produtto
sí generoso frutto,
che serba fior di puritá sí vago;
dch, se paterno amor ti punge il petto,
mostra che ’n ciò sai dominar l’affetto.
     — Padre — par ch’ella dica, — oggi m’ascondo
dentro un’angusta cella,
per fuggir la procella
del tempestoso ed agitato mondo.
«Ben mostra per salvarsi animo accorto
«chi fugge la tempesta e corre al porto». —

[p. 251 modifica]

XXXII

LE DELIZIE DEL SECOLO

Al marchese di Villa G. B. Manso

     Giace il mondo fra lussi, e l’uomo insano
rende sudditi a’ sensi i propri affetti;
prezza crapole e giochi, amante vano,
veste pompe, usa lisci, ama diletti.
     Negli agi immersa effeminata e folle
la pronta gioventú marcir si vede:
regna il sonno e la piuma, e l’ozio molle
su le morbide coltri a l’ombra siede.
     Miro l’opre e l’usanze oggi diverse
da quel secolo d’òr purgato e casto;
le pelli usò chi nuditá coperse,
or di serica pompa orna il suo fasto.
     In quel primo vagir del mondo infante
era stanza il tugurio a l’uomo imbelle:
or da la terra emulator gigante
edifíci sublimi alza a le stelle.
     Fa sviscerar da peregrini monti
superbo ingegno i piú pregiati marmi,
per farne o logge o prezïosi fonti,
che del tempo guerrier durino a l’armi.
     Fa ch’i suoi tetti a riguardar sí belli
siano d’arte maestra ultima prova;
novi Dedali chiama, e novi Apelli
al suo regio lavor prodigo trova.
     L’onda che sprigionata un tempo apriva
da la pomice scabra argentea vena,
che senz’arte correa purgata e viva
tra vaghi fior per la campagna amena;

[p. 252 modifica]

     custodita e riposta oggi tra chiavi,
fa per opra de l’arte opre stupende,
con soave rumor dai piombi cavi
le reggie illustri ad arricchir discende.
     Non piú rustiche paglie, aspri fenili,
rozzi e poveri velli, ispidi stami;
ma molli sete e prezïosi fili
fanno al regio suo tetto ombre e ricami.
     Pendono in giú per le sue logge arcate
mille d’aureo lavor tappeti industri,
e ne le mura e ne le travi aurate
mille ammiri d’eroi memorie illustri.
     Del piú famoso e nobile metallo
il suo ricco balcon cerchia sovente,
e dei monti rifei puro cristallo
fa ne le sue fenestre ombra lucente.
     Ei, gonfio il cor d’ambizïose voglie,
calcar povero suol rifiuta e sdegna;
pavimenti gemmati, aurate soglie
il suo nobile piè toccar sol degna.
     Nel suo morbido letto ombrando il lume,
padiglione si leva alto e pomposo,
e fra lini odorosi e bianche piume
presta al languido corpo agio e riposo.
     Vengon a esercitar musiche danze
donzellette lascive in ricca veste;
spirano arabo odor le regie stanze,
e fra dolci armonie s’odono feste.
     Fra cancelli d’argento in aria appeso,
prigioniero giocoso, il verde augello
qui da l’India remota a lui disceso,
mille nomi ridir sa vago e bello.
     Mille d’argento e d’òr conche e vasella
sopra candido lin prepara e spande,
ove miri in sua mensa agiata e bella
odorosi fumar cibi e vivande.

[p. 253 modifica]

     Attuffato nel ghiaccio, esposto a l’oro,
generoso Lieo spumante brilla,
che ’n tazza di finissimo lavoro
con soave allegria placido stilla.
     Sontuoso teatro, altera scena
di figure e di lumi erge a suo vanto,
ove ispana leggiadra il ballo mena
e marito del ballo unisce il canto.
     Ahi, ch’onesto rossor piú non inostra
in donnesca bellezza il bianco viso;
lascivetta in andar gli abiti mostra,
lussureggia nel petto, arde nel riso.
     De la chioma sua bionda il campo adorno
con rastrello d’avorio ara e coltiva;
poi vi semina odori e sparge intorno
di licori sabei pioggia lasciva.
     A che dentro le pompe alma bellezza,
e tra fregi non suoi giace sepolta?
Schietta e nuda beltá via piú si prezza,
tanto meno è gentil quant’è piú cólta.
     Oh d’umana follia prova superba!
Sa ch’ogni opra de l’arte al fin rovina,
sa che sparsa nel Tebro arena ed erba
ricopre ancor la maestá latina.
     Cadde Menfi superba e Caria illustre,
cesse a l’armi del tempo Argo e Micene,
e sepolta in oblio fosco e palustre
fra le nottole sue sta cieca Atene.
     Le piramide sue trovi, se puote,
glorïoso l’Egitto e ’l Nilo altero;
Troia miri le mura a pena note,
che fèr si grande il suo temuto impero.
     Trovi Rodi il colosso, Efeso il tempio,
miri tumido Creso oggi il suo trono;
contro i colpi del tempo ingordo ed empio
i romani trïonfi ove ora sono?

[p. 254 modifica]

     A che, dunque, inalzar tetti eminenti,
s’ogni fasto mortai rapido piomba?
s’altro non resta a ricettar le genti,
ch’un freddo marmo, una funerea tomba?

XXXIII

CONTRO L’IGNORANZA E L’AVARIZIA DEI PRINCIPI

A Gaspare de Simeonibns

     Giá d’una piva insuperbito e vano,
che gli pendea dal setoloso collo,
si gonfiò, si levò satiro insano,
ch’osò sfidar, prosuntuoso, Apollo.
     — O tu — dicea, — che con aurato scettro
ti fai signor de l’eliconio fiume,
non ti vantar s’hai ne la mano il plettro,
ché non è tuo, ma del cillenio nume.
     Cedi il tuo vanto all’armonia ch’io reco
con una canna industriosa ed alma;
ma se ceder non vuoi, provati meco,
e premio sia del vincitor la palma.
     Prendi il telar de le tue varie corde
ove in musica tela ordisci il suono,
e vedi poi chi nel sonar concorde
fa di noi due piú grazioso il tuono.
     Io d’armoniche fila ordine industre
luminoso non ho pettine bello;
ma con un legno ruvido e palustre
ti sfido intanto a singoiar duello. —
     Udio la voce il biondo arcier canoro
del vantator del rusticale arnese,
ed armando la man di cetra d’oro,
guerrier canoro a la disfida scese.

[p. 255 modifica]GIROLAMO FONTANELLA

     Cinto colá da montanaro stuolo,
fatto l’arcade re giudice al canto,
dal commune parer discorde ei solo
il castalio signor pospose al vanto.
     Di ciò sdegnato il sagittario biondo,
ch’è de la lira armonïoso arciero,
per castigar tanta follia nel mondo,
rese a Mida l’orecchio ispido e nero.
     Ma per coprir l’ingiurioso scorno,
che deforme rendea la regia testa,
la corona adoprò ch’intorno intorno
di scoltura gemmata era contesta.
     Con esempio sí bello attica musa
sotto favola finta il ver ragiona:
che spesso mente torbida e confusa
va sotto ricca imperïal corona.
     Chiude orecchio di Mida in aurea fascia
ricco signor, che vanitá gradisce;
perir gl’ingegni amaramente lascia,
le muse sprezza e le virtú bandisce.
     Negletti in corte, i peregrini cigni
agiato nido al poetar non hanno;
sotto fèro tenor d’astri maligni
d’una in altra cittá dispersi vanno.
     Non è chi merchi i lor soavi accenti,
sol per desio d’immortalarsi almeno;
per inchiostri non cambia ori ed argenti,
cosi bollente ha d’avarizia il seno.
     Va ne le reggie a celebrar talora
gli eroici vanti un peregrino ingegno;
ei mal gradito e mal veduto ancora,
premio non trova al suo gran merto degno.
     Contro irata fortuna ei per riparo
una povera lira in man si prende;
un frutto coglie in guiderdone amaro,
ch’inasprisce la lingua e ’l gusto offende.

[p. 256 modifica]

     Deh, tornate a la luce, al mondo, voi,
Mecenati famosi, eccelsi Augusti,
ch’i poetici ingegni e i sacri eroi
accoglieste a tutt’or pietosi e giusti.
     Oggi al mondo non è chi largo e pio
amico venga a sollevar le muse;
per cibo un lauro e per bevanda un rio
hanno, in cima ad un colle accolte e chiuse.
     Piú d’un nobile ingegno e piú d’un vate
sotto scarso destin perir si vede;
ma colpa sol de la moderna etate,
che nega avara a la virtú mercede.
     Tesse eroico scrittor bellici vanti,
con la penna intrecciando almi episodi;
ma dai versi non prende altro che vanti
e per lodi non coglie altro che lodi.
     Sparge in mezzo a le corti un’aurea vena
di faconda armonia, ch’in versi scioglie;
ma da mano reai cortese e piena,
vena prodiga d’òr giamai non coglie.
     Stima il garrulo vulgo un che togato
giudica ne le rote i dritti e i torti;
un ch’ha la lite e la discordia a lato,
cicalator, mormorator di corti;
     un che d’Astrea torcendo i puri sensi,
la nuda veritá veste di frode;
corvo inuman, ch’ove a litigio viensi
de l’altrui mal come suo ben si gode.
     E chi d’Apollo imitator ne l’arte
ai bianchi cigni è in puritá simile,
chi spira amor da le sue belle carte,
come inutile e vano ei prende a vile.
     Oh di secolo pravo insania folle,
che l’umano giudizio ombra ed appanna!
Parolette e menzogne il mondo estolle,
e i poetici studi a terra danna.

[p. 257 modifica]

     Ma stiasi pur nel suo parer fallace
la sciocca plebe a vil guadagno intesa,
ch’in sí povero stato avendo io pace,
lasciar non vo’ rincominciata impresa.
     Benché frutti non abbia il sacro monte
e miniere produr non sappia d’auro,
benché poveri umor stilli il suo fonte,
in sí povero umor prendo ristauro.
     Piú mi giova raccòr sterile alloro
tra i silenzi di Pindo alti e divini,
che tra i fremiti rei del rauco fòro
di fruttifera palma ornarmi i crini.
     M’è piú grato fra cigni essere accolto,
lunge avendo da me discordie e liti,
che di garrulo stuol, fallace e stolto,
i vani applausi e i popolari inviti.
     Leggi e riti d’Astrea né do né prendo,
nel causidico fòro amati tanto;
reggo me stesso, e quelle norme apprendo,
che fan puro lo stil, perfetto il canto.

XXXIV

LA MORTE DI MARIANNA

     Poiché in cima riposto al regio onore,
quando Erode credea perdere il regno,
vide l’imperio suo crescer maggiore;
     pensando aver col temerario ingegno
vinto l’insuperabile destino,
piú non temea del ciel castigo o sdegno.
     Vedeasi tributario il palestino,
innanzi ai piedi suoi servo il giudeo,
e vólto a suo favor l’eroe latino.

[p. 258 modifica]

     Vedea de’ suoi nemici aver trofeo,
di sue fatiche inaspettati onori,
e di nuovo seder nel trono ebreo.
     Un dí, tornando a’suoi lascivi amori,
condur si fe’ la sua real consorte,
che per abiti aveva porpore ed ori.
     Egli volea che di sua lieta sorte
godesse ancor la peregrina sposa,
gioisse ancor l’ambizïosa corte.
     Ma turbata la vide e in sé sdegnosa,
né a lui, siccome pria, lieta in aspetto,
venne a far di beltá pompa amorosa.
     Ei, che nutre per lei sí caldo affetto,
che sfavilla in amor, ch’anela ardente,
de l’insolita vista ha dubbio il petto.
     — Qual cosa, anima mia, fia sí possente
a turbarti — le dice, — or ch’io ritorno
d’allegrezza e di gioia ebro e ridente?
     Devi tu, mentre ognun m’applaude intorno,
piú d’ogni altra goder lieta e festante,
e in diamante segnar sí fausto giorno.
     Come, o sposa diletta, allegra avante
non mi fai di tue braccia oggi catena,
nel tuo sen non m’accogli avida amante?
     Lasso, ogni mio gioir converti in pena,
mentre in sí bella eclissi oggi m’ascondi
vista sí dolce candida e serena.
     Chi ti turbò, cor mio, ben mio? rispondi!
Farò, farò che ’l temerario mora,
che fu cagion de’ tuoi dolor profondi.
     Oh Dio, che cosa è quel che il cor t’accora?
di’ pur, comanda pur; quanto richiedi
eseguirò, per compiacerti, or ora.
     Non solo io vo’ che ’l regno mio possiedi,
ma il dominio del cor siati concesso;
sia tuo quanto in Giudea scopri e rivedi.

[p. 259 modifica]

     Comanda pur, ch’obedirotti appresso;
in servo umil mi cangerò da sposo,
farò del tuo voler legge a me stesso.
     È tempo ormai ch’io prenda almen riposo
ne le tue braccia, ove tu puoi bearmi,
queste piume premendo ebro e gioioso.
     Ma s’a guerra d’amor godi sfidarmi,
placa le luci tue spietate e crude,
e poi, bella nemica, accingi l’armi.
Prima ch’a la battaglia io serva e sude,
sia questo letto l’odorato campo,
l’armi di tua beltá mostrami ignude.
     Fonte de’ miei piacer, spegni il mio lampo,
sazia la sete mia, poich’in amore
tutto anelo, sfavillo, ardo ed avampo.
     Incatenami il collo, e a tanto ardore
giungi meco anelando, avvinto e stretto,
seno a sen, labbro a labbro e core a core. —
     Ma, per frenar l’irregolato affetto
del lascivo suo re, l’ebrea reina
mostrò nel volto aver sdegno e dispetto.
     — Troppo la tua ragion s’abbassa e inchina
a dar licenzïoso ai sensi il freno,
troppo dal dritto amor torce e declina.
     Spegni — dice — il bollor ch’accogli in seno;
come i popoli tuoi reggendo vai,
sí le sfrenate voglie accogli a freno.
     Moderi altrui né te corregger sai;
le cittá signoreggi, ed or sí folle
da’ sensi tuoi signoreggiar ti fai?
     Gran vergogna è d’un re se in ozio molle,
a lascivie ed a lussi in preda dato,
non dá freno al furor ch’al cor li bolle.
     Tu, che eserciti indomiti hai domato,
d’un lascivo desio resti abbattuto,
d’un fugace pensier resti espugnato? —

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     A tal dir resta il re tacito e muto,
qual veltro che famelico talvolta
sol per ésca cercar resta battuto.
     Ei vergognoso altrove i passi volta,
e la sete del cor soffrendo ardente,
l’onda ch’in van bramò vedesi tolta.
     Da la mensa ritorna il dí seguente;
di dolcezza e di vin ebro e fumante
di lussuria avampar maggior si sente.
     Verso il caro suo ben corre anelante,
ma, scacciato di nuovo, egli s’accorge
di nemica beltá trovarsi amante.
     A la repulsa infurïato ei sorge
dal letto marital rapido e presto,
quando in premio d’amor tant’odio scorge.
     La cagione saper brama di questo;
ond’ella irata al fin con questi accenti
fece noto il suo cor turbato e mesto:
     — Vuoi, traditor, ch’ai tuo voler consenti
e chiami te, che nell’amarmi infingi
e bugiardo nel dir falseggi e menti?
     So come le tue frode ombri e dipingi
di falsitá; come, amator fallace,
l’infida lingua a lusingarmi spingi.
     Se questa (qual si sia) beltá ti piace,
e s’io ti serbo fé costante e forte,
come, o crudel, ch’io viva oggi ti spiace?
     Se mi leghi in amor dolce consorte,
come per atterrar l’egra mia vita
nodo in me trami poi d’occulta morte?
     Non hai tu con Soemo insidia ordita,
che da lui resti uccisa? Empio mio fato,
misera me, sí a torto oggi tradita!
     Questo è l’amor che tu mi porti, ingrato?
questa dunque è la fé? Va’, ch’io non credo
a parole di re crudo e spietato.

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     Ahi, de le frodi tue tardi m’avvedo;
altro porti nel petto, altro hai nel viso,
e mentito è l’amor ch’in te giá vedo.
     Non ti bastò d’avermi il padre ucciso,
soffogato il german, l’imperio tolto,
ed il trono usurparti e starvi assiso?
     E ancor contro di me, perfido e stolto
incrudelirti vuoi, donna innocente,
che quel ch’asconde al cor, mostra nel volto. —
     A tal parlar tutto di rabbia ardente,
uscito fuor di sé grida il tiranno:
— Tanto ardisci tu dir, donna insolente?
     T’ho scoperta infedel, non piú m’inganno,
e la fé che macchiata io non vedea,
m’apre i lumi a veder l’occulto inganno.
     Tal secreto scoprir chi mai potea
se non un che ti gode, ama ed adora,
ed abbraccia nel sen femina rea?
     Fra tormenti farò ch’esposto or ora
di tua camera sia l’empio custode,
e l’adultero tuo pur seco mora.
     Sí, sí, scoperto ho ben l’iniqua frode;
folle chi piú si fida in donna errante,
ed a la sua beltá dá vanto e lode! —
     Da lei parte nemico ov’era amante,
nel parlar, nel trattar fiero e sdegnoso,
di furor, di dolor caldo e fumante.
     Va nel trono a seder ricco e pomposo,
e del passato e ricevuto scorno
non può coi suoi pensier trovar riposo.
     Di fulgido diadema il crine adorno,
fra cento squadre di guerrieri e cento
eroi togati, signoreggia intorno.
     Sotto un gran ciel di luminoso argento,
calcando sotto il piè porpore ed ori,
con alta maestá porta spavento.

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     Con un sol guardo sbigottisce i cori,
e col piè tempestando il regio soglio
sveglia e desta del cor l’ire e i furori.
     Poi, sbuffando in parlar l’ira e l’orgoglio,
con un tuono di voce alto e spietato
fa palese il furor, noto l’orgoglio.
     — Or prendete Soemo — ei grida irato —
e innanzi agli occhi miei vo’ che l’infido,
pena debita a lui, resti svenato. —
     A pena di sua bocca esce tal grido,
ch’eseguito riman; scusa non giova
a Soemo apportar d’amico fido.
     Ciascun rabbino il suo parere approva;
muor l’infelice, e funestando il piano,
l’ira del suo signor rigido prova.
     Non s’acqueta perciò l’empio e inumano,
ma nel furor piú bolle e intorno gode
bruttar la reggia sua di sangue umano.
     Ma chi può dir la scelerata frode,
ch’incontro Marianna empia cognata
ordendo va col dispietato Erode?
     Miser chi di tal gente empia e mal nata
senz’amor, senza fede oggi si fida,
che palese t’accoglie, odia celata!
     Accusa l’innocente e afferma infida
come per dar la morte al regio sposo,
procurasse costei tòsco omicida.
     Fede le presta il barbaro sdegnoso,
da la furia acciecato e, dentro il petto,
da gelosia, senza trovar riposo.
     Chiama il senato a dar sentenze eletto;
vuol che la moglie si condanni a morte,
qual donna rea nel suo reale aspetto.
     Ecco in presenza di sua regia corte,
senza temer del tribunal giudeo,
furïosa compar l’alma consorte.

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     Comincia: — Or chi di voi, giudice reo,
condannar temerario or mi presume,
per compiacer sí fier tiranno ebreo?
     Ben del giudicio ha ottenebrato il lume,
e ben mostra di senno in tutto oscuro
de l’ingegno tarpate aver le piume.
     Scorgo il vostro parer torto ed impuro;
o mi dannate o m’assolvete intanto,
de le vostre sentenze io nulla curo.
     Ma chi vi dá tanta baldanza e tanto
ardir di condannar donna innocente,
che di casta riporta il pregio e ’l vanto?
     Ben ciascuno è di voi scemo di mente,
che di sí crudo e barbaro tiranno
a l’infame parer tosto consente.
     Ma il ciel che mira il torto e osserva il danno,
chiamo sol punitor di tanta offesa,
chiamo vendlcator di tanto inganno! —
     Cosí, sdegnosa in atto e in volto accesa,
la donna ferocissima dicea,
senza cercar, senza trovar difesa.
     Bella, casta e gentil, sovra ogni ebrea
riportava il tr̈ionfo, ergea la palma,
s’eguale a la beltá modestia avea.
     Ma donna cosí bella, inclita ed alma,
freno all’ira non diede, e nel bel volto
la luce intorbidò di sí bell’alma.
     Non deve spirto in regie membra accolto
farsi signoreggiar, servo del senso,
da l’insano furor torbido e stolto.
     Sgombri il fumo de l’ira in petto accenso,
che del chiaro intelletto offusca il sole,
qual nemico vapor torbido e denso.
     Costei, quantunque sia di regia prole,
troppo nel suo garrir si mostra audace
ed in furie trabocca ed in parole.

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     Ma si scusi, ch’è alfin d’alma vivace;
e, se troppo nel dir sciolta si vede,
è proprio de la donna esser loquace.
     Fra tanti, ecco un rabbin si leva in piede,
in senil gravitá non visto eguale,
ed al re di parlar licenza chiede.
     Fu di parer, scusando il sesso frale,
costei non meritar sí rea sventura,
ma ben dannarsi in prigionia reale.
     Ma questa, d’alma intrepida e sicura,
di modestia passando il segno ardita,
da la morte scampar punto non cura.
     — Su, toglietemi — grida — or or la vita;
per non veder sí barbaro spietato,
bramo far da’ viventi oggi partita.
     Sí, sí, verrò nel sonno a te piú grato,
e con flagel di lividi serpenti
ti sferzarò quel cor perfido e ingrato.
     Ombra infesta verrò da l’ombre ardenti,
e se ’l cielo a patir lá giú ti danna,
ministra io ti sarò di rei tormenti. —
     Anco la madre (oh crudeltá tiranna!)
approva quanto il re fra’ suoi consiglia,
ed a morir tanta beltá condanna.
     Senza bagnar di lagrime le ciglia,
senza mostrar pietá, rigida prende
a incrudelir contro la propria figlia;
     e la sgrida e l’accusa, odia e riprende;
cieca, la sua follia non vede espressa,
ch’in offender costei se stessa offende.
     Ma se fa ciò per non morire anch’essa,
l’empia ancor patirá consimil fine,
né le fia tanta colpa unqua rimessa.
     Poi, stendendo la man su l’aureo crine,
troncò col ferro rigido e tagliente
le belle masse d’òr lucide e fine.

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     Madre non giá, ma fera o furia ardente
parve a l’atto crudel, quando, spietata,
quella chioma troncò, parca nocente.
     In mirar che la madre anco sdegnata
era contro di lei, tacque la bella,
muta e mite rimase ov’era irata.
     De la sala sul suol le bionde anella
crebber luce a le gemme; e al crin reciso
non piú donna real, ma sembra ancella.
     De l’ingiusta sentenza al crudo aviso
si parte e va a la morte e gli occhi abbassa,
ed intrepido mostra il cor nel viso.
     Move a pianto, a pietá dovunque passa;
solo il rigido re nulla commove,
e piú l’anima indura e il core insassa.
     Ogni téma dal cor franco rimove,
generosa la morte incontra e abbraccia,
e d’insolito ardir mostra gran prove.
     Non smarrisce le rose asperse in faccia;
per dimostrar che pazïente more,
piega in forma di croce ambe le braccia.
     O stupor! lei che dianzi entro il furore
parve stolida tigre, agna or si vede,
tutta mite nel volto, umil nel core.
     Al luogo destinato arresta il piede,
piega l’alma cervice e ’l ferro aspetta,
ed al fato ed al ferro inchina e cede.
     A darle morte i rei ministri affretta;
ma mori pure, intrepida reina,
che ’l ciel fará del tuo morir vendetta!
     Il carnefice a lei giá s’avvicina,
sguaina il brando e lo solleva in alto,
e sul candido collo il colpo inchina.
     Tingendo il suol di porporino smalto,
che dal vivo alabastro esce in canali,
spicca il teschio reciso in aria un salto.

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     Chiuse in sonno leteo gli occhi fatali,
che sotto l’arco di quel nobil ciglio
fûr di vivo splendor fonti vitali.
     Tosto in pallido cangia il bel vermiglio,
e ne la guancia delicata e pura
come neve fioccata appare il giglio.
     Morta, con gli occhi ancor gli animi fura;
ciò che d’allegro appar, ciò che di fausto
ne la corte reai tosto s’oscura.
     Tal fu di Marianna il caso infausto,
la falsa accusa, il fin tragico e rio;
ma, d’innocenza candido olocausto,
     casta e bella in amor visse e morío.