Lirici marinisti/VI/Giuseppe Salomoni

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Giuseppe Salomoni

Liriche di Giuseppe Salomoni ../../VI ../Bernardo Morando IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

VI VI - Bernardo Morando
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GIUSEPPE SALOMONI


I

BRAMA DI FORZE MOLTIPLICATE

     Qual or ti miro, oh che gentil diletto
nascer in me da quel mirar sent’io!
Qualor t’ho fra le braccia, idolo mio,
oh che dolce piacer m’ingombra il petto!
     Se l’animate rose e l’ostro eletto
ti bacio, dissetando il mio desio,
oh di che manna scaturisce un rio
ai labbri miei dal tuo baciato aspetto!
     Bramo in Argo novello esser rivolto,
di farmi un Briareo sarei contento
e ’l volto de la Fama aver nel volto;
     per mirar te con cento lumi intento,
per serbar te con cento braccia accolto,
per poterti baciar con bocche cento!

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II

I MORSI E I BACI

     Famelica d’amor, l’amato volto
al suo caro Filen Lidia mordea,
e sovra il volto stesso indi piovea
di baci un nembo affettuoso e folto.
     Ed ei, ch’a lei sedendo in braccio accolto,
or baci or morsi ai labbri suoi rendea,
cosí con voce languida dicea
ver’la bocca bellissima rivolto:
     — O di doppio tesor scrigno natio,
bocca de la mia serpe amata e vaga,
stampa pur de’ tuoi morsi il volto mio;
     poiché de le tue perle egli s’appaga
d’esser ferito e n’arde di desio,
pur che i rubini tuoi sanin la piaga! —

III

LE FRAGOLE E LA BOCCA

     Mentre la bella bocca onde talora
cibi la mia, famelica amorosa,
colá sedendo in su la piaggia erbosa
cibavi oggi di fraghe, o bella Flora;
     io, che poco lontan facea dimora
nel grembo assiso a la verdura ombrosa,
con mente insieme stupida e bramosa
mandai dal cor queste parole alora:
     — O bocca, alta cagion de le mie faci,
quanto somigli il cibo delicato
di cui pascer te stessa or ti compiaci!
     De le fraghe hai l’odor nel dolce fiato,
de le fraghe il sapor ne’ cari baci,
de le fraghe il color nel labbro amato. —

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IV

ANTEA

     Voi del nome crudel ben degna siete
de l’antico di Libia empio gigante,
poiché, fatta ne l’opre a lui sembiante,
donna superba, i suoi costumi avete.
     Forte ei pugnò, voi forte combattete,
con l’arme ei de la man, voi del sembiante;
e s’egli fulminò, voi fulminante,
gigantessa d’amor, l’alme uccidete.
     Ver è che voi da l’immortal soggiorno
nasceste, egli dal suol nascer si vide;
egli diforme e voi con volto adorno.
     Cosí mi desse Amor, che ’l cor m’ancide
con la vostra beltá, ch’io fossi un giorno
ne la lotta amorosa il vostro Alcide!

V

DIO, AURIGA DELLE ANIME

     L’uomo è nel mondo un corridore umano,
e ’l cavalier che l’ammaestra è Dio,
che, se talvolta egli si fa restio,
col piè lo spinge in corso e con la mano.
     E se talor, precipitoso, insano,
s’avventa ove ’l trasporta il suo desio,
con duro fren che di sua mano ordio,
dal mortal precipizio il tien lontano.
     E se superbo calcitra e sdegnoso,
stancandolo per strade alpestri e felle
nel maneggio si fa piú rigoroso.
     Se poi gli scopre alfin sue voglie ancelle
e corre seco al ciel, gli dá, pietoso,
biade d’eternitá, stalle di stelle.

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VI

IL PENSIERO AMOROSO

     Oh quanto a te degg’io,
pensier, compagno errante
d’amor, cervier de l’alma, Argo del core!
Tu fuor del petto mio,
spiritello volante,
per dar riposo al cor t’alzi a tutt’ore;
per te dolce l’ardore,
il languir m’è soave,
il penar non m’è grave,
ed oblïando il mio dolore immenso,
spensierato son io sol quando penso.
     Tu, corrier pronto e desto,
ver’madonna ten voli,
e piú la giungi allor ch’è piú fugace;
indi veloce e presto
ten riedi e mi consoli
con risposta gentil, muto loquace:
— Soffri — dicendo — in pace;
ché s’or languisci ardendo,
tosto arderai gioiendo,
e ricco mietitor, nocchiero accorto,
corrai la mèsse e giungerai nel porto. —
     Tu, nuovo e strano Apelle
per me ti fai sovente,
sol per mostrarmi il mio bel sole espresso,
e con tempre sí belle,
con color sí lucente,
fingendo il vai, che ’l simolacro spesso
s’agguaglia al vero stesso;
anzi pingerlo sai
e colori non hai
e pennel non adopri, e mentre fingi,
pittore e non pittor, pingi e non pingi.

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     Ma di ciò non contento,
ogni chiuso sentiero
varchi d’onor malgrado e di fortuna;
e quindi in un momento
vivo il suo cibo e vero,
quando Giunone è bianca e quando è bruna,
porti a l’alma digiuna;
ma pur piú spesso alora
che notte il ciel scolora,
e tu, volando per gli orrori suoi,
porti, notturno ladro, i furti tuoi.
     Alor sí ch’io m’aggiro
fra le notturne piume
felice amante e fortunato appieno.
Quivi lieto rimiro
degli occhi amanti il lume
splender tra l’ombre agli occhi miei sereno;
quivi mi scorgo in seno
tutto il mio ben raccolto,
e cosí dir l’ascolto:
— Godi e prendi da me pur la mercede,
o mio caro fedel, de la tua fede. —
     Quand’io, ch’ardo e mi sfaccio
di gioia e di diletto,
a diletto maggior ratto m’accingo,
e lei, ch’a prova in braccio
chiuso mi tiene e stretto,
con parole e con man tocco e lusingo;
e dico: — I’ pur ti stringo,
giá dispietata, or pia,
viva catena mia,
e pur ritengo qui spirante e vera
te, mia bella prigion, ma prigioniera. —
     Quinci, a le labbra amate
giunte le labbra amanti,
con qualche oimè dolcissimo mi dolgo,

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e le rose baciate
con le rose bacianti,
qual famelica pecchia, involo e colgo.
Dai baci al fin mi volgo
con piú dolce desire
dolcemente a morire,
e con la vita mia, col mio tesoro,
restando in vita, esco di vita e moro.
     Qui frena, alma mia stolta,
la lingua audace e sciolta;
pon freno al canto ormai che ti distorna,
e fra il silenzio al tuo pensar ritorna.

VII

IL RISO

     Qualor da bel desio
tratto gli occhi e la mente,
gli occhi e la mente al mio bel sole affiso,
sí dolce al guardo mio
si scopre e sí lucente,
che da me dolce il cor resta diviso.
D’oro è il crin, d’ostro il viso;
ma piú che l’oro e piú che l’ostro eletto
il crine arde e fiammeggia,
il viso arde e lampeggia;
d’alabastro è la man, d’avorio il petto,
e nel bel ciglio splende
fiamma d’amor che mille fiamme accende.
     Ma se per mia ventura
riso lucente e chiaro
scopre fra tanti rai sue fiamme accese,
luce mirar piú pura,
raggio trovar piú caro,
non san le luci a rimirarlo intese.

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     Riso vago e cortese,
riso figlio del cor, pregio sovrano
di natura e splendore
di bellezza e d’amore,
teco contende, a te s’agguaglia invano
bianco sen, nero ciglio,
bianca man, biondo crin, volto vermiglio.
     Tu, dolcemente uscendo
fuor per gli interni calli,
quasi da fosco ciel chiaro baleno,
e dolce un uscio aprendo
di perle e di coralli,
m’apri soavemente il core e ’l seno.
Quel tuo dolce sereno
sí dolce foco entro il suo lume asconde,
ch’ognor piú l’alma mia
accesa esser desia;
sí chiari ognor, sí dolci ognor diffonde
quei raggi ond’io m’accieco,
che tanto veggio sol quanto son cieco.
     Tu l’alma ardente e vaga
fèri e pungi a tua voglia,
e sei fulmine al cor, se lampo agli occhi;
ma sí dolce è la piaga,
sí soave la doglia,
che d’estremo piacer vien ch’io trabocchi.
Sí dolce il cor mi tocchi,
riso dolce e gentil, sí vago sei,
che spesso in fra i martiri
ridono i miei sospiri,
ridon nel cor ridente i dolor miei,
e dolcemente intanto
ne le luci e nel cor ride il mio pianto.
     Quanto dal ciel si serra,
quanto è nel cielo accolto
ride e nel riso sol vago si mostra.

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Ridente è della terra
il verde grembo e ’l volto,
e di ridenti fior s’orna e s’inostra.
Ne la sua cupa chiostra
con crespo volto il mar ride ed affrena
l’aura che stride e geme,
l’onda che piange e freme.
Ride al riso del mar l’aria serena,
e negli aerei campi
ridon le nubi e son lor riso i lampi.
     Ride spiegando il velo
e di ridenti orrori
la notte il chiaro volto a l’aria imbruna;
e di ridente gelo
spargendo l’erbe e i fiori,
nel suo ridente ciel ride la luna.
Per l’ombra azzurra e bruna
nel notturno seren spiegan le stelle
ridenti i crini d’oro,
ridenti i raggi loro;
e con le rose sue ridenti e belle
fa l’alba in ciel ritorno,
tutta ridente dal balcon del giorno.
     Scopre ridendo il sole,
quando al ciel splende e s’erge,
di ridenti fiammelle il crine ornato;
e pur ridendo sòle,
quando nel mar s’immerge,
tuffar tutto ridente il carro aurato.
Riso, riso beato,
tanto hai di bello in te, tanto in me puoi,
che, sciolto il fren tenace
a la favella audace,
omai dirò ch’un sol de’ raggi tuoi
faria, tra ’l pianto eterno,
quasi sereno ciel rider l’inferno.

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Canzon, figlia del riso, indegna figlia
di padre sí gentile,
sol tu resti al suo lume oscura e vile.

VIII

PALINODIA

     Giá menzognero e stolto
biasmai, vecchia gentile,
il tuo sen, la tua chioma e ’l tuo bel volto.
Or, cangiando pensier, vo’ cangiar stile
e farti udir d’ogni menzogna mia
una palinodia.
Tu cortese m’ascolta, e mira intanto
vòlto in gloria il tuo scorno e ’l biasmo in vanto.
     D’argento è la tua chioma,
ma pur cosí d’argento,
piú che se fosse d’òr m’allaccia e doma;
ed o sia chiusa in treccia o sciolta al vento,
piú che se fosse d’òr, m’alletta e piace;
e d’argento è la face
e la saetta insidïosa e vaga,
che l’anima m’incende e ’l cor m’impiaga.
     La tua fronte serena,
che fu giá di beltade,
sparsa di bianchi fior, piaggetta amena,
dal freddo aratro de la vecchia etade
solcata è, sí, ma con quei solchi sui
produce ai cori altrui
di diletto e di duol confuse e miste
soavi biade e rigidette ariste.
     Le tue ciglie falcate,
l’inarcate tue ciglia
ond’han gli Amori ancor le destre armate,
sembrano (oh meraviglia!)

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inutil arme e fragili stromenti;
ma piú che mai possenti
sen van co’ loro arcieri e mietitori
mietendo l’alme e saettando i cori.
     Le tue luci leggiadre
languiscon, ma languendo
non restan giá d’esser rapaci e ladre,
o di far sí ch’io non languisca ardendo.
Son vecchie; ma sent’io sempre per loro
giovane il mio martoro,
ed ai lor giri il prencipe degli anni,
fatto stupido amante, arresta i vanni.
     Pallidetto ed esangue
nel tuo languido viso
co’ suoi vecchi augelletti anch’egli langue
de le Grazie e d’Amore il paradiso;
ma pur non men leggiadro e non men dolce
l’anime alletta e molce,
né dopo la lor morte i cor piagati
che volano lassú fan men beati.
     La tua bocca rosata,
bel tesoro de’ baci
e del parlar soave arca animata,
non teme de l’etá l’unghie rapaci;
ma con la sua ricchezza fuggitiva
restando ognor piú viva,
con chi baciarla suole ed ascoltarla
dolce piú che mai fosse, or bacia or parla.
     Il tuo candido seno
di bei pomi lascivi
lieto orticello e giardinetto ameno,
dolci non men né men leggiadri e vivi
scopre, benché sian vecchi, i frutti suoi;
ma serba ancor tra noi
l’antico stile, e con suo pregio eterno
sprezza del tempo la tempesta e ’l verno.

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     La tua man bella e bianca,
tocca da la vecchiezza,
sembra dal lungo saettar giá stanca;
ma languendo non langue e di bellezza
alcun vanto non perde, anzi n’acquista,
e ben quest’egra e trista
anima il sa, che se per lei dolente
sentiva un colpo giá, mille or ne sente.
     Crespa hai la gola e crespe
le guance e crespo il petto,
ma son, mercé d’amor, quelle tue crespe
trofei di leggiadria, non di difetto;
e qual piú bel con crespo volto il mare
sedendo in calma appare,
tal tu, mar di beltá, con crespa faccia
mostri ai nocchier d’amor la tua bonaccia.
     Sí, sí, bella mia vecchia,
vecchia sei ma leggiadra,
e nel tuo bel la gioventú si specchia;
tu sei vecchia guerriera e vecchia ladra,
che in pugnar e rubar sai piú d’ogni altra
esser possente e scaltra;
teco Amor pargoletto invecchia, e vuole
teco invecchiando incanutire il sole.
     Canzon, sen vola il tempo,
ma non temer però le sue quadrella,
ché diverrai ne l’invecchiar piú bella.

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IX

ALLA CICALA

     O rauca sí, ma rara,
stridola sí, ma cara,
de la dea biondeggiante
messaggera volante;
de la stagion piú fruttuosa e calda
canora insieme e strepitosa aralda;
questa acerba tua voce
offende, ma non nòce;
ruvidetta e loquace
spiace a l’orecchie e piace;
anzi mai sempre è con diletto udita,
e quanto è piú spiacente è piú gradita.
     Ne la stagion novella
riede la rondinella,
e col suo metro dolce
l’aria addolcisce e molce;
ma, foriera d’april, tromba di Clori,
che n’annunzia di buono altro che fiori?
     Quand’apre il riso il suolo,
ritorna il rosignuolo
a scior tra i fior ridenti
armonici lamenti;
ma che fa l’armonia sua lusinghiera?
Nunzio il suo canto è sol di primavera.
     Cent’altri augelli e cento
stendon le piume al vento
e van spiegando a prova
melodia rara e nova,
mentr’ha di fiori il Sol gravido il raggio;
ma che portan, cantando, altro che maggio?
     Delicati augelletti,
cantori lascivetti
son questi, che di buono

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non hanno altro che ’l suono,
e sol tra noi mortali han questo vanto
ch’han dolce sí, ma infruttuoso il canto.
     Ma tu vie piú felice,
sonora ambasciatrice,
col tuo, non men che grave,
stridor caro e soave,
n’annunci or per le selve or per le rive
la venuta del cibo onde si vive.
     Tu sembri alora quando
t’affatichi cantando
dir al villan, che lasso
al Sol raggira il passo:
— Suda e raccogli, o mietitor, la spica,
ché madre del riposo è la fatica! —
     Sembri una tromba agreste,
che richiami e che déste
del rustico guerriero
il braccio adusto e nero
a far col ferro suo torto ed acuto
strage del biondo esercito granuto.
     Ma che? non s’ode stile
al tuo pari o simíle;
ti cede il raparino,
t’onora il lucherino,
ed è col calderugio e col fringuello
presso il tuo rauco stil rauco il fanello.
     Vinto ti cede spesso
il rosignuolo anch’esso,
ritien presso te muta
Progne la lingua arguta,
né spande augel per l’aria o voce od ala,
che divenir non brami una cicala.
     Né giá per meraviglia
deve altri alzar le ciglia,
se tu fra gli altrui canti

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riporti i primi vanti;
poiché sol da la forza ardente e viva
del dio del canto il tuo cantar deriva.
     Quand’ei con l’aurea lampa
in ciel piú forte avampa,
e col raggio che bolle
tormenta il piano e ’l colle,
alor tu senti in te ben mille e mille
di poetico ardor spirti e faville.
     Alor l’alte tue rime,
poetessa sublime,
con indefessa vena
sciogli, di furor piena,
e fai veder altrui ch’a te non sòle
dettar sí nobil canto altri che ’l sole.
     Qui potrei dir ch’un die
alle dolci armonie
di spiritoso ingegno
fosti spirto e sostegno,
mentre accoppiasti il suon che ’l mondo ammira,
di rotta corda in vece a la sua lira.
     Ma questi, ancor ch’egregi,
son troppo antichi pregi;
son queste in ogni parte
glorie giá note e sparte;
sí che piú tosto con stupor si denno
lodar senza lodar, che farne cenno.
     Io vo’ ben dir ch’io vidi
or nei campi or nei lidi,
ove tu dispiegavi
gli strepiti soavi,
l’ali ritrose e i passi fuggitivi
quinci arrestare i venti e quindi i rivi.
     E vidi spesso ancora
star la turba canora
or tra i faggi or tra i mirti

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con diletto ad udirti,
per imparar da la tua voce eletta
qualche bel madrigale o canzonetta.
     Vidi i rami baciarti,
vidi le fronde ornarti
e, tratti da’ tuoi carmi,
correr i tronchi e i marmi;
e vidi il carro aurato il dio di Deio
spesso arrestar, per ascoltarti, in cielo
     quel dio ch’assai piú brama
le tue canzoni e l’ama,
vie piú che l’armonia
d’Euterpe e di Talia,
e fa, fermando i corridori adorni
per udirti cantar, piú lunghi i giorni.
     Ma dove incauto e stolto
follemente ho rivolto
le temerarie note?
Lodarti appien chi potè
con cetra d’armonia tumida e pregna?
Tu sol te stessa di cantar sei degna.