Lirici marinisti/VI/Bernardo Morando

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Bernardo Morando

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VI - Giuseppe Salomoni VI - Antonio Giulio Brignole-Sale
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BERNARDO MORANDO


I

INVOCAZIONE DEL BACIO

     O coralli animati, o vive rose,
caldi rubini e porpore spiranti,
de l’orto de le Grazie usci fragranti,
de l’amoroso ciel porte odorose;
     o del diletto uman mète gioiose,
de l’erario d’Amore arche gemmanti,
o soavi prigion d’anime amanti,
o fonti del piacer, labra amorose;
     s’in voi l’anima mia gli spirti suoi
raccoglie mai, qual fia di me piú pago?
qual fia ch’altro piacer piú brami io poi?
     Di men puri diletti altri sia vago;
io piú non chero, o dolci labra, e in voi,
quasi in mio centro, ogni desire appago.

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II

INAPPAGAMENTO DEL BACIO

     Ecco pur, labra mie, rompeste al fine
l’amoroso digiun nel cibo amato;
avete pur il nettare libato
da l’animate rose porporine.
     Or che piú bramo? Ahi, che non giunge a fine
il desio sitibondo innamorato:
bevver le labra e il cor resta assetato,
baciai le rose e sento al cor le spine.
     Bevvi, assaggiai non so s’ambrosia o fiamma;
so ben ch’il fiero ardor piú sempre abbonda,
né de la sete mia manca pur dramma.
     Come ad egro talor sete profonda
breve sorso non tempra, anzi l’infiamma,
cosí io bevvi gran foco in picciol’onda.

III

INAPPAGAMENTO IN AMORE

     Ben veggo, Amor, che il cibo tuo non pasce,
o pur pascendo accresce fame al core;
a pena un tuo desio tramonta e muore,
ch’un altro sorge e pargoleggia in fasce.
     Un sol desio che muore avvien che lasce
ben cento eredi, ognun di sé maggiore:
idra se’ tu di mille capi, Amore,
a cui piú d’uno, al troncar d’un, rinasce.
     Sei di Tantali mille un lago Averno,
una ruota immortal d’alme meschine,
dei cori umani un avoltoio eterno.
     Sei mar che non ha termine o confine,
confin di questa vita e de l’inferno,
inferno in cui l’ardor mai non ha fine.

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IV

LA RACCOGLITRICE DI CASTAGNE

     Lascia di coglier piú ricci pungenti
con quella man sí delicata, o Fille,
e a goder ombre amene, aure tranquille,
qui sotto ai tronchi lor meco trattienti.
     Tante punte spinose, ah, non paventi,
che traggon da la man purpuree stille?
No, ché d’Amore a mille strali e mille
anco resisti e i colpi lor non senti.
     Ma il mio cor da quei strali è a tal ridutto
(tanti per te giá ve n’infisse Amore),
ch’un riccio appunto ei rassomiglia in tutto.
     Nol somigli giá tu; ch’egli di fuore
aspro è ben sí, ma dentro molle ha il frutto;
tu sei molle nel volto, aspra nel core.

V

LA FILATRICE DI SETA

     China il sen, nuda il braccio, accesa il volto,
sottilissime fila Egle traea
da ricchi vermi, ove bollendo ardea
breve laghetto in cavo rame accolto.
     Vago de la sua man, semplice e stolto,
il mio cor tra quei vermi arder godea.
e la ruota volubile avvolgea
lo spirto mio tra quelle sete involto.
     Ella con l’empia man, ch’ardor non teme,
nudi rendea fra i gorgoglianti umori
i bombici di spoglie e me di speme;
     ed agghiacciata il cor fra tanti ardori,
bella parca d’amor, filava insieme
ricche spoglie a le membra e lacci ai cori.

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VI

L’AMANTE E GLI OCCHIALI

     Per vagheggiarti, Ermilla, a mio diletto,
di sferici cristalli i lumi armai;
ché se per te mancò giá spirto al petto,
or luce agli occhi, ecco, mi manca omai.
     Fui lince pria, ma poi che gli occhi alzai
de’ tuoi begli occhi al troppo chiaro oggetto,
quasi gufo dal Sol vinto restai:
nacque da la tua copia il mio difetto.
     Indi per tua fierezza io piansi tanto,
che questi umori incristalliti in giro
da le vene del cor trassi col pianto.
     Ma che prò, s’a me l’alma onde t’adoro
manca, non che la luce onde ti miro?
Se miro, abbaglio, e se non miro, i’ moro.

VII

IL DENTE MANCANTE

     Contra il tiranno Amor, cui sempre cura
fu d’opprimere i cor con pene e pianti,
ordiro giá ben mille offesi amanti,
agognando vendette, aspra congiura.
     Fèssi il foco in Amor giel di paura:
fuggí; volse a te, bella, i piè tremanti,
ché del tuo cor nei rigidi adamanti
s’avvisò di trovar magion sicura.
     Ma, rispinto dal cor, dentro la bocca
fra quei muri d’avorio ei tutte accolse
le forze sue, quasi in munita ròcca.
     Lá da l’ordine eburno un dente tolse,
onde stassi in agguato e i dardi scocca,
onde, presa la mira, al cor mi colse.

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VIII

ALLA COMICA LAVINIA

     Mentre con umil socco in cari accenti
tutto il regno e i tesori apri d’Amore,
non è, Lavinia, chi gli strali ardenti
per te d’amor non senta dolci al core.
     Se col coturno spieghi aspri lamenti,
non è cor che non gema al tuo dolore;
se favellando giri i rai lucenti,
alma non è che non ne provi ardore.
     S’apri le labbra al riso o gli occhi al pianto,
non è sí duro cor, che a te soggetto
possa di libertá piú darsi il vanto.
     Ma, sia tragico o lieto, ogni tuo detto
è sempre finto, ed altri prova intanto
non finto duol, non finte piaghe al petto.

IX

A UN’ATTRICE DI TRAGEDIA

     Quando al lugubre suon di mesti accenti,
bella e faconda mia, sfogasti in scena
per tragico accidente interna pena,
pendè tacito ognun da’ tuoi lamenti.
     Né mai sí dolce a le sue voci attenti
tenne nocchieri in mar blanda sirena,
né in selva rinovò mai Filomena
con sí soave suon casi dolenti.
     Allor che tu piangesti, a que’ tuoi pianti
piansero mille luci, al tuo pallore
fûr visti impallidir mille sembianti.
     Ma un solo e finto stral del tuo dolore
fe’ doppia e vera piaga a mille amanti,
e fu piaga di duol, piaga d’amore.

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X

ALLA CANTATRICE ANNA RENZIA, ROMANA

     Vaga ninfa del Tebro, a cui concessa
è de’ teatri oggi la palma e il vanto,
che a la vaghezza, agli atti, al riso, al canto
sí eccedi altrui, ch’hai giá l’invidia oppressa;
     perché l’alma mi togli? omai, dch, cessa;
ferma la voce armoniosa alquanto,
ché di dolcezze in mar sí vario e tanto
l’anima fuor di sé perde se stessa.
     Anzi, pur segui, o bella, i cari accenti,
ché se per te da l’alma io son diviso,
per te m’unisco a le beate menti.
     In estasi elevato io giá ravviso
l’angelica armonia ne’ tuoi concenti,
la celeste beltá nel tuo bel viso.

XI

INVITO ALLA POESIA NELL’INIZIO DELL’ESTATE

     Su la cetra del ciel poeta il sole
muove giá de’ suoi raggi il plettro ardente,
e de le sfere al suon con piè lucente
guidan stelle brillanti alte carole.
     Mille nel regno suo musiche gole
apre Giuno a cantar soavemente,
e fin l’arsa cicada il suon stridente
spiega in vece di canti e di parole.
     A lieti versi in dolce mormorio,
tra dipinte pietrucce e bianchi marmi,
la voce di cristallo apre ogni rio.
     Chi fia dunque di noi che piú risparmi,
amici, il canto ad incantar l’oblio,
se il tutto in terra e in ciel c’invita ai carmi?

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XII

ESTATE E VINO

     Non piú benigni raggi, amici lampi
sparge, ma vibra il Sol dardi nocenti:
tacciono in mare i flutti, in aria i venti,
manca il rio, secca il prato, ardono i campi.
     Perché da tanto ardor s’involi e scampi,
cerca ogni fèra indarno ombre e torrenti;
par che diluvi il cielo influssi ardenti
e in pelago di fiamme il mondo avvampi.
     Arsiccio il suol con tante bocche e tante
quant’apre in lui caverne il fiero ardore,
chiede invan refrigerio al ciel fiammante.
     Or chi dunque sará che ne ristore?
Amor no, ch’ei non meno arde ogni amante:
Bacco, sia nostro scampo il tuo liquore.

XIII

A GIOVAN VINCENZO IMPERIALE

per la sua villa di Sampierdarena e pel suo matrimonio con Brigida Spinola

     Quanto la terra e l'acque han di gentile,
quanto natura ed arte han di diletto,
Clizio, quasi in compendio hai tu ristretto
ne le tue ville, appo cui Pesto è vile.
     Qui stagna piú d’un lago al mar simile,
qui scorre piú d’un rio ch’erboso ha il letto,
e del verno crudel quivi al dispetto,
coronato di fior s’eterna aprile.
     L’acqua ne’ fonti in vari scherzi ondeggia,
gode la terra in villa, e ricca mole
sostien sul dorso, imperïal tua reggia.
     Le bellezze del ciel mancavan sole:
or non piú no, poiché fra lor lampeggia
Brigida tua, ch’ha ne’ begli occhi il sole.

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XIV

A GIOVAN VINCENZO IMPERIALE

esiliato da Genova con la pena dell’ostracismo.

     Clizio, un animo grande, un petto augusto
fra limiti ristretto esser non suole:
gira il tuo nome ovunque gira il sole,
varcato ogni confin, di gloria onusto.
     Pari a quel grande, con dolor ben giusto,
per teatro un sol mondo aver ti duole;
ché sembra questa immensa e vasta mole
al magnanimo cor carcere angusto.
     Or dunque fia, mentre del suol nativo
si contende al tuo piè la bella Arena,
che a sí gran cor sia brev’esilio a schivo?
     Genova, di te priva, esili in pena;
tu, fuor di lei, non sei di patria privo;
patria t’è degna il mondo e degna a pena.

XV

LE MASCHERE DI CARNEVALE

     Folle volgo, che fai? Deh, chi t’ha tratto
di senno in cosí stolida maniera,
che di forma indegnissima straniera
copri quel volto ch’è di Dio ritratto?
     Di vergogna e d’onor spogliato affatto,
vesti tra spoglie finte infamia vera,
e mostri sotto maschera di fèra
che col volto anco il cor ferino è fatto.
     Giá di mentito vel coperto il petto
e di virtú tra finte larve involto,
d’ire incognito il vizio ebbe diletto.
     Or che vede baccante a fren disciolto
il mondo errar sotto larvato aspetto,
nudo ei trïonfa e smascherato il volto.

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XVI

L’AVARIZIA PUNITA

A istanza di Ferrante Porta Puglia

     O de le umane brame
la piú cieca e piú ria, brama de l’oro,
sacra, esecrabil fame,
che un fango vile usi chiamar tesoro;
che non fai? che non puoi?
qual non cede uman petto agli urti tuoi?
     La vergine Atalanta,
non men ch’agii di piè, stabil di voglia,
di libertá si vanta,
ma un pomo d’òr di libertá la spoglia;
avida d’aureo nembo,
porge la bella Danae a Giove il grembo.
     Per mercé d’auree armille
Tarpeia offre a’ sabini il gran Tarpeo,
e con mill’arti e mille
scossa da Brenno invano, al fin cadeo
per la mercede istessa
da l’ór piú che da l’armi Efeso oppressa.
     Né sol cura sí vile
molle femineo seno abbatte e atterra,
ma con palma virile
vince i togati in pace, i duci in guerra,
e quasi dir potrei
che sforzano anco i doni uomini e dèi.
     Ove l’ór folgoreggia,
ogni altro lume, ogni fulgor s’oscura;
virtú piú non lampeggia,
non piú splendor di nobiltá si cura.
Ben l’etá d’oro è questa,
se in pregio altro che l’oro oggi non resta.

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     Tu, di virtute amico,
che da vizio sí reo l’anima hai sciolta,
Puglia, di ciò ch’io dico
nuovo esempio verace in prova ascolta:
vedrai ch’a l’oro cede
nobiltade ed amor, virtude e fede.
     Fiamma d’amor s’apprese
nel casto sen di duo leggiadri amanti;
una bella, un cortese,
ambo di sangue, ambo d’onor prestanti;
di pregi alti e gentili,
di costumi e d’etate ambo simili.
     Alme piú belle e fide
non legò, non accese Amore unquanco,
né spogliato ei si vide
per piú bella cagion di strali il fianco:
giá con eguali affetti
una sol’alma e un cor tengon due petti.
     Imeneo giá s’invita,
che stringa ai degni cor nodi piú degni;
quando serpicrinita
furia flegetontea turba i disegni
e, perché l’ór prevaglia,
quei che dá legge a lei con l’oro abbaglia.
     D’oro e di gemme altero,
ei destina a la bella altro consorte,
di nazïon straniero,
di nome ignoto, inferior di sorte,
tale nel cui lignaggio
di chiara nobiltá non splende un raggio.
     A lo splendor vetusto
d’alta stirpe gentil l’oro prevale;
per l’oro, oh cambio ingiusto!
amor, fede, valor ponsi in non cale;
di lei, ch’invan contende,
la libertate a prezzo d’òr si vende.

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     Stupido e mesto insieme
restò il fedele a la ria nuova acerba;
pianse sua verde speme
da l’altrui falce d’òr troncata in erba,
e con sospiri atroci
cosí fra sdegno e duol sparse le voci:
     — Dunque, o bella e crudele,
cosí in fumo svanisce il nostro foco?
Dunque, del tuo fedele
la costanza e l’amor curi sí poco,
che perfida, incostante,
lasciar puoi me per vil straniero amante?
     Perché di biondo peso
ei gravi ha l'arche e via piú grave il core,
fia da te vilipeso
un tesoro di fé che t’offre Amore?
Deh, per lo spregio indegno
ver’te lo stesso Amor s’armi di sdegno!
     Che tu d’amor non goda
col nuovo amante i frutti Amor permetta;
fame eterna vi roda
fra le mense d’amor per mia vendetta,
né i maritali cibi
a me dovuti il mio rival delibi.
     Presso oggetto sí bello
si strugga in van, né il suo desio s’acchete;
ei, Tantalo novello,
in mezzo a sí bell’acque arda di sete
e tu, qual Mida avara,
non men qual Mida a star digiuna impara. —
     Del buon fedel deluso
l'alte querele al terzo ciel saliro,
né fu il suo voto escluso,
ma il fin bramato i prieghi suoi sortirò;
ché al talamo disdetto
fu da Ciprigna avara ogni diletto.

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     Di gemme alti tesori
fan de la bella ’l portamento, adorno;
di sposerecci onori
tutta risplende alteramente intorno,
ma senza cibo alcuno
disperato Imeneo langue digiuno.
     Tale al fin, qual partio,
lo sposo al patrio suol si riconduce,
e col primier desio
seco la bella invïolata adduce,
a cui dal fianco avvinto
Venere ancor non ha disciolto il cinto!

XVII

LA VISITAZIONE

     Luminosa stendea l’aurora in cielo
     de’ primi raggi il suo vermiglio ammanto;
altra aurora spargea piú chiari intanto
ne’ monti di Giudea raggi di zelo.
     Quella d’un breve fuggitivo sole
al mondo promettea povera luce;
questa del sole onde quel Sol riluce
chiudea nel sen meravigliosa prole.
     Che non può santo zelo? Ecco vagante
quella ch’a noi del ciel le strade addita,
peregrina d’amor per via romita,
ver’la cognata umil move le piante.
     Gran merto, e che non può? Gli angeli a schiere
ecco, per addolcire a la gran diva
de l’alpestre camin la noia estiva,
scendon qua giú da le celesti sfere.
     Sospende altri di lor serico tetto
sul regio capo a riparar gli ardori;
altri d’Arabia i piú pregiati odori
versa d’intorno al virginal cospetto;

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     altri onor trïonfale in piú d’un arco
inalza, ove la dea sue glorie scorge;
evvi intanto chi umíle il braccio porge
del divin braccio a l’onorato incarco;
     parte di passo in passo, a coro a coro,
temprando a vario suon musiche note,
rinovan lá de le celesti rote
il concento dolcissimo canoro;
     molti di rose non caduche e frali,
ch’ebber stelle per stelo e rai per spine,
vanno intrecciando al sacrosano crine
ghirlande incorrottibili, immortali;
     parte col ventilar di leggier volo
le spira intorno zeffiri celesti;
parte, ov’avvien ch’il sacro piè calpesti,
di rari fior va lastricando il suolo.
     Il suolo istesso, ov’ella i passi move,
si fa di fiori in mille guise adorno;
l’aura che spira, a lei sospira intorno;
il ciel nembo di grazie in sen le piove.
     S’alza ogni basso fior, quasi che brami
de la veste real baciare il lembo,
e per fioccarle i dolci frutti in grembo
ogni pianta sublime inchina i rami.
     Che dico? anco ogni sfera in ciel s’atterra
a riverire, ad adorar tal nume;
e per farsi piú chiaro a sí gran lume
il ciel desia di tragittarsi in terra.
     Che meraviglia è ciò, s’ebbe desio
di farsi il sommo Verbo anch’ei terreno?
Ma un ciel pur anco è quel vergineo seno,
ché quivi è il ciel dove sua stanza ha Dio.
     Vanne, animato ciel, vanne felice,
ché la felicitá teco s’annida:
Dio ti sia scorta, anzi tu a Dio sii guida,
poiché Dio stesso oggi portar ti lice.

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XVIII

PER MONACAZIONE

Alla monacanda vengono presentati una facella, un giglio

una palma, una corona di spine e una croce

Facella
     Dai tenebrosi orrori
del mondo rio fallace
spingiti, o saggia, fuori;
ecco del ciel la face,
che con interna luce
da l’abisso de l’ombre al ciel t’adduce.
Giglio
     Ne’ giardini del cielo
dal sommo Sol nodrito
su non caduco stelo
un giglio, ecco, t’addito,
onde al candor de’ gigli
con virgineo candor ti rassomigli.
Palma
     Pugna con core invitto,
amazone di Dio;
per te cada sconfitto
nemico il senso rio;
vinci; sembianza è questa
de la palma ch’in cielo il ciel t’appresta.
Corona di spine
     Di momentanee rose
altra il crin faccia adorno;
tu di spine dogliose
cingi le tempie intorno,
ché vedrai da le spine
rose di gloria germogliarti al crine.

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Croce
     Ecco il tronco fiorito,
ove il fior nazareno,
dai rai d’amor ferito,
aprì languido il seno;
vieni, ed il tronco e il fiore
ti spunti al seno e ti s’alligni al core.

n XIX t IL NANO DI NOME « AMICO »

     Di che stupido t’ammiri,
tu che miri
la mia picciola statura?
Non fu avara, come credi:
se ben vedi,
mi fu prodiga natura.
     Nel mio breve corpicello
il modello
ella fe’ d’un gran colosso:
novo Encelado compose
e mi pose
su le spalle un monte addosso.
     Quando nacqui, influssi rei
ai dì miei
non promise astro nemico;
ma in compendio il ciel cortese
farmi intese
un grand’uomo e grande amico.
     S’al di fuori altrui son scherno,
ne l’interno
non la cedo al magno Atlante:
picciol son ne la sembianza,
ma in sostanza
corpo nano ha cor gigante.

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     Non mi dir ch’io sia pigmeo,
che non feo
guerra mai che con le gru.
Vieni in prova, se t’aggrada,
con la spada,
s’anch’Orlando fossi tu.
     Ben è ver che corto ho il braccio,
ch’ai mostaccio
arrivarti non potrò.
Ma se in alto piú non saglio,
io di taglio
sul tallon ti ferirò.
     Poco son ma tutto core,
e timore
non alberga nel cor mio;
temo sol quando m’assale
col suo strale
picciol nano qual son io.
     Questo è Amor, che, pargoletto,
al mio petto
guerra fa con forze estreme:
ei mi fere e strugge in duolo,
m’arde, e solo
tal nemico amico teme.